Intervista

Caselli: “senza legalità lo sviluppo è illusorio”

Recuperare reddito e qualità della vita per mezzo della legalità; una maggiore attenzione dei media alle vicende strutturali della giustizia. Da Gian Carlo Caselli la visione positiva di questi tempi difficili.
di redazione
23 febbraio 2015

L’Eurispes.it incontra Gian Carlo Caselli, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino, oggi Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Coldiretti sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

Dottor Caselli, paradossalmente rappresentati e rappresentanti si assomigliano sempre di più. I ceti dirigenti della politica, dell’amministrazione, della burocrazia e dell’imprenditorialità manifestano per primi quei difetti che conducono a ritenere il piano della legalità una semplice opzione, più che la regola… 

Indubbiamente c’è anche questo problema, che sfocia poi nel dramma rappresentato nel nostro Paese dalla crisi della legalità. La legalità è attaccata principalmente su tre fronti: l’evasione fiscale, la corruzione e l’economia illegale anche mafiosa. Sono tre forme di illegalità che in termini di business rappresentano volumi semplicemente vertiginosi. Queste cifre da capogiro determinano un impoverimento ancora una volta da capogiro. Risulta quindi evidente che qualunque recupero di legalità rappresenta un recupero sul piano del reddito e della complessiva qualità della vita. In una situazione di profonda crisi economica la legalità è la chiave per affrontare i gravi problemi che ci affliggono, la chiave per avviare il nostro Paese verso uno sviluppo ordinato. Questo percorso presupporrebbe – la sua domanda lo esplicitava – una classe politica sensibile e attenta che non sia, nella migliore delle ipotesi, invischiata in certi problemi, nella peggiore contigua – se non peggio – a dinamiche di malaffare e ai suoi protagonisti.

 

 

Gli italiani “sanno”, vengono a conoscenza della dimensione diffusa dell’illegalità attraverso i media, soprattutto quelli mainstream e, quindi, l’informazione televisiva. Un ruolo decisivo, dunque. Come giudica l’attenzione dei media alle tematiche dell’illegalità?

Naturalmente è difficile fare un discorso generalista; bisognerebbe distinguere caso per caso, a seconda delle fasi, dei soggetti e delle vicende affrontate. Certo è che c’è attenzione ma non quella incisività, quella penetrazione costante nella realtà di questi problemi che sarebbe auspicabile. Non intendo dire che le pagine dei giornali debbano essere quotidianamente strapiene dei problemi e dei casi legati alla corruzione, ma certo non ci si può accorgere della corruzione solo quando scoppia lo scandalo. Bisognerebbe affrontarla più sistematicamente, seguendo un progetto d’intervento. Noi abbiamo aspettato oltre vent’anni per avere finalmente una legge sulla corruzione, ma ecco che, quando arriva, appare piena di buchi, di incongruenze e di elementi che devono essere modificati “di corsa”. Questi elementi contraddittori emergerebbero immediatamente se l’attenzione dell’informazione – specializzata e no – fosse più ficcante e non andasse a rimorchio dei fatti, ma cercasse in qualche modo di aiutare ad orientarci nella direzione giusta, quella degli interessi generali del Paese.