Ricercando
la responsabilità
perduta

di Gian Maria Fara
30 gennaio 2018

Siamo ormai di fronte a un sistema che sempre più spesso produce decisioni e scelte senza responsabilità. E’ dunque responsabilità la parola chiave che l’Eurispes ha scelto per il Trentesimo Rapporto Italia. Il Paese è confuso sul piano politico e ondeggia indeciso tra conservazione e cambiamento. Tra desiderio di stabilità e spinte populiste. Tra ragionevolezza e nichilismo.

Si confrontano due tendenze ben distinte, per dirla con Max Weber: l’etica della responsabilità e l’etica della convinzione. Semplificando e volgarizzando: la prima si affida alla testa, la seconda alla pancia. In termini politici, l’etica della responsabilità impone la riflessione, il calcolo, la capacità previsionale, il confronto nel rapporto fra mezzi e risultati possibili, in una parola il metodo democratico nella scelta delle azioni. L’etica della convinzione si affida invece ad una fede, ad una mera visione di carattere messianico, che non può essere messa in discussione se non attraverso un’eresia. Ed è quest’ultima, purtroppo, che sta dominando.

La fuga dalle responsabilità è ampiamente rappresentata da quei politici che cercano di conquistare il consenso stimolando gli istinti più retrivi degli elettori e nel contempo da quei milioni di cittadini che decidono di non partecipare più al voto. Dalla gara fra imbonitori a cui assistiamo ogni giorno, dove si promette tutto a tutti: riduzione della pressione fiscale, eliminazione del canone Rai, reddito di cittadinanza, reddito di inclusione, reddito di dignità, nuovi posti di lavoro, abolizione delle tasse universitarie e altro ancora. Dalla pochezza del sistema di informazione. Da un decentramento dei poteri a Regioni, enti locali, aziende erogatrici dei servizi, dirigenti e funzionari, che malauguratamente ha portato a un desolante abbandono dei propri doveri. Da una pubblica amministrazione, in particolare, in cui non vi è più nessun titolare di firma che non pretenda, assieme alla sua, anche quella del “superiore in grado”.

Eppure ci troviamo di fronte a segnali interessanti di inversione della tendenza che ha afflitto l’Italia, più di altre nazioni europee, negli ultimi dieci anni. Cresce il Pil, cresce l’occupazione, si attenua, sia pure di poco, la pressione fiscale. Sul piano della sicurezza, le nostre Forze di polizia e i nostri Servizi di Intelligence, sono considerati un’eccellenza a livello internazionale, come la Procura antimafia. Ottimi frutti sta dando la nuova politica dei Beni culturali, come la filiera dell’agroalimentare. Ma il Paese, che siamo tutti noi, si sente deluso, tradito da un Sistema che non riesce più a garantire prospettive per il futuro. Nello stesso tempo, lo accusa per aver utilizzato la delega per rafforzare il proprio potere e i propri privilegi. E, in ogni caso, questa potenza non riesce a tradursi in energia.

I casi di assenza di responsabilità, sono numerosi. Fra questi, figura anche lo sport nazionale di attaccare il nostro sistema sanitario, che in realtà è fra i più avanzati a livello internazionale. Ciò che invece è drammaticamente evidente, è la difformità nell’erogazione del bene-salute tra le diverse aree regionali. Ma questo non chiama in causa i principi ispiratori, bensì i clamorosi dislivelli nella capacità di gestione. Il primo Rapporto sul sistema sanitario, che l’Eurispes ha realizzato insieme con l’Enpam, ha poi rilevato una pericolosa emorragia di figure professionali create dal sistema universitario italiano che emigrano in altri paesi, soprattutto europei. Dal 2005 al 2015, più di 10 mila medici sono andati a lavorare all’estero, il 52 per cento dell’intera mobilità nel settore a livello europeo. Un generoso cadeau fatto ad altri, visto che la costruzione di una sola professionalità medica costa al Paese almeno 500 mila euro.

Ma più che combattere questo spreco di risorse, più che preoccuparsi di chi abbandona il paese, l’ossessione è quella, coltivata anche in Europa, di creare le paure, prima fra tutte quella dell’immigrazione. E dire che abbiamo poco più di 5 milioni di stranieri, l’8 per cento della nostra popolazione, i quali producono l’8,8 per cento del Pil italiano (circa 127 miliardi), versano 8 miliardi di euro all’Inps, ne ricevono solo 3 in pensioni, e contribuiscono a contrastare la denatalità in uno dei paesi al mondo in cui si fanno meno figli e il tasso di invecchiamento è fra i più alti.

Non ci aiuta l’Europa, che vive un’autentica “crisi esistenziale”, per dirla con il presidente della Commissione Ue Jean Paul Junker, tra alto divello di disoccupazione, diseguaglianze sociali, “la montagna dei debiti pubblici, la crescente ritrosia ad accogliere immigrati. Bisogna rimettere al centro “la Politica”. Pensare che l’Europa potesse farne a meno, è stato un grave errore, già all’origine e poi ripetuto in varie occasioni, fino al Trattato di Lisbona. L’Italia, in passato, ha dato un grande contenuto alla costruzione europea, dal Manifesto di Ventotene al Trattato di Roma. Dobbiamo tornare ad essere protagonisti, a far sì che l’Unione faccia un vero salto di qualità.

La nostra stella polare, il meccanismo per riuscire a ricollegare “Paese” e “Sistema”, non può che essere la Costituzione, della quale celebriamo i 70 anni. Leggiamola e rileggiamola, pensiamola e condividiamola, senza retorica e conservatorismi inutili, ma con la responsabilità di proiettarla verso quei nuovi orizzonti che la globalizzazione ci propone.