Politica

C’è molto da fare in Europa. Per l’Italia così non va

Nei momenti più tesi la Troika ha preferito tirare in ballo Francia e Germania. Uno schiaffo per l'Italia, terzo creditore di Atene attraverso il meccanismo del Fondo salva-Stati dopo Berlino e Parigi.
di Nomos
3 luglio 2015

L’Europa trattiene il fiato aspettando l’esito del referendum di domenica mentre il Governo greco va avanti con la campagna per il “No” e ribadisce che non è un voto contro l’Europa e che si farà da parte se dovesse perdere. “Rassegnerò le dimissioni se vince il sì”, ha detto il ministro delle finanze Yanis Varoufakis. Ma qualunque sia l’esito, “la Grecia in ogni caso dovrà tornare al tavolo e trattare su un programma di aiuto”, ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il Fondo monetario internazionale ha quantificato l’entità di un nuovo piano: Atene ha bisogno di almeno 50 miliardi di euro fino al 2018, aiuti che potranno venire solo da un nuovo salvataggio Ue-Bce-Fmi. Un terzo piano che, in caso di vittoria del “No”, sarà molto difficile da negoziare, ha fatto sapere il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. Mentre i mercati continuano a soffrire la tensione greca, con Milano che ha chiuso in deciso calo (-1,4%), in un nuovo rapporto il Fmi torna sul problema dell’insostenibilità del debito ellenico, contro cui punta il dito da mesi. Secondo i calcoli dell’ormai morto e sepolto “Memorandum” d’intesa con i creditori, l’anno scorso sarebbe dovuto scendere al 128% del pil. E invece quest’anno viaggia sulla spaventosa soglia del 180%. Per il Fondo è la certificazione che va ristrutturato, una convinzione che il governo Syriza aveva fin dal suo insediamento e che ha provato a chiedere fino all’ultimo minuto. “Non firmeremo nessun accordo senza la ristrutturazione del debito”, torna a ripetere anche Varoufakis, spiegando che se vincerà il “Sì” al referendum la Grecia firmerà il piano proposto dai creditori ma se a prevalere sarà il “No”, “riprenderemo immediatamente le trattative”. Ma a quel punto, con un popolo che si è espresso contro i creditori e quindi – dicono le istituzioni – contro l’Europa, negoziare un nuovo salvataggio sarà “incredibilmente difficile” secondo il presidente dell’Eurogruppo. Come farà il governo, ancora più forte perché legittimato da una consultazione popolare, ad accettare un qualunque programma venga offerto dai creditori? Secondo Dijsselbloem, Tsipras si sbaglia di grosso se pensa che potrà negoziare un pacchetto “meno duro o più amichevole” dopo il referendum. Perché se Syriza non poteva cedere, nemmeno loro possono capitolare su tutto. In queste ore, però, nessuno se la sente di alzare i toni e guardare allo scenario peggiore. “Secondo me non uscirà dall’euro, farà di tutto per fare un accordo”, ha rassicurato Renzi, convinto che un’uscita “sarebbe una sconfitta politica di tutti”. Anche Juncker, che per la prima volta è sceso in campo per contraddire le indicazioni elettorali di un Governo europeo, ieri si è limitato a ricordare ai greci la grande responsabilità che portano: “Aspettiamo il risultato del referendum e lo prenderemo in considerazione, ora è il momento che i greci decidano il loro futuro”. E anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella spinge ancora per il dialogo: “Auspichiamo che la Grecia possa trovare rapidamente un’equilibrata intesa per riavviare un percorso di stabilità e crescita nell’alveo dell’Unione Europea, cui Atene appartiene”. La crisi del debito greco è servita per mettere in guardia il governo di Renzi. Nelle ore più delicate della trattativa gli uomini di Palazzo Chigi sono stati ignorati dalla Commissione europea, dal Fondo monetario e dalla Banca centrale. Nei momenti più tesi la Troika ha preferito tirare in ballo Francia e Germania. Uno schiaffo per l’Italia, terzo creditore di Atene attraverso il meccanismo del Fondo salva-Stati dopo Berlino e Parigi. Intanto il governo rischia di subire un brusco stop anche sul fronte interno. La riforma costituzionale – con la relativa abolizione del bicameralismo paritario – rischia di arenarsi al Senato. Ieri 25 senatori della minoranza Dem hanno rilanciato la proposta che fu di Vannino Chiti: un Senato eletto dai cittadini in concomitanza dei Consigli regionali, attribuendogli ulteriori competenze legislative. La novità è che questa volta sulle posizioni di Chiti ci sono anche i bersaniani che invece l’anno scorso avevano votato con la maggioranza per il Senato delle Regioni. Miguel Gotor ha spiegato che a indurli a cambiare è stata l’approvazione del nuovo Italicum, con il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione, che “introduce di fatto una riforma della forma di governo”, che richiede un Senato delle garanzie. Un amo lanciato anche ad altri partiti, dunque, a cui non dispiace il Senato elettivo: da Fi ad Ap, da Sel a M5S. La settimana prossima si capirà quanto sarà turbolento l’iter della riforma.

Alle 11 è convocato il Consiglio dei ministri. L’ordine del giorno non è stato ancora definito. Con tutta probabilità, oltre al decreto-legge per la partecipazione di personale militare all’operazione dell’Unione europea nel Mediterraneo centromeridionale, l’esecutivo dovrebbe licenziare un provvedimento d’urgenza per risolvere il sequestro degli stabilimenti Fincantieri disposto dalla magistratura.