Inchiesta

Agromafie. 2° Rapporto sui crimini agroalimentari

di redazione
23 febbraio 2015

La forma più classica di Italian sounding consiste nella commercializzazione di prodotti non italiani con l’utilizzo di nomi, parole, immagini che richiamano l’Italia, inducendo quindi ingannevolmente a credere che si tratti di prodotti italiani. È una forma di falso Made in Italy molto diffusa in àmbito internazionale nel settore agroalimentare, nel quale il nostro Paese può vantare una grande varietà di eccellenze. Oggi occorre però non trascurare la diffusione, accanto a questa pratica totalmente illecita, di una forma più raffinata di Italian sounding, legale, seppur, nei fatti, ingannevole. Se in passato era frequente la pratica di acquistare all’estero le materie prime per alimenti poi trasformati e lavorati in Italia e venduti come Made in Italy, in questi anni si è invece diffusa in misura crescente la tendenza a rilevare note aziende agroalimentari italiane. In questo caso il nome non soltanto suona italiano, ma viene unanimemente associato all’azienda che dal momento della sua nascita, per anni, ha messo sul mercato il prodotto. Il fenomeno si è notevolmente intensificato nel nuovo Millennio e mostra ulteriori segni di crescita negli ultimi tre anni. Quasi tutti i settori alimentari sono stati coinvolti, dalle bevande alcoliche ai dolci, dai salumi ai latticini. Gli acquirenti sono soprattutto aziende francesi, svizzere, spagnole e statunitensi. La Francia si è concentrata sul settore caseario, la Spagna sull’olio, i colossi multinazionali svizzeri e statunitensi hanno diversificato gli investimenti orientandosi su tipologie eterogenee di prodotti.

Il marchio Made in Italy a rischio. L’assorbimento di una fetta tanto importante del comparto agroalimentare nazionale da parte di aziende estere comporta lo svuotare di sostanza il marchio del Made in Italy, poiché sono sempre di più le realtà industriali, grandi e piccole, ormai italiane solo di nome. In molti casi il cambio di gestione determina una perdita della qualità, come conseguenza della delocalizzazione produttiva e della scelta di materie prime non locali. Piuttosto che la valorizzazione della diversità – che rappresenta uno dei valori del Made in Italy autentico – si favorisce l’omologazione. Questa particolare forma lecita di Italian sounding finisce anche per infrangere il patto di fiducia con i consumatori, tradendone di fatto le aspettative. È un paradosso tutto italiano. Da un lato si mobilitano energie per diffondere anche nei cittadini meno attenti la consapevolezza del valore aggiunto offerto dal marchio nazionale e si utilizza il Made in Italy come volano di un settore, quello alimentare, sempre più centrale in tempi di crisi. Dall’altro lato una parte tanto consistente di quelle imprese che del Made in Italy stesso erano rappresentative porta ormai bandiera straniera. Va ricordato che alcuni dei marchi italiani assorbiti da aziende straniere hanno potuto beneficiare di un processo di efficace riorganizzazione, rilancio e rafforzamento finanziario. Alcune realtà che rischiavano la chiusura sono riuscite a sopravvivere e, con un gruppo multinazionale forte alle spalle, a reggere il confronto con il nuovo mercato globalizzato. In generale, però, almeno nel settore agroalimentare, l’acquisizione da parte di aziende straniere coincide con lo svuotamento della componente realmente italiana del marchio e, talvolta, con l’assorbimento della concorrenza italiana o con una concorrenza irresistibile nei confronti delle altre imprese italiane dello stesso settore merceologico. Esiste inoltre la possibilità che i gruppi stranieri proprietari di aziende agroalimentari un tempo italiane si spingano a chiudere gli stabilimenti italiani e a trasferire l’intera produzione all’estero, dove i costi sono più contenuti. In questo caso si devono considerare i risvolti occupazionali del passaggio di proprietà, per la perdita di posti di lavoro in un settore cardine qual è quello dei prodotti alimentari fortemente connotati come italiani. Senza considerare i danni ambientali derivanti dal venir meno degli investimenti per il mantenimento del territorio.

In questo meccanismo distruttivo basato sul classico Italian sounding e sulle sue forme più raffinate e legali, ma anche sull’agropirateria nelle sue diverse declinazioni, l’Italia è al tempo stesso vittima e colpevole. Sono molte le aziende costrette, per sopravvivere, ad adeguarsi a regole imposte dai grandi gruppi: produrre a costi bassissimi per restare sul mercato, il che è possibile solo ricorrendo a materie prime scadenti, sacrificando quindi la qualità. I danni che ne derivano sono molteplici: la privazione del marchio, l’abbassamento progressivo della qualità dei prodotti, l’imposizione di standard produttivi bassi alle aziende locali, che dovrebbero essere custodi delle produzioni tipiche e si trovano invece costrette a fare scelte che le mantengano competitive. Chi perde maggiormente in questo meccanismo sono da un lato i produttori locali, costretti ad abbassare qualità e prezzi, impoverendosi, dall’altro lato, ovviamente, i consumatori, cui arrivano prodotti sempre più scadenti. Nella dinamica che si sta così affermando gli alimenti falsi e di bassa qualità non sono soltanto quelli prodotti all’estero, ma anche quelli provenienti dalle aziende italiane.

L’Italia controlla, l’Europa apre le frontiere. L’Unione europea si configura come una delle aree di libero scambio più grandi del mondo, con un bacino di circa mezzo miliardo di utenti/consumatori. La libera circolazione delle merci impone agli Stati Membri un certo grado di corresponsabilità in merito a questioni estremamente sensibili, soprattutto nell’ambito della tutela del consumatore. Tale aspetto è particolarmente rilevante per quanto concerne il settore agroalimentare, dove i concetti di sicurezza e controllo della qualità diventano assolutamente centrali. La disparità tra le singole normative nazionali, la poca chiarezza della legislazione comunitaria, la discrepanza nei controlli alle frontiere esterne, rappresentano fattori che incidono non solo sulla “salute” del cittadino, ma anche sugli orientamenti economico-produttivi di un mercato volatile e soggetto ad una concorrenza estera sempre più pressante. Un nodo cruciale è rappresentato dalla labile linea di separazione tra prodotti “commestibili” e prodotti “di qualità”, la cui demarcazione non sembra essere possibile se non attraverso valutazioni di tipo soggettivo, influenzate più da fattori culturali che da parametri scientifici. La protezione dei prodotti genuini è una priorità soprattutto per alcuni Stati Membri, principalmente del Sud dell’Europa, che operano per difendersi da una concorrenza spesso ai limiti della legalità. In questo senso, la questione dell’etichettatura dei prodotti diventa centrale; tuttavia, l’Unione europea non sembra aver raggiunto un grado di raccordo soddisfacente in merito. L’infiltrazione criminale nel settore agroalimentare trae linfa dalle mancanze della normativa comunitaria, in quanto i produttori sono continuamente in cerca di soluzioni, anche illegali, per abbattere i costi e rimanere competitivi sul mercato.

La criminalità tra le pieghe della legislazione in materia agroalimentare. I vuoti normativi lasciati dalla legislazione nazionale e comunitaria costituiscono senza dubbio uno dei fattori principali in grado di favorire la presenza della criminalità organizzata tra le pieghe del ciclo produttivo agroalimentare. In primo luogo, l’assenza di regolamenti chiari in materia di origine, soprattutto nell’ambito dei beni primari, incentiva i produttori a trovare soluzioni di approvvigionamento a basso prezzo, salvo poi sfruttare l’apposizione di un marchio di riconoscimento “italiano”. In tal senso, la presenza della criminalità nei principali centri di scambio, in primis i porti, viene sfruttata per accaparrarsi le materie prime al prezzo più economico, utilizzando le conoscenze criminali per individuare i paesi con minori controlli e costi limitatissimi.

Il know-how in mano alla criminalità consente inoltre di facilitare lo spostamento all’estero delle attività produttive, attraverso lo sfruttamento delle reti internazionali e la conoscenza delle condizioni produttive, soprattutto in materia di lavoro. Non è certo possibile affermare che ogni delocalizzazione produttiva implichi un rapporto con la criminalità organizzata, ma alla luce dell’ambiguità legislativa il terreno diventa davvero fertile. Attività criminali sono anche le frodi in materia di etichette, in cui le mafie sono coinvolte in via indiretta. Nei casi più gravi, come lo scandalo della carne di cavallo, in cui si sospetta fossero stati addirittura utilizzati ex animali da corsa trattati con sostanze dopanti, è difficile escludere un coinvolgimento della criminalità nel reperimento della materia prima.

Come operano le agromafie. Le tipologie dei reati commessi in questo àmbito sono molteplici: dai furti di mezzi agricoli alle macellazioni clandestine o al danneggiamento di colture, sino alle truffe commerciali e quelle a danno dell’Unione europea, realizzando un giro d’affari illeciti da Nord a Sud. Le organizzazioni criminali sfruttano consapevolmente le difficoltà finanziarie delle imprese agricole, dando origine a fenomeni di estorsione, determinando l’aumento dei prezzi dei beni di consumo, rafforzando il proprio ruolo nel territorio e collocandosi come intermediari tra la produzione e il consumo dei prodotti.

L’attività mafiosa esprime una vasta gamma di reati: usura, racket estorsivo, furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine, danneggiamento delle colture, contraffazione e agropirateria, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo, caporalato, truffe ai danni dell’Unione europea. 

La catena del “dis-valore”. Nonostante i dati generali mostrino una maggiore capacità del settore agroalimentare di sottrarsi alle dinamiche recessive del ciclo economico in atto, la spesa delle famiglie italiane comincia a mostrare una diminuzione significativa anche nei consumi alimentari, da sempre considerati immuni dalle difficoltà dei differenti cicli economici. Esaminando la catena del valore in agricoltura, emerge che in Italia, negli ultimi decenni, soprattutto nel comparto agroalimentare si è verificato un sospetto e preoccupante aumento di intermediari tra il produttore e il consumatore; un numero crescente di soggetti presenti nella realizzazione del prodotto finale (agricoltori/allevatori, industria di trasformazione, trasportatori, distributori, commercianti all’ingrosso e al dettaglio), che ha determinato un allungamento della filiera produttiva, con pesanti ricadute sulla competitività del settore e con evidenti problemi di trasparenza e legalità. Oggi siamo di fronte ad un doppio e contemporaneo impoverimento che interessa sia i consumatori italiani sia gli operatori del settore, entrambi danneggiati da una serie di fattori esogeni ed endogeni.

Agricoltori e consumatori: una povertà condivisa. L’aver sempre più allontanato i produttori agricoli dai consumatori ha comportato conseguenze rilevanti a carico di entrambi i soggetti favorendo, da una parte, l’esclusione dei piccoli produttori dal mercato perché poco competitivi e incapaci di garantire gli standard produttivi richiesti, dall’altra, impedendo al consumatore di poter conoscere il percorso dei propri acquisti e di poter effettuare un controllo diretto sulla qualità.  Inoltre, lo sviluppo di questo tipo di mercato ha favorito la scomparsa delle risorse territoriali, in termini di biodiversità, ma anche l’erosione della cultura rurale, soprattutto gastronomica nei contesti locali. Recentemente, in risposta alla tendenza dominante delle filiere lunghe, i produttori hanno elaborato nuovi approcci volti alla ri-localizzazione dei circuiti di produzione e consumo e si è diffusa una concezione orientata maggiormente all’adozione della “filiera corta”. Questo, consente agli agricoltori di riconquistare un ruolo attivo nel sistema agroalimentare italiano, attraverso la collaborazione degli altri attori della filiera, della quale entrano a far parte, come soggetti attivi, anche i consumatori che possono conoscere il percorso del prodotto e monitorarne la relativa qualità.

Il costo criminale per gli agricoltori e i consumatori. Della gravità della pesante presenza della criminalità in questo settore produttivo sono del resto consapevoli l’Autorità giudiziaria e le Forze dell’ordine, tanto che già dal 2003 è stato istituito, nell’ambito della Direzione Nazionale Antimafia, uno specifico servizio per combattere l’allarmante fenomeno. La presenza della criminalità organizzata nei vari passaggi delle merci dal produttore al consumatore è una delle principali cause della lievitazione dei prezzi e delle speculazioni varie. Se i coltivatori producono a cifre molto contenute, il condizionamento illecito delle fasi successive che precedono la vendita determina un improprio aumento dei costi, con specifico riferimento al settore della logistica e dei trasporti. Un’indagine dell’Antitrust ha evidenziato che i prezzi per l’ortofrutta moltiplicano in media di tre volte dalla produzione al consumo ma i ricarichi variano del 77% nel caso di filiera cortissima (acquisto diretto dal produttore da parte del distributore al dettaglio), del 103% nel caso di un intermediario, del 290% nel caso di due intermediari, fino al 294% per la filiera lunga (presenza di 3 o 4 intermediari tra produttore e distributore finale). La moltiplicazione delle intermediazioni, l’imposizione di servizi di trasporto e logistica, il monopolio negli acquisti dai produttori agricoli provocano non solo l’effetto di un crollo dei prezzi pagati agli imprenditori agricoli, che in molti casi non arrivano a coprire i costi di produzione, ma anche un ricarico anomalo dei prezzi al consumo che raggiungono livelli tali da determinare un contenimento degli acquisti.

La questione ambientale e le ingerenze della criminalità. La fase di industrializzazione che ha segnato l’Italia del secondo dopoguerra e la successiva terziarizzazione dell’economia hanno messo sempre più in discussione il rapporto tra crescita, esigenza di lavoro e consumo sostenibile dell’ambiente. Recenti fatti di cronaca, dall’acciaieria di Taranto ai vari casi della Sardegna, hanno confermato il rapporto antinomico tra agricoltura e industria, causato non soltanto dal crescente numero dei siti industriali, ma anche dalla deindustrializzazione e dall’inquinamento da questi prodotto, un inquinamento che va ben oltre l’area del sito e compromette, talvolta irrimediabilmente, la qualità dei terreni limitrofi. Nel 2009 in Italia esistevano 57 Sin (Siti di Interesse Nazionale), ovvero aree industriali dismesse o ancora attive, porti, ex miniere, cave, discariche non a norma o abusive, in cui i livelli e le forme di inquinamento risultano così estesi e gravi da costituire un pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente naturale, che occupavano una superficie complessiva di 724.500 ettari, equivalente al 2,4% dell’intero territorio nazionale. Ai Sin, la cui bonifica spetta allo Stato tramite il Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati, vanno poi aggiunti i più numerosi Sir, ovvero i Siti di Interesse Regionale, per i quali la competenza della bonifica è regionale. Sino ad oggi, per governare i processi di bonifica è stato frequente il ricorso al Commissariamento o allo Stato di emergenza. A ciò va aggiunta la costante aggressione rispetto a questi affari milionari da parte della criminalità, come accaduto nel caso della bonifica dell’area di Bagnoli. La presenza della criminalità organizzata nelle strategie di utilizzazione del suolo sta crescendo nel tempo ed in estensione, dal ciclo del cemento alla gestione dei rifiuti, alle sofisticazioni agroalimentari. Il numero dei reati ambientali mostra la consistenza del fenomeno: 33.817 sono quelli accertati nel 2011, il 20% dei quali interessa il ciclo illecito del cemento, concentrato quasi esclusivamente nell’Italia centro-meridionale. Dal 2003 al 2011 il Cresme ha censito 258.000 immobili abusivi per un giro di affari illegale stimato in 18,3 miliardi di euro. Solo nel 2011 sono stati rilevati 26.000 abusi: il 13,4% del totale delle nuove costruzioni. Ad alimentare il fenomeno dell’illegalità del cemento non vi è solo la certezza del condono, ma soprattutto quella del mancato abbattimento: sono pochissime, infatti, le ordinanze di demolizione effettivamente eseguite in Italia. A rimetterci, oltre al paesaggio, è la credibilità e la cultura della legalità, sempre più considerata come un fastidioso fardello alla trasformazione del territorio.

Consumo di suolo, rischio idrogeologico e inquinamento dell’acqua. Da un lato si assiste a una lenta ma inesorabile perdita della Sau (Superficie Agricola Utilizzata), dall’altro continua ad aumentare la popolazione. L’Italia, anche a causa di un deficit di suolo agricolo di quasi 49 milioni di ettari, ha aumentato nel tempo la sua dipendenza dai mercati esteri per l’approvvigionamento alimentare, mantenendo in proprio circa la produzione dell’80-85% delle risorse necessarie a coprire il fabbisogno nazionale. Una dipendenza ancor più grave, se si considera l’esportazione dei prodotti agricoli Made in Italy nel mondo, destinata a influenzare nel breve periodo i prezzi dei prodotti agricoli e nel medio-lungo periodo ad accrescere il rischio di scarsità. Il consumo di suolo contribuisce ad aggravare il dissesto idrogeologico generale, il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità e la rarefazione delle risorse idriche. Complessivamente il 9,8% del territorio nazionale è ad alta criticità geologica: 5 milioni di cittadini italiani, 6.633 comuni, l’82% del totale, si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni. L’esposizione al rischio aumenta soprattutto in specifiche aree del Paese: Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta e Provincia di Trento sono le regioni più colpite (dove il 100% dei comuni sono classificati a rischio), seguite da Marche, Liguria (99%), Lazio e Toscana (98%). L’inquinamento delle acque rappresenta un ulteriore fattore di criticità rispetto all’approvvigionamento idrico che, assieme alle carenze idriche e alle difformità nei consumi, identificano l’Italia come paese soggetto a stress idrico. I cambiamenti climatici, in assenza di adeguate politiche correttive, unitamente all’impatto della produzione delle fonti di energia alternative, contribuiranno ad aggravare questa condizione generale inerente alla qualità e alla disponibilità di acqua, con ripercussioni anche e soprattutto sulla produzione alimentare.

Lo sviluppo dell’eolico: green o criminale? Dal 2000 al 2011 si è assistito ad un forte sviluppo dei parchi eolici in Italia, in particolar modo nell’ultimo triennio. Quella che assieme al fotovoltaico potrebbe essere una potenzialità importante di sviluppo, in realtà è minacciata da una business illecito di portata inimmaginabile. Come confermano le indagini della Magistratura e delle Forze dell’ordine, un fitto sistema di relazioni tra il mondo degli affari, mafia e politica si cela dietro la pianificazione e realizzazione di impianti eolici, fondato su un gioco di complicità in cui ciascuno svolge il proprio ruolo per il proprio guadagno. Gestione, ottenimento di concessioni ed autorizzazioni, appalti e servizi pubblici per la produzione di energia elettrica sono oggi i settori più contaminati. Con il tempo si è consolidato un binomio insolito tra criminalità organizzata e green economy, aggiuntivo rispetto alle classiche attività delle mafie: estorsioni, traffico di droga, prostituzione, truffe, appalti truccati. La flessibilità che caratterizza questo sistema ne garantisce l’adattabilità in varie regioni italiane, soprattutto in quelle del Mezzogiorno. Non a caso la Puglia nel 2011 accoglieva circa 257 impianti eolici, pari al 32% del totale nazionale, con una potenza prodotta di 1.393,5 KW. Il Parco eolico di Torre Santa Susanna è uno dei casi emblematici interessato da questa piaga, così come i Parchi eolici in Calabria, ormai al centro del business della ’Ndrangheta, e le Maxi Pale tra i Nuraghi sorte nell’Alto piano di Balascia, in Sardegna. La più cospicua confisca di beni mai effettuata in Italia, oltre 1miliardo e 300 milioni di euro, ha riguardato Lombardia, Lazio, Calabria e soprattutto la Sicilia. I ricavi milionari ottenibili dallo sfruttamento dell’eolico, inoltre, hanno trasformato questa fonte di energia da risorsa alternativa in strumento di violazione della normativa regionale sul paesaggio: la vocazione agricola del territorio viene così doppiamente tradita.

Le mani della criminalità anche sul fotovoltaico. A fronte di un mercato dell’eolico ormai quasi saturo, le mafie hanno rivolto una maggior attenzione al fotovoltaico: i dati dell’ultimo rapporto statistico del 2012 prodotto dal Gestore dei Servizi Elettrici (Gse) attestano che l’Italia, con 478.331 impianti fotovoltaici istallati e 18.862 GWh prodotti, assieme alla Germania sono i due paesi mondiali che hanno maggiormente investito su questa fonte rinnovabile. La precaria condizione economica in cui versano gli agricoltori, principalmente nelle zone dell’Italia meridionale e con particolare riferimento alle piccole aziende agricole, più danneggiate dalla crisi, favoriscono indirettamente l’uso distorto del territorio da parte delle associazioni criminali. In questo senso, i coltivatori che nutrono sempre meno fiducia nella possibilità di ottenere sovvenzioni pubbliche per l’attività agricola, al fine di migliorare il proprio reddito sono costretti a cedere alle avances allettanti delle organizzazioni criminali offrendo il proprio terreno per l’istallazione di impianti fotovoltaici. Quando la mafia si interessa di convertire un territorio agricolo in uno in cui collocare pannelli, lo fa per lucrare nell’immediatezza, per sfruttarlo secondo i suoi canali tradizionali: l’acquisizione a prezzi di favore con minacce, estorsione dei terreni da parte dei proprietari e vendita dei terreni a chi vi colloca impianti fotovoltaici. Questa diffusa pratica danneggia fortemente l’agricoltura da più punti di vista: i terreni agricoli vengono sottratti alla loro destinazione d’uso e assegnati, invece, alle “coltivazioni” di impianti fotovoltaici; in secondo luogo, l’utilizzo di pannelli fotovoltaici da parte di imprese criminali che non provvedono ad un corretto smaltimento al termine del loro ciclo di vita; infine, l’utilizzo di pannelli di scarsa qualità. Tutto ciò, oltre a modificare la destinazione naturale del terreno, ossia la produzione agricola, produce inquinamento. Sarebbe pertanto utile considerare la possibilità di sfruttare a scopo energetico aree marginali, quali le fasce di rispetto delle autostrade, dove invece dovrebbe essere vietata l’attività agricola.

Il “cartello” mafioso al mercato ortofrutticolo di Fondi. Le mafie in agricoltura – a differenza di altri comparti – spesso non sono in concorrenza tra di loro, ma si spartiscono equamente i proventi illeciti, mettendo da parte le guerre tra clan e utilizzando la diplomazia. In sostanza, fanno “cartello” determinando un’alterazione del mercato tale da causare una sorta di monopolio all’insaputa di migliaia di persone coinvolte, a partire dai produttori, sottraendo risorse a chi lavora. Una presenza pervasiva e strutturata, che poco ha a che vedere con l’estorsione o il condizionamento, ed è più simile al radicamento nella gestione diretta della filiera tramite società di comodo. Il caso di “cartello” tra mafie più clamoroso e inquietante è stato quello scoperto dalle Forze dell’ordine che riguardava il mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei più grandi e importanti d’Italia.  Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura della Repubblica di Napoli, il Sud pontino – e Fondi in particolare – rappresentano un punto di convergenza degli interessi di mafia e camorra, alleate nel controllo dei trasporti a servizio del settore ortofrutticolo in tutto il Centro-Sud Italia e per alcune tratte verso le regioni settentrionali. In pratica, i vertici del clan dei Casalesi e dei Mallardo, alleati con le famiglie mafiose siciliane dei Santapaola-Ercolano, imponevano innanzitutto il monopolio dei trasporti, con la conseguente lievitazione dei prezzi: gli Sfraga garantivano il monopolio del trasporto verso Fondi e altri mercati meridionali, i Casalesi offrivano in cambio alla mafia sbocchi sui mercati laziali e campani per prodotti di ortofrutta di aziende di fiducia di Cosa Nostra. Il fine ultimo del patto di ferro tra Mafia e Camorra era quello di conquistare il controllo delle tratte dei camion da e per i mercati siciliani verso quelli campani e verso lo strategico mercato di Fondi-Latina. Le maggiori famiglie camorristiche e mafiose avevano creato una sorta di «federalismo mafioso», come lo ha definito lo stesso Procuratore Nazionale Antimafia. I clan decidevano i prezzi attraverso una vera e propria “filiera dell’illecito”. Alcuni collaboratori hanno riferito anche di altre modalità di controllo e imposizione del proprio volere sul mercato ortofrutticolo, a discapito dei produttori onesti, tramite accordi tra “famiglie” per consentire, dietro pagamento di una percentuale sugli introiti, la realizzazione di meccanismi truffaldini. In sostanza, dopo la creazione di ditte fantasma con l’uso di prestanome, venivano fatti ingentissimi acquisti di prodotti ortofrutticoli con assegni postdatati, dapprima regolari e successivamente scoperti. Questo consentiva agli acquirenti truffatori, che operavano con l’avallo dei controllori di un MOF, di vendere a prezzi stracciati nei propri mercati i prodotti così ottenuti, realizzando cospicui guadagni su merci non pagate e, nello stesso tempo, mettendo fuori mercato i prezzi dei produttori onesti. Si pensi che un carico di fragole, ad esempio, partiva dalla Sicilia e arrivava fino al mercato ortofrutticolo di Fondi per essere impacchettato, attraversando mezza Italia per poi tornare indietro ed essere nuovamente inviato a Milano. Questi giri portavano a maggiorazioni sull’ortofrutta fino al 200%, a evidente discapito dei coltivatori e dei consumatori finali.

Un caso di studio | Olio Made in Italy. Tra i prodotti cardine della dieta mediterranea c’è sicuramente l’olio di oliva, uno dei prodotti che ha contribuito rendere l’Italia famosa nel mondo per la sua cucina e per le sue peculiarità agroalimentari. La filiera produttiva olearia nel 2011 contava su di una struttura di 775.783 aziende agricole che si estendevano per una superficie complessiva di 1,16 milioni di ettari, affiancate da 4.830 frantoi attivi e 220 imprese industriali, generando una produzione pari a 483mila tonnellate con un fatturato di 3,3 miliardi di euro (che rappresentava il 2,6% del fatturato industriale agroalimentare totale).

Il paradosso dell’Italia: primo importatore mondiale di olio. Addentrandosi nei meandri della bilancia commerciale italiana si scopre come, contrariamente all’immagine dell’Italia come esportatrice nel mondo della cultura mediterranea, il saldo del settore oleario sia in realtà negativo, almeno per quanto riguarda i volumi in quantità: infatti, sebbene calcolando le esportazioni nette in valore si ottenga per il 2012 un saldo positivo di 114,2 milioni di euro (+295,5% rispetto all’anno precedente, spiegato da una contemporanea crescita del valore delle esportazioni e diminuzione di quello delle importazioni), dal punto di vista delle quantità tale saldo diventa negativo e pari a -183mila tonnellate nel 2012 (comunque in ripresa rispetto al biennio 2010-2011 in cui il saldo negativo era ben oltre le 200mila tonnellate). Guardando al dettaglio delle importazioni per l’anno 2012, la quantità maggiore di olio di oliva importato risulta essere quello spagnolo con 392mila tonnellate (pari al 65,5% del totale, in calo di quasi cinque punti percentuali rispetto all’anno precedente), seguito dall’olio greco con circa 117mila tonnellate (pari al 19,5% del totale, in crescita di 1,1 punti percentuali sul 2011) e da quello tunisino con 76mila tonnellate (pari al 12,7% del totale, con un aumento di 5,7 punti percentuali sul 2011). Il caso dell’olio proveniente dalla Tunisia merita un discorso a parte: infatti, con le sopracitate 76mila tonnellate, monopolizza le importazioni dai paesi extracomunitari, coprendo il 96% di esse e facendo registrare un notevole aumento (quasi undici punti percentuali) rispetto al 2011. Nel complesso, l’Italia è paradossalmente il primo importatore mondiale di olio di oliva, detenendo una quota pari al 35% (2011) e superando paesi come Stati Uniti, Germania e Regno Unito; al contrario, riguardo alle esportazioni, la quota italiana è pari nel 2011 al 22%, ampiamente al di sotto del livello della Spagna che si attesta su una quota di circa il 50%.

Olio taroccato, truffa ai danni dei consumatori. Queste cifre dimostrano che i consumatori sono vittime di vere e proprie truffe alimentari dal momento in cui, dietro al paravento di marchi sedicenti italiani ed etichette fuorvianti, vengono commercializzati oli di oliva di bassissima qualità, spesso ottenuti attraverso la raffinazione degli oli importati. Il procedimento adottato per la contraffazione, in sintesi, è il seguente: vengono importati oli grezzi provenienti da Spagna, Grecia e Tunisia sfruttando il loro basso costo di produzione (derivante sia da metodi di coltivazione iper-intensivi che dalla scarsa remunerazione del lavoro); in secondo luogo, dal momento che tali oli risultano essere di infima qualità, vengono miscelati con basse quantità di oli realmente italiani e successivamente “deodorati” (cioè trattati attraverso lavaggi chimici, non ammessi per legge per l’olio extravergine) in modo da migliorarne le caratteristiche organolettiche, correggendone quindi i difetti. L’obiettivo del processo di deodorazione è quello di eliminare il forte odore, il gusto acre e l’eccessiva acidità derivanti da una cattiva conservazione delle olive raccolte, che vengono lasciate per lungo tempo sotto al sole in cumuli oppure stipate nei cassoni degli autocarri favorendo la formazione di alcol metilici ed etilici degli acidi grassi attraverso un processo di fermentazione; infine, questi oli “taroccati” vengono imbottigliati e la bottiglia viene sommersa da riferimenti all’italianità del prodotto, in modo da rendere graficamente meno evidente (al fine quindi di confondere il potenziale acquirente) l’etichetta sulla quale deve essere obbligatoriamente riportata la dicitura di “miscela” per gli oli così ottenuti.

La guerra dei prezzi al ribasso. È chiaro che il processo appena descritto ha ricadute economiche ben precise, che spiazzano i produttori di vero olio Made in Italy costringendoli ad una guerra di prezzi al ribasso che non si può coniugare con una qualità elevata: infatti, a fronte di un prezzo medio superiore ai 6 euro al litro per un buon olio extravergine di oliva che si possa classificare come italiano, il prezzo di un olio “deodorato” si può attestare su pochi euro al litro. Come è facilmente comprensibile, la preoccupazione risiede nel fatto che tali acquisizioni, più che a rilanciare i marchi, punti nei fatti a “svuotarli” utilizzandoli come veicoli per commercializzare gli oli di bassa qualità: in questo modo, sfruttando quindi la fama dei marchi italiani nel mondo, sarebbe possibile trovare uno sbocco commerciale anche agli oli spagnoli, tunisini, greci che altrimenti avrebbero scarso (se non addirittura nullo) appeal.

Dal male in bene: restituire alla collettività i beni confiscati alla criminalità.  Sono trascorsi più di trent’anni da quel 13 settembre 1982, quando veniva approvata la legge n.646, nota come legge “Rognoni-La Torre”, che introdusse per la prima volta nel Codice penale il delitto di associazione a delinquere di tipo mafioso (articolo 416bis), il sequestro e la confisca dei beni alla criminalità organizzata. Due disegni di legge, presentati da Pio La Torre e da Virginio Rognoni, confluirono in un testo normativo che ha segnato una svolta decisiva nella lotta alle mafie nel nostro Paese. Il processo di confisca dei beni coinvolge gli attori protagonisti della repressione e prevenzione dei fenomeni criminali e mafiosi. Vi è una dimensione investigativa e giudiziaria, di competenza della Magistratura e delle Forze di polizia, che sfocia nella repressione nei confronti dell’economia criminale; una dimensione politica, nel momento in cui si restituisce ai cittadini la fiducia nelle Istituzioni e nella vita democratica del Paese; una dimensione economica con la restituzione diretta al territorio di risorse sottratte con la violenza, fornendo un’opportunità di crescita e sviluppo tangibile; una dimensione sociale, culturale ed educativa, a dimostrazione che le mafie non sono invincibili e ciascun cittadino deve fare la propria parte. La confisca dei beni rappresenta uno strumento di affermazione e crescita della legalità e dell’impegno civile. Grazie all’uso sociale dei beni confiscati sono centinaia le associazioni e le cooperative di giovani che hanno operato per restituire concretamente alla collettività le ville, gli appartamenti, i terreni agricoli sottratti alle mafie.

Il Progetto Libera Terra. I beni immobili confiscati costituiscono ormai risorse diffuse sul territorio, utili a fungere da volano per interventi organici e strutturati di sviluppo locale. Il progetto Libera Terra è nato nel 2000 e da allora è attivo nella promozione dell’incontro tra i soggetti locali ai fini della nascita di cooperative sociali alle quali affidare la gestione dei beni. Nel corso degli anni il progetto ha mantenuto e consolidato l’obiettivo di valorizzare e recuperare per finalità produttive i terreni liberati dalle mafie, allo scopo di ottenere prodotti agricoli di alta qualità attraverso metodi rispettosi dell’ambiente e della dignità dei lavoratori. L’attenzione è stata volta alla riscoperta dei sapori tipici tradizionali: la conduzione dei vigneti, la scelta di produrre secondo metodi, saperi e formati artigianali la pasta secca, i legumi, l’olio d’oliva extravergine, la mozzarella di bufala, i succhi di frutta fresca, le conserve. Alle cooperative Libera Terra hanno aderito Comuni e consorzi, Camere di commercio, associazioni di categoria, organizzazioni professionali agricole, diocesi e altri soggetti economici, sociali e culturali. Le cooperative sono anche luoghi di esperienze formative, accessibili a migliaia di studenti, giovani e persone attraverso volontariato, educazione ambientale e organizzazione di tour secondo i criteri del turismo responsabile.