Società

Azzardo: giochi senza frontiere per ragazzi

di Alessandro Di Legge
17 marzo 2015

Nonostante la flessione dell’1,4% con la quale si è chiuso l’anno passato, quello dei giochi è un comparto che non conosce crisi e con quasi 83 miliardi di euro raccolti solo nel 2014, rappresenta una delle industrie più fiorenti del nostro Paese. Di interessi in campo, neanche a dirlo, ce ne sono molti, tanto che il Governo ha deciso di mettervi mano con la Legge di Stabilità.

Mentre è approdata alla cosiddetta “Bicameralina” la bozza del decreto legislativo sull’azzardo (decreto attuativo dell’art. 14 della legge n.23/14, “Delega Fiscale”), molte sono le voci che si levano contro il riordino del settore. Primi fra tutti gli Enti locali che in questi anni si sono già impegnati in una regolamentazione del gioco d’azzardo a livello territoriale, insieme alle numerose associazioni che hanno sostenuto l’impegno di molti Comuni e Regioni in questo àmbito. La conformità alle disposizioni nazionali comporterà, infatti, il conseguente decadimento delle attività regolatorie già sperimentate sul territorio.

Fanno discutere in particolare la questione legata alla pubblicità e la mancanza di divieti stringenti; il contenimento del numero delle macchine da gioco segnalato nel testo ma non argomentato con specifiche linee di azione, e l’istituzione di un “fondo buone cause”, che è, a conti fatti, una tassa di scopo, ossia il trasferimento al finanziamento di progetti destinati al sociale di parte delle entrate erariali derivanti dal gioco. Quest’ultima, secondo alcuni, è un modo per vincolare e condizionare il mondo del volontariato e “ripulire” l’immagine dei gestori (ma anche dello Stato).

Si teme poi possa essere disperso il patrimonio di buone pratiche acquisite attraverso le politiche messe in atto dalle diverse realtà locali. E ciò soprattutto in riferimento alle iniziative di informazione e prevenzione contro le ludopatie e il recupero di quanti sono già caduti nelle maglie della dipendenza.

Secondo il Movimento NoSlot, che raccoglie diverse realtà dell’associazionismo, «il divieto di pubblicità viene ridotto a un divieto nei confronti del gioco illegale o di operatori off e online privi di concessione. Essendo il sistema dell’azzardo legale italiano improntato al regime concessorio (lo Stato “concede” a privati licenze per l’esercizio dell’attività) non è difficile dedurne che il divieto non opera per la totalità degli operatori di gioco». Ma non solo: «Regioni e Comuni non avranno più alcuna voce in capitolo né per quanto attiene la determinazione delle distanze dei punti di offerta di azzardo legale da luoghi sensibili, né per quanto riguarda la limitazione degli orari di apertura degli stessi, come previsto dall’articolo 13 del decreto».

A ben vedere, soprattutto la mancata stretta alla pubblicità rischia di essere uno dei punti deboli della riforma. Pensare di non esporre i più giovani agli spot che incentivano al gioco – vietandoli solo nella fascia oraria tra le 16 e le 19 e nella programmazione dedicata ai minori – è a dir poco un’idea anacronistica.

Le nuove generazioni sono socialmente iperconnesse, hanno la possibilità e la capacità di gestirsi attraverso le tecnologie più disparate. Si collegano alla Rete e navigano come e meglio degli adulti, portano con sé in ogni spostamento il loro smartphone sul quale messaggiano, giocano, si scambiano foto e video, interagendo con un “mondo” potenzialmente infinito. Hanno accesso e sono esposti, insomma, a qualsiasi tipo di informazione, e hanno una facilità di fruizione on e off line, prima di oggi inimmaginabile. Con tutti i rischi connessi.

I ragazzi sono la categoria sociale più naturalmente votata alla sperimentazione del nuovo e del diverso, e la dimensione ludica, soprattutto quando si punta e si può vincere qualcosa, è estremamente affascinante.

I dati Eurispes e Telefono Azzurro parlano chiaro: il 12% degli adolescenti italiani gioca soldi online, mentre il 27% lo fa in modalità “non on line”, con una percentuale di rischio molto alta che definisce i contorni di un’abitudine prettamente maschile. Giocano a soldi più spesso su Internet (39,9%) ma anche nelle sale giochi (17,8%) e nei tabacchi (14,4%). Ad 1 su 10 capita qualche volta o addirittura spesso di perdere tutti i soldi che ha a disposizione.

Diventa quindi fondamentale capire quale ruolo si sia ritagliato in questi anni il gioco d’azzardo tra le giovani generazioni e come si collochi nel quadro dei comportamenti a rischio: al pari delle droghe e dell’alcool, può diventare una forma di dipendenza, che riduce il gioco a una mera attività compulsiva, non più libera e finalizzata al divertimento.

L’obiettivo prioritario, dichiarato del Governo nell’individuazione di una legge univoca a livello nazionale, è la tutela della salute pubblica, con particolare riguardo alle “persone più deboli e ai minori”. Sebbene auspicabile, non è chiaro come si possa effettivamente andare a coprire tutti quei coni d’ombra che consentono ai ragazzi, e ormai anche ai bambini l’accesso al gioco a pagamento. Basti pensare che almeno 1 bambino su 6 ha giocato puntando soldi, 1 su 10 nelle sale giochi, con videopoker e macchinette o online.

Nonostante le disposizioni normative individuate, sembra urgente una riflessione più attenta su un fenomeno che interessa una realtà sociale sempre meno di nicchia e che trova la simpatie di un pubblico progressivamente più giovane e facilmente permeabile.