Società

“Corri, Forrest, corri”…all’estero!

Lo stesso ottimismo, purtroppo, non è più di casa dalle nostre parti soprattutto per le giovani generazioni che sembrano essere schiacciate dagli effetti devastanti della crisi economica e dal riverbero asfissiante delle scelte prese per rispettare i “parametri europei”
di Sergio Bini
28 maggio 2015

Forrest Gump è il film USA che, forse più e meglio di tantissimi altri, rappresenta didatticamente come tutti i cittadini possano – o meglio debbano – applicare l’emendamento della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America [Filadelfia il 4 luglio 1776] che fa riferimento al “diritto alla ricerca alla felicità”; l’essenza americana sembra sostanzialmente risiedere tutta nella: «the undeniable right to the pursuit of happiness» (il diritto inalienabile alla ricerca della felicità). La frase scritta da Thomas Jefferson è divenuta nel tempo la base dell’ottimismo e, quindi, il motore del sogno di ciascun americano che cerca di vedere e di cogliere ogni opportunità utile per la propria realizzazione.

Per chi non lo avesse visto, il protagonista del film del 1994, interpretato da Tom Hanks [diretto da Robert Zemeckis e liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Winston Groom], è una persona che pur avendo dei problemi fisici e un quoziente intellettivo inferiore alla media, riesce a trovare nel suo Paese soluzioni vincenti, grazie alla forza di volontà e ad una serie di coincidenze favorevoli, non sempre casuali. Il film ha avuto la capacità di entrare nella cultura popolare statunitense soprattutto per l’incitamento: «corri, Forrest, corri» che è entrato a far parte del linguaggio quotidiano come formula da utilizzare per potersi caricare e per poter superare positivamente ogni ostacolo e i momenti più difficili.

Lo stesso ottimismo, purtroppo, non è più di casa dalle nostre parti soprattutto per le giovani generazioni che sembrano essere schiacciate dagli effetti devastanti della crisi economica e dal riverbero asfissiante delle scelte prese per rispettare i “parametri europei” che sono ovviamente esclusivamente economico-finanziari che privilegiano sia la shareholder satisfaction al posto della citizen satisfaction , sia l’attenzione allo spread piuttosto che “ai bisogni della gente”.

I numeri parlano chiaro, anche se è sufficiente girare per le strade di una qualsiasi città medio-grande italiana e osservare il disagio della gente e il degrado generalizzato.

Nelle nostre giornate tristi nelle quali predominano le tinte scure, pessimistiche e cariche di tanta disaffezione e sfiducia, soprattutto nei confronti dei decision makers.

Tra le molteplici criticità, c’è un ambito che dovrebbe creare le maggiori preoccupazione soprattutto ai governanti nazionali: lo stato delle giovani generazioni.

I NEET: giovani senza speranze per il futuro

Dai recenti dati ufficiali ISTAT, i NEET (Not in Education, Employment or Training) – i giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano non lavorano e non sono impegnati in nessuna forma di apprendimento professionale – hanno raggiunto nel 2013 la soglia record di 2.435.000; il 26% della popolazione di età compresa tra i 15 ed i 29 anni viene collocato “fuori dai circuiti formativi e lavorativi”. L’Italia supera abbondantemente il valore medio della UE a 28, che si attesta a 15,9%; i dati UE variano tra l’8,7% della Germania al 28,9% della Grecia.

Dei NEET italiani il 27,7% sono donne, mentre il 24,4% sono uomini. La distribuzione sul territorio nazionale di questo fenomeno è ancora di più preoccupante, perché varia dall’11,2% della provincia di Bolzano al 39,7% della Sicilia.

Eppure l’ISTAT fa notare che tra il 2005 ed il 2007 il fenomeno si era assottigliato passando dal 20% al 18,9%.

Inoltre, la fotografia scattata dall’ISTAT al 30 aprile 2015 (flash “dati occupati disoccupati – marzo 2015”) evidenzia dei dati per la popolazione giovanile (cioè nella fascia di età 15 – 24 anni) che lasciano interdetti: tasso di occupazione: 14,5%; tasso di disoccupazione: 43,1%; tasso di inattività: 74,5%. Mentre il tasso di disoccupazione complessivo si attesta al 13% e il tasso di occupazione (fascia di età 15-64 anni) è del 55,5%.

I giovani abbandonano l’Italia per emigrare all’estero

Secondo i dati dell’AIRE – Anagrafe Italiani Residenti all’Estero – (elaborati da Sergio Nava per il Sole 24 Ore), emerge che durante il 2014 sono emigrati all’estero 101.297 “giovani cervelli” italiani contro i 94.126 del 2013. Di questi, l’82% si trasferisce in Europa; il 9 % in America; il 3% in Africa; il 3% in Oceania; il 3 in Asia. Tra i giovani che migrano in Europa: il 17% vanno nel Regno Unito il 15% in Francia; il 12% in Germania; l’11% in Svizzera; il 7% negli USA, il 7% in Belgio; e così via [il Sole 24 Ore del 13 aprile 2015]. Nelle rete però si trova che questi dati ufficiali sarebbero di gran lunga inferiori al numero delle persone che si trovano realmente all’estero senza registrarsi ufficialmente all’AIRE.

Sembra la semplice conferma dei dati dell’indagine effettuata da EURISPES per il Rapporto Italia 2015: “il lavoro e gli italiani: aspettando Godot con la valigia in mano”; ben il 45,4 % dei nativi italiani si trasferirebbe all’estero; la percentuale è progressivamente lievitata dal 37,8% del 2006, al 40,6% del 2011 e del 2012.

I dati costituiscono una conferma – qualora ce ne fosse bisogno – che le condizioni di vita nel nostro Paese sono sempre più difficili rispetto al passato per aree sempre più ampie di cittadini, al punto da indurre una parte di loro a valutare possibile l’opportunità di trasferirsi all’estero. Sembra quasi che gli effetti della crisi stiano materializzando una vecchia teoria popolare meridionale: il disagio si trasforma in emigrazione «quando la fame diventa più forte dell’amore per la propria terra».

Dall’indagine emerge, inoltre, che i più propensi a recarsi all’estero sono gli studenti (quasi il 65%); anche la maggioranza di coloro che sono in cerca di una nuova occupazione (59,8%) e la gran parte di chi è alla ricerca del primo impiego (52,7%) si dicono pronti a mettersi in gioco andando all’estero. Ma anche il 48,4% degli occupati emigrerebbero volentieri [d’altronde sono tantissime le informazioni che danno notizia che gli italiani che riescono a trovare il lavoro all’estero guadagnano mediamente il 50% in più, a parità di tutte le condizioni].

I dati Eurispes confermano che anche forme di occupazioni sostanzialmente precarie (a prescindere dagli slogan e dalle definizioni ad effetto) spingono nella scelta di fare i bagagli: il 67,2% degli atipici; il 66,7% di chi ha contratti a tempo determinato; il 51,5% delle partite IVA.

È il quadro generale della vita quotidiana intaccato dal progressivo degrado dei livelli di qualità della vita dei cittadini, dal peggioramento dei livelli qualitativi e quantitativi dei servizi pubblici e l’assottigliamento dei diritti teoricamente previsti dalla Costituzione per fare spazio al nuovo “dovere costituzionale”: il “pareggio di bilancio”. In questo modo una comunità nazionale viene trattata come una “azienda appartenente ad una multinazionale”.

D’altronde, basta ascoltare qualche programma radiofonico dei principali canali per essere sommersi da martellanti e avvincenti campagne pubblicitarie che incitano i giovani (e le piccole aziende) a recarsi all’estero.

Dalla stessa indagine emergono altre interessanti informazioni che andrebbero analizzate con le logiche del problem finding/problem solving per individuare le cause che sono a monte di questi drammi sociali soprattutto perché anche chi ha una occupazione si lamenta: il 68,1% ha poco tempo per se stesso e il 52,4% ha difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.

La quotidianità lavorativa è, altresì caratterizzata da assenza di stimoli professionali per il 46,6% dei lavoratori mentre il 44,5% si sente schiacciato da pesanti carichi di lavoro. Il 57,7% non si sente in grado di fare progetti per il futuro.

Sembra quasi di scorgere uno scenario rappresentato da generazioni di apolidi in perenne migrazione verso altri territori con il (solo) miraggio di migliori condizioni-base di vita o solo di cibo. Ma questa nuova umanità sarà composta da persone sradicate che dovranno continuare ad essere “stranieri ovunque” muovendosi secondo nuove forme di nomadismo molecolare senza punti di riferimento, senza diritti e senza capacità di negoziare le proprie condizioni lavorative e di vita. Schiacciati sul presente e dall’esigenza di soddisfare i bisogni primari della “piramide di Maslow” hanno “esternalizzato la gestione delle proprie risorse” affidandole ad istituti bancari globalizzati, nonché vittime inconsapevoli dell’“outsourcing della memoria” perché per accedere ai saperi sono costretti a fare riferimento a “server” oppure a “cloud” sparsi nel mondo.

In un recente interessante libro, Giorgio Manfré [Le radici culturali del disagio contemporaneo, ed. EMIL, 2014] richiama il pericoloso fenomeno dell’«outsourcing della memoria» che depotenzia «la capacità di ricordare» e crea un ambiente nel quale prolifica l’epoca delle “passioni tristi” … caratterizzato dal «sintomo di una profonda difficoltà di desiderare la vita, in particolare della difficoltà – da parte dei giovani ma anche degli adulti – di dare una forma espressiva a tale desiderio». Ma la parola “desiderio” ha un significato differente da quello che il mondo della pubblicità ci rappresenta quotidianamente; l’etimologia della parola “desiderio” rinvia all’attesa ed alla veglia, ovvero all’ampiezza dell’orizzonte che tiene viva la speranza nono stanza l’incertezza nel seguire la rotta indicata dalle stelle (dal latino “de” e “sidera”: senza le stelle).

Ma sul concetto di «outsourcing della memoria» e sulla sua pericolosità sociale si è soffermato con un approfondimento il grande sociologo Zygmunt Bauman [La vita tra reale e virtuale, EGEA]. Per Bauman: «la comunità è qualcosa che rafforza l’individuo, la sua autostima e la fiducia in se stesso. E se la “rete” (il web) da un lato ci mette in contatto più velocemente con molti, dall’altro ci rende però più deboli, aumentando il senso di solitudine, portando insicurezza e, a lungo andare, infelicità». Ma lo sradicamento dei punti di riferimento culturali e la progressiva perdita delle memorie collettive sta omologando tutti gli ambienti del pianeta trasformandoli in tanti “non-luoghi” [Marc Augé, Nonluoghi, Elèutera, 2009] – alle diverse latitudini, solo i brand delle grandissime multinazionali divengono immagini familiari –. In questo percorso di assottigliamento dei valori culturali che dovrebbero costituire l’ossatura portante della cittadinanza aiutano a disorientare le persone che oggi sono prese in considerazione solo se sono dei buoni “consumatori”; la cittadinanza ed i valori culturali vengono interessati da processi di cambiamento dei significati che li stanno relegando progressivamente ad aspetti meramente amministrativi.

Relativismo culturale, banalizzazione delle vere radici culturali della nostra civiltà e delocalizzazione dei momenti decisori hanno progressivamente inaridito le sensibilità e progressivamente rimosso uno dei concetti-guida dell’umanità tanto caro ad Antoine de Saint-Exupéry: «… non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi …»; principio che è possibile realizzare solo da quelle persone che abbiano introiettato sensibilità, valori, conoscenze e la capacità di sognare e, quindi di trovare nuove strade.

Per concludere

Per concludere si vogliono prendere in prestito le parole del pontefice Benedetto XVI, quando – già nel 2009 –nell’enciclica “Caritas in Veritate” evidenziava che: «la mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio, Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quello che accadeva nella società industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l’attuale crisi può solo peggiorare tale situazione. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “l’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” … » [c. 25 – p. 36-37]

Forse aveva proprio ragione Tacito quando sottolineava che: «Solitudinem faciunt et pacem appellant» (creano il deserto e lo chiamano pace) [De vita et moribus Iulii Agricolae]. Questa citazione viene richiamata da Luigi Einaudi all’interno di un testo del 1923 lucidamente anticipatore della situazione attuale; lo scritto è contenuto in una recente ristampa imperdibile: Luigi Einaudi, il paradosso della concorrenza, (riedizione curata da Alberto Giordano), Rubbettino 2014.