Società

Alzheimer e ricerca: 7 consigli per aiutare la prevenzione

di redazione
25 gennaio 2016

Riprendiamo un intervento della dott.ssa Rosanna Squitti, ricercatrice della Fondazione Fatebenefratelli, che da anni si occupa di studiare quali sono i fattori predittivi nell’insorgenza dell’Alzheimer, con l’auspicio di poter contribuire alla diffusione di informazioni utili alla prevenzione, almeno parziale, di questa malattia.

 

Dott.ssa Squitti, di recente si è visto come un alterato metabolismo del rame triplichi il rischio di ammalarsi di demenza. Ci può spiegare meglio come funziona questo meccanismo?

E’ stato dimostrato il coinvolgimento del rame nei meccanismi che sono ritenuti alla base della cascata ‘amiloidea’, cioè della serie di processi neuropatologici che coinvolgono la proteina beta amiloide che forma le placche nel cervello dei pazienti con questa malattia, e portano alla morte dei neuroni, le cellule che formano il cervello.

Prima di arrivare alla formazione di queste placche ci sono molteplici meccanismi che avvengono nel cervello ed il rame è coinvolto in uno di questi. La malattia di Alzheimer è considerata una malattia multifattoriale ad esordio tardivo: questo significa che ci sono più fattori che contribuiscono all’insorgere della malattia, che vengono definiti fattori di rischio. Tali fattori sono di tipo genetico, ereditario, di tipo ambientali (stile di vita, dieta e abuso di alcool) e traumi cranici ed interagiscono tra di loro in maniera complessa fino a determinare la suscettibilità del singolo individuo ad ammalare. In altre parole, nella complessità della vita umana, l’insieme di questi fattori, in proporzione diversa da individuo ad individuo, ha effetto sull’insorgere della malattia.
Gli studi che sono stati condotti sul rame a tantissimi livelli, sia quelli di laboratorio in colture cellulari (molto meccanicistici), in cui si è visto l’effetto del rame nella produzione delle sostanze tossiche, sia negli studi epidemiologici su larga scala di popolazione, hanno dimostrato come la dieta contenente un alto contenuto di rame abbia un effetto sul peggioramento dello stato cognitivo delle persone e sulla mortalità in generale.
Il modello proposto per spiegare il coinvolgimento del rame nella malattia di Alzheimer parte dalla struttura stessa della proteina beta-amiloide, che ha al suo interno una specifica sequenza che lega il rame.
Quando lega il rame la proteina ne produce il cambiamento dello stato di ossidazione. Si genera quindi una reazione di ossidoriduzione del rame che causa un passaggio di elettroni con produzione di radicali liberi e stress ossidativo
In particolare si genera una molecola pro-ossidante, l’acqua ossigenata, che reagendo a sua volta con i metalli produce dei circoli viziosi in cui si generano di continuo radicali liberi, che danneggiano le cellule. Esse sono, infatti, molecole molto reattive che distruggono tutto ciò che incontrano. In particolare danneggiano le membrare delle cellule e le molecole del DNA, e nel tempo questi continui danneggiamenti possono portare alla neurodegenerazione e alla morte cellulare.

Entrando nello specifico, i suoi studi cosa hanno messo in risalto rispetto alle dinamiche che ci ha appena descritto?
Il nostro gruppo di ricerca si è occupato della parte successiva e cioè di capire cosa succede nell’uomo.
Inizialmente abbiamo fatto degli studi molto semplici, misurando il rame ed altri metalli nel siero dei pazienti con malattia di Alzheimer, correlando queste misure con lo stato cognitivo dei pazienti ma anche con altri deficit tipici della malattia di Alzheimer.
Da questi studi di correlazione si è visto che i livelli più alti di rame, in particolare del rame non legato alle proteine detto anche rame libero o rame non ceruloplasminico, correlano con i deficit cognitivi sia di natura cognitiva, neurofisiologica che anatomica, come l’atrofia, cioè la morte dei neuroni che si evidenzia con indagini di Neuromaging del cervello, come la Risonanza Magnetica Nucleare, ma anche con i marker di malattia che sono presenti nel liquido cerebrospinale.
C’è stato uno studio del 2014,” Value of serum nonceruloplasmin copper for prediction of mild cognitive impairment conversion to Alzheimer disease” pubbicato su Annals of Neurology, che ha dimostrato come il rame non ceruloplasminico possa dare delle informazioni, possa cioè predire quali soggetti con Mild Cognitive Impairment (considerata una condizione che prelude alla malattia di Alzheimer ) peggioreranno verso una forma di franca demenza. E’ stata analizzata una coorte di 131 soggetti per 6 anni. All’inizio dello studio sono stati misurati i livelli di rame non ceruloplasminico e di altri metalli, e lo stato cognitivo al tempo che è stato poi rivalutato semestralmente fino alla fine dello studio, durato circa 6 anni.
Questo nostro studio ha dimostrato che i pazienti che al tempo iniziale avevano un valore del rame ceruloplasminico maggiore di 1,6 micromolare avevano triplicato il rischio di sviluppare l’Alzheimer, e la transizione da Mild Cognitive Impairement a demenza franca avveniva con una velocità più rapida (circa un anno e mezzo) rispetto ai soggetti con valori di rame inferiore a 1.6 micromolare (tempo di conversione di 4 anni).

Spesso nella vita quotidiana si fa ricorso ad integratori , peraltro senza una prescrizione medica. Queste assunzioni, quindi, possono essere controproducenti ?
In un lavoro del 2011 uscito su Arch Intern Med. 2011;171(18):1625-1633) è stato messo in relazione l’uso degli integratori con il tasso di mortalità ed è stato dimostrato come, in particolare per gli integratori contenenti rame, l’assunzione aumenti il rischio di mortalità del 18%.
C’è uno studio del 2014 (Journal of Alzheimer’s Disease 42 (2014) 893–900) che ha messo in relazione la quantità di metalli contenuti nel suolo con il tasso di mortalità per Alzheimer in tutta la Cina.
L’uso di integratori alimentari, quindi, se non prescritto per una effettiva esigenza, è meglio evitarlo . Questo anche perché il rame contenuto negli alimenti è sufficiente ad apportare il quantitativo di rame necessario per le necessità del nostro organismo. Le linee guida OMS riportano una RDA (Recommended Daily Allowance o dose giornaliera consigliata) pari a 0,9 – 1,2 mg al giorno, mentre già con l’alimentazione ne assumiamo circa 2 mg giorno, senza contare quello che si assume da bevande ed acqua.
Da tutti gli studi condotti nel tempo dal 2002 abbiamo consolidato l’idea che questa alterazione del metabolismo del rame non sia una condizione presente in tutti i pazienti affetti da malattia di Alzheimer, ma solo in una sottopopolazione, che in questo periodo stiamo cercando di caratterizzare meglio. Il rame non fa male, anzi è un elemento importante ed eliminarlo potrebbe essere un rischio. Quindi prima di adottare qualsiasi modifica dello stile di vita o comportamento sarebbe il caso di valutare se si è cattivi metabolizzatori di rame o no. Questo esame, che si realizza testando il rame non ceruloplasminico nel siero, è oggi disponibile nel nostro nostro ospedale, al Policlinico Gemelli e in molti Laboratori di Analisi che si possono identificare consultando il sito www.canox4drug.com
Il metabolismo del rame non è l’unico fattore di rischio della malattia di Alzheimer, ma è l’unico su cui si può agire adottando uno stile di vita più salutare con semplici accorgimenti e senza controindicazioni.. In un articolo uscito su Lancet (Lancet Neurol 2014; 13: 788–94) è stato messo in evidenza come un cambiamento nello stile di vita possa avere un forte effetto sull’evoluzione della malattia.

Ci potrebbe fornire un decalogo delle azioni da seguire per prevenire efficacemente questa malattia?
Al termine della “International Conference an Nutrition on the Brain” che si è tenuta a Washington nel Luglio del 2013, gli scienziati presenti hanno pubblicato sulla rivista “Neurobiology of Aging” le 7 linee guida nutrizionali e di stile di vita per prevenire la malattia di Alzheimer:

  1. Ridurre al minimo l’assunzione di grassi saturi e trans-insaturi. (N. Barnad, M.C Morris, J. Cooper, Fraser G.)
  2. Consumare alimenti di origine vegetale (C.A. de Jager, M.C Morris, Fraser G.)
  3. Assumere 15 mg di vitamina E al giorno (M.C Morris)
  4. Assumere un integratore con vitamina B12 (C.A. de Jager, M.C Morris, Fraser G.)
  5. Evitare integratori complessi multivitaminici nei quali sono presenti ferro e rame oltre la dose giornaliera consigliata pari a 8 mg (uomo) e 18 mg (donne) ed assumerli solo quando prescritti da un medico (A.J. Bush, A. Ceccarelli, R. Squitti, G. J. Brewer). Un’importante precisazione è che questa linea guida sono rivolte ad adulti e a persone che presentino un alterato metabolismo del rame non ceruloplasminico. Un consiglio è quello di controllare prima di tutto il livello di rame non ceruloplasminico con il test C4D che adesso è disponibile anche nel nostro ospedale. Solo le persone che presentano un valore alterato devono limitare l’assunzione di rame evitando integratori, e cibi ad alto contenuto di rame come il fegato di bovino adulto e frutti di mare. (R.Squitti).
  6. Scegliere prodotti privi di Alluminio. Anche se l’effetto tossico dell’alluminio nella malattia di Alzheimer non è stato ancora ben definito. (N. Barnard).
  7. Fare 120 minuti di esercizio fisico ogni settimana. L’attività fisica costante oltre alla riduzione dei rischi cardiovascolari, ha benefici anche sull’attività cerebrale.

Il consiglio che emerge dalle linee guida è quello di verificare se effettivamente c’è un alterato metabolismo del rame e solo in quella condizione si può pensare di cambiare il proprio stile di vita, rivolgendosi in ogni caso al proprio medico che saprà indicare il percorso migliore da seguire.

(articolo apparso su Fondazione Fatebenefratelli )