Eccellenza

Per una cultura della qualità

di redazione
23 febbraio 2015

L’eccellenza nell’epoca della massificazione. Da quando nel lontano millesettecento l’introduzione del telaio meccanico in Inghilterra diede il via alla rivoluzione industriale e cominciò la produzione in serie, i beni offerti sul mercato subirono diverse trasformazioni, delle quali quelle immediatamente evidenti furono, da un lato, la riduzione del costo e di conseguenza del prezzo e, dall’altro, una modificazione della qualità. Nella quasi totalità dei casi i beni prodotti dalle fabbriche risultarono qualitativamente superiori a quelli più scadenti eseguiti con procedure artigianali, ma anche inferiori alle creazioni di grande pregio realizzate da sapienti artigiani in grado di unire la lezione della tradizione all’amore per il lavoro ben fatto e ad un pizzico di creatività personale. Avvenne perciò che, a causa dei vantaggi della produzione in serie, tutti i prodotti già noti prima della rivoluzione industriale, con il passare degli anni, venissero fabbricati in serie accrescendone la disponibilità, riducendone il costo e consentendone l’accesso a strati sempre più ampi di popolazione, ma anche abbassandone la qualità media.

Anche gran parte dei beni, frutto delle invenzioni che si sono succedute negli ultimi due secoli, furono inizialmente prodotti a livello artigianale in piccoli atelier da abili artigiani e solo in un secondo momento sono entrati nell’ambito delle produzioni industriali di serie: si pensi alle pistole, alle automobili, alle biciclette ed alle motociclette, agli aeroplani, alle cucine a gas, ai preparati galenici, al panettone, agli apparecchi radio, ai software per l’utilizzo dei calcolatori. Ma parallelamente la stessa industria, appoggiandosi alle scoperte scientifiche e spinta dal desiderio di conquista delle nazioni industriali, inventò nuovi prodotti che non potevano per loro stessa natura essere fabbricati artigianalmente se non per aspetti di dettaglio, come, ad esempio (ma l’elenco potrebbe essere infinito) le ferrovie, le grandi navi, le turbine elettriche, gli aerei commerciali e da combattimento, gli elicotteri, le lampadine, i televisori, i calcolatori, i telefoni portatili, i pneumatici, i cavi elettrici, i farmaci di sintesi, le apparecchiature diagnostiche, le centrali nucleari, le navi spaziali, i satelliti artificiali, e così via.

Se i beni offerti sul mercato sono per la stragrande maggioranza prodotti industriali, a fianco delle grandi fabbriche che producono manufatti di serie continuano tuttavia a prosperare piccole aziende che si dedicano a prodotti unici di grande qualità, spesso per una clientela elitaria e danarosa, nei settori più disparati, dalla fabbricazione di orologi alla produzione di carte di grande pregio, dalla costruzione di auto da competizione alla confezione di vestiti di alta moda riservati agli happy few (ma gli abiti da sposa in Occidente ed il chimono nuziale in Giappone rientrano nel bilancio di tutte le fanciulle, anche di modesta condizione). Infine e soprattutto, sopravvivono (e prosperano) ancora oggi settori manifatturieri che sono rimasti di esclusivo o prevalente appannaggio dell’artigiano o della piccola impresa: si pensi alla fabbricazione dei violini, delle barche a vela da competizione, delle selle da equitazione, dei gioielli “firmati”, dei vetri soffiati, di quei mobili e di quegli altri elementi di arredamento concepiti come pezzi unici e spesso al confine con la produzione d’arte.

Ma dove la piccola impresa manifatturiera trova ancora, nel Duemila, un vasto spazio per proporsi con la sua eccellenza è soprattutto il settore alimentare, dove i vini, i formaggi, gli olî, i salumi, i paté, il pane, i dolci, le grappe ed i whiskey di artigiani sapienti mantengono un predominio qualitativo talmente evidente nel confronto con il prodotto di fabbrica che non è da attendersi un ridimensionamento della loro offerta, nonostante la facile previsione che il divario di prezzo con i prodotti industriali sia destinato ad accrescersi.

Un primo ampio e diffuso ambito nel quale si manifesta l’eccellenza è dunque quello dell’azienda piccola o anche piccolissima, dove antichi saperi artigiani uniti alla conoscenza dei risultati più avanzati della ricerca danno vita a prodotti di alta qualità e spesso unici.

Questo vuol dire che il prodotto industriale di serie non può raggiungere l’eccellenza?

La risposta non è sempre negativa: in quasi tutti i settori dove opera la grande industria è possibile avere prodotti di eccellenza che si distaccano da quelli della concorrenza per una migliore qualità dei materiali impiegati, per una maggior cura della lavorazione, per una più grande resistenza all’usura, per una eccellenza delle prestazioni, per la forma (design) capace di conferire al prodotto un aspetto nuovo ed accattivante. Quando un’industria o una linea di prodotto riuniscono tutte o la maggior parte delle caratteristiche sopra elencate, diremmo che ci troviamo di fronte ad una situazione di eccellenza. Nel caso della grande industria, tuttavia, non è sufficiente limitarsi all’analisi del prodotto per certificarne l’eccellenza: è anche necessario conoscere le condizioni di lavoro ed i rapporti della società con i dipendenti, i legami con il territorio, il rispetto nei processi di lavorazione della dignità umana e dell’integrità dell’ambiente. L’impresa è anche un organismo sociale e sarebbe evidentemente un controsenso definire eccellente un prodotto se questo è stato fabbricato con lo sfruttamento del lavoro minorile, con l’inquinamento dell’ambiente, ovvero con pratiche antisindacali illegittime o criminali. Il giudizio di eccellenza non può disgiungere il prodotto dal produttore.

Inoltre, non è inutile ricordare che nei confronti dei beni che escono dalle fabbriche, proprio perché prodotti in serie, ed in particolare quelli destinati ad un consumo di massa, il giudizio di eccellenza debba essere formulato con riferimento al settore di mercato al quale si rivolge e confrontato con i prodotti concorrenti. Non ha infatti senso paragonare la Rolls Royce con la Cinquecento Fiat, ma ciò non esclude che la piccolissima utilitaria possa ambire lo stesso ad una menzione di eccellenza nell’ambito del suo settore di mercato, o, che non è molto diverso, con beni della stessa fascia di prezzo.

I “servizi” eccellenti. Anche in agricoltura possono darsi eccellenze, ma il loro verificarsi è molto più raro, a meno che non ci si riferisca a quei prodotti di prima trasformazione, come il formaggio, l’olio o il vino, ai quali si accennava in precedenza. Per i frutti della terra e dell’allevamento si può parlare piuttosto di prodotti di qualità. Essi sono di solito legati a determinate varietà biologiche (o species) o a precisi territori, meglio ancora al binomio species – territorio, come nel caso delle carni di razza maremmana dei bianchi bovini dalle gigantesche corna, nutriti con le dure erbe del palude costiero toscano, o di quelle dell’Angus massiccio che si pasce del trifoglio irrorato di sale dal freddo vento che dal mare del Nord soffia sugli altipiani di Scozia, o la lana morbidissima delle caprette d’Angora che si allunga e si gonfia turgida, soffice ed abbondante sui gelidi altopiani dell’Asia centrale e del Kashmir, o i pomodorini di Pachino che trovano nelle torride estati della sciroccosa Val di Noto siciliana il calore sufficiente per sintetizzare gli zuccheri che lo contraddistinguono, o i bergamotti di Calabria che incontrano il loro habitat ideale in esigue strisce di terreni alluvionali stretti fra le montagne e il mare, o il miele di Sardegna che viene distillato dagli stami della precoce fioritura della fragrante macchia mediterranea. Ma pare più corretto per questi come per altri prodotti “unici” (le cui caratteristiche vanno difese e protette) parlare piuttosto di qualità, e non di eccellenze, che anche lessicalmente prevedono un contesto con il quale confrontarsi.

Nel caso delle imprese di servizi, infine, il discorso sulle eccellenze si fa molto ampio, anche se più difficile. Nel settore dei servizi, infatti, non vi è un prodotto che si presenta al giudizio ma è la stessa impresa, con i suoi dipendenti e la sua organizzazione, ad entrare in contatto con il fruitore e quindi la valutazione investe ambiti più ampi e più delicati, perché non si tratta soltanto di eccellere nel servizio che si propone, ma anche e congiuntamente nel modo e nelle forme con le quali il servizio viene fornito. Non potremo, ad esempio, definire eccellente una linea aerea solo perché rispetta gli orari, non ha incidenti e non pratica overbooking, ma pretendiamo che il personale, di bordo ed a terra, sia preparato e gentile, che i pasti a bordo siano soddisfacenti, che lo spazio fra i sedili sia adeguato alla durata del volo, che le informazioni a terra ed in volo siano precise, che le operazioni di imbarco e di sbarco siano compiute con la massima celerità e compostezza, che la sicurezza sia garantita anche al di là degli standard previsti dai regolamenti di polizia.

Ragionamenti non dissimili valgono per tutti i servizi, la casistica dei quali è pressoché infinita, giacché nella categoria dei servizi si spazia dalla banche alle rivendite al dettaglio, dalla telefonia alla televisione, dai motori di ricerca sulla Rete ai parrucchieri, dai taxi ai villaggi-vacanze, dalle agenzie immobiliari alle assicurazioni, dalle case di cura ai centri di formazione, dai giornali agli studi di progettazione edile ed architettonica, dalle società di certificazione alle lavanderie sotto casa, dai ristoranti alle imprese di pulizie. Inoltre, nel novero delle strutture che offrono servizi non troviamo solo imprese private ma anche Istituzioni pubbliche che operano negli stessi campi e con le stesse finalità delle imprese private e per le quali è doveroso riconoscere, quando sia accertata, l’eccellenza. Le scuole e le Università possono essere sia pubbliche che private, e così gli acquedotti, i trasporti pubblici, i teatri e gli stadi, le strutture mediche (cliniche e ospedali e centri diagnostici), i centri di ricerca mentre altri organismi, pur offrendo un servizio pubblico, hanno una struttura privata, come le unioni di lavoratori (ed anche di imprenditori) e le onlus: dalle associazioni per il sostegno alla ricerca medica, alla protezione dell’ambiente e all’assistenza alle categorie più deboli sino alle istituzioni benefiche e di volontariato attivo. Anche fra di loro vi saranno organismi di una maggiore o minore qualità e se ne potranno trovare di eccellenti.

What is in a name? La domanda che si poneva Amleto: «Cosa c’è in un nome?» può valere anche per le imprese e le istituzioni.

L’eccellenza e la qualità non possono essere nascoste ma devono essere disvelate: questo vale per gli uomini, per i gruppi sociali e per le nazioni. Questo vale soprattutto per le imprese, le quali, in generale, tendono a far conoscere la qualità dei propri prodotti, dei propri servizi, della loro azienda per usarla a fini di propaganda. Molto spesso la pubblicità commerciale punta a valorizzare e far conoscere una (vera o presunta) qualità dei beni e dei servizi offerti, nonché della stessa impresa e dei suoi comportamenti.

In questo sforzo di apparire, la qualità (vera o presunta) di un prodotto, di un servizio o della stessa impresa sono sintetizzati e rese immediatamente riconoscibili dal “marchio”, vera bandiera-simbolo nella lotta per la conquista del mercato e la sconfitta dei concorrenti. Proprio come nel linguaggio comune, il marchio può essere d’eccellenza, ma anche d’infamia e a volte può sopportare tutte e due le valenze a seconda delle persone alle quali si chiede un giudizio. Il marchio della Coca Cola, ad esempio, simbolo di eccellenza nel mercato delle bevande gassate, è anche titolo d’infamia per i difensori dei diritti del Terzo mondo, che accusano la multinazionale americana di pratiche antisindacali nei suoi stabilimenti in America Latina. Ma, pur consce dei pericoli che collegamenti con vicende non desiderate e sgradevoli possono arrecare, le imprese si affidano ai marchi per affermare la propria identità e la propria eccellenza.

Prima la propria identità. Se non occorre aver visto il cavallino sul cofano per riconoscere una Ferrari e basta assaggiare una mozzarella di bufala per distinguerla da un fiordilatte, per la maggior parte dei prodotti e dei servizi noi ci affidiamo in primo luogo a quei nomi che abbiamo conosciuto attraverso la pubblicità commerciale ed altre forme di propaganda.

Ma le imprese e in genere le istituzioni utilizzano il nome ed il marchio anche per associare ad essi un messaggio positivo di qualità e di eccellenza. In questo, le grandi imprese godono di un enorme vantaggio rispetto a quelle di più modeste dimensioni, perché proprio alla maggiore possibilità che hanno di diffondere il loro nome è legata la prospettiva di crescita (ma si può anche sostenere che il nome sia alla base della crescita, per cui vale anche l’affermazione contraria che l’impresa non sarebbe grande se non avesse avuto sin da subito un “buon” nome). Comunque si voglia vedere la questione, da essa scaturiscono l’interesse e l’attenzione che le aziende e le istituzioni mettono nel salvaguardare il proprio buon nome ed a decantare e mettere in evidenza la “qualità” propria e dei propri prodotti. Ovviamente la qualità deve poi essere confermata anche dal giudizio del mercato che può essere ingannato solo in parte, e finirà per rifiutare prodotti scadenti.

Ma il giudizio del mercato non è sufficiente; a fianco ad esso (ed a volte prima di esso) le imprese e le istituzioni hanno bisogno del consenso e dell’approvazione dell’ambiente nel quale operano.

Come regola generale, la qualità, quando è riconosciuta dall’ambiente circostante (i famosi stakeholders della recente letteratura sociologica anglosassone) si risolve in vantaggi per l’istituzione che la può esibire.

Un’impresa o un’istituzione, che goda del riconoscimento e del favore dell’ambiente circostante, troverà infatti più facili le vie del credito, più agevole l’accesso al mercato finanziario, meno duri i rapporti con i rappresentanti dei lavoratori, meno difficile l’assunzione di manodopera di buon o eccellente livello, più vantaggiosi i rapporti con i fornitori, meno sospettose le autorità che ne devono controllare l’operato, maggiormente pronti a dare una mano i politici locali.

Ma l’ambiente può anche reagire in modo contrastante alla stessa percezione di eccellenza di un’impresa o di una istituzione. Questo è abbastanza ovvio quando l’eccellenza sia solo millantata o presenti delle pecche o dei buchi neri, come nel caso della Coca Cola, sopra ricordato.

Ma questo può accadere, e non di rado, anche quando la qualità sia indiscussa e reale. Alcuni esempi potranno chiarire il concetto.

Se una società mostra risultati di eccellenza soprattutto in campo economico, questo può spingere i sindacati a richieste eccessive che peggioreranno i rendimenti, se accolte, o daranno vita a un periodo di discordie intestine, se non accettate.

Se un commerciante di una città dove alligna la criminalità organizzata, è arriso dal successo, rischia di essere sottoposto a crescenti richieste del racket o addirittura di mettere a rischio l’incolumità dei suoi cari.

Se un’istituzione per la sua eccellenza è in grado di conferire lustro e notorietà ai suoi dirigenti, ciò provocherà lotte accanite per occuparne le poltrone, con il rischio di uccidere, nella contesa, la gallina dalle uova d’oro, come è accaduto a “La Scala” con l’estromissione del direttore Muti o a Spoleto il cui festival, un tempo di richiamo internazionale, è stato soffocato dalle beghe locali e dal narcisismo di Menotti.

Se una piccola azienda mostra aspetti di eccellenza, farà sorgere appetiti in società di maggiori dimensioni che cercheranno di comprarla o per chiuderla ed eliminarne la concorrenza o per appropriarsi dei suoi tecnici e del suo know how, finendo il più delle volte per disperdere questo e quelli.

Vi sono casi, dunque, nei quali l’eccellenza può portare all’insuccesso.

Il mercato della qualità. L’Italia ha un rapporto difficile con i suoi figli eccellenti e con le loro opere.

Non è un caso, per fare qualche esempio, che morirono lontano dall’Italia Cristoforo Colombo (che scoperse l’America), Vespucci (che le diede il nome), Caboto (che la esplorò) e, nel campo della musica e del teatro, Vivaldi, Goldoni, Rossini e Bellini tutti più apprezzati all’estero che in patria, mentre i più grandi geni militari dell’epoca moderna, Eugenio di Savoia e Napoleone, sono tuttoggi considerati uno austriaco e l’altro francese (o, al massimo, corso, pur essendo di famiglia toscana) e più noti come Prinz Eugen e Napoléon piuttosto che con il nome italiano. E ancor prima, grande fra i grandi, Dante Alighieri e con lui Petrarca e Galileo poterono ritornare nella città natale solo dopo morti.

Si dirà: nemo propheta in patria, ma neppure le opere, per quanto eccelse dei nostri grandi artisti, sono rimaste dove erano state concepite e dipinte, ed i massimi capolavori su tela e su tavola di Leonardo e di Raffaello si trovano all’estero, al Louvre, alla National Gallery ed a Dresda, a differenza dei loro affreschi e di quelli di Michelangelo che sono rimasti in loco, essendo per fortuna nostra difficilmente trasportabili. Come non ricordare infine che le due più grandi raccolte d’arte del Rinascimento (quelle oggi conservate agli Uffizi a Firenze ed a Capodimonte a Napoli) non sono andate disperse grazie alla lungimiranza di due dinastie straniere, i Lorena ed i Borbone?

Il potere e la ricchezza dovrebbero essere impiegati da chi ne dispone per accrescere il bello e l’eccellenza, e se ciò molte volte si è verificato anche nella nostra storia dando al Paese un primato insuperato in tanti campi, sembra poi che un istinto contrario e maligno abbia preso il sopravvento negli eredi e possessori di tante fortune: l’istinto cioè a trasformare l’eccellenza in denaro. Si sono così visti principi siciliani e romani vendere (oltretutto illegalmente) le statue rinascimentali delle fontane dei loro giardini suburbani per acquistare “prestigiosi” appartamenti nelle palazzine di più recente costruzione; vi sono stati eredi di nobili famiglie lombarde che non si sono vergognati di affittare incantevoli ville del Seicento in Brianza come magazzini e depositi industriali; non sono mancati vescovi di antichi episcopati disposti ad affittare chiese sconsacrate come parcheggi; sono innumerevoli i sindaci di comuni marini (ed anche montani, se pur più raramente) che si sono gettati a capofitto nella cementificazione deturpante ed invasiva di angoli di paradiso, in tutta Italia, ma soprattutto nel Lazio, in Val d’Aosta, in Campania, in Calabria, ed in Liguria, dove, dallo scempio della cittadina di Rapallo, un tempo ridente borgo di pescatori, si coniò il termine rapallare per indicare la speculazione edilizia selvaggia. E con quale compiacimento gli autori di questi disastri, proprio quelli che in cambio di tre appartamenti in una anonima palazzina hanno ceduto, per far posto ad un centro commerciale, un villino liberty dalle stanze affrescate e dalla torretta gotica illuminata da ingenue vetrate multicolori, circondato da bouganvillee ed eucalipti e dotato di un orticello e di alcuni filari di malvasia, con quale compiacimento vi decantano la crescita della loro città, inorgogliendosi del traffico, dell’inquinamento, delle strade strette e buie e senza possibilità di parcheggi: e tutto ciò chiamano progresso, perché convinti di aver concluso un affare.

La perdita della qualità, tuttavia, non è solo frutto di illusorie prospettive speculative: la scienza economica sa che situazioni di pregio, di eccellenza e di qualità, suscitando desiderio di emulazione perdono, con l’aiuto del progresso tecnico e la conseguente riduzione dei costi, le loro caratteristiche elitarie e si trasformano in beni e servizi dozzinali, mantenendo quindi una ridotta utilità (ma per un maggior numero di persone) che risulterà, per ogni fruitore, inferiore a quella di quando la “qualità” era a disposizione di pochi.

L’esempio canonico è quello dell’automobile: finché questa era patrimonio di pochi, perché al di sopra della portata delle masse, possederla era un segno di distinzione e il suo uso, nelle città, rendeva rapidi ed agevoli gli spostamenti ed era anche poco dispendioso, non dovendosi pagare parcheggi, assicurazioni esose, carburanti costosissimi. Diffusosi il suo uso, grazie alla riduzione dei suoi costi di produzione, l’automobile oggi regala a tutti, ricchi e poveri, l’inferno delle moderne metropoli (i giorni feriali) e delle file interminabili (nei fine settimana).

Effetto affollamento è il nome con il quale è noto questo fenomeno agli economisti e dà luogo a due fenomeni contrapposti: da un lato un deprezzamento del prodotto o del servizio fornito, ma dall’altro, molto spesso, un accrescimento delle rendite legate a particolari situazioni o territori. Un esempio classico può essere fornito dal territorio del Chianti: mentre il vino di quel nome, negli ultimi decenni, ha perso notorietà e pregio, i terreni che offrono ai viticoltori la possibilità di fregiarsi del marchio, continuavano a salire di prezzo. Lo stesso dicasi delle spiagge della riviera romagnola, da tempo neglette dai villeggianti d’élite, me con valori immobiliari in continua crescita. La perdita della qualità sembrerebbe, in alcuni casi almeno, accompagnarsi ad un incremento delle rendite. Ciò è sicuramente successo, a Roma, con la lottizzazione delle grandi ville urbane sul finire dell’Ottocento, e in particolare delle grandi ville rinascimentali di papa Peretti e di papa Boncompagni, smembrate dagli eredi e sulle cui spoglie sono sorti due giganteschi quartieri, distruggendo fontane, ninfei, statue antiche, rovine classiche, viali alberati, ma dando vita a due quartieri grandi come una media città di provincia e fornendo ai proprietari le rendite di palazzi, grandi alberghi, ambasciate, stazioni ferroviarie, mercati, bar, esercizi commerciali, banche, giornali, giornalai, cinema, uffici postali, scuole, caserme, teatri, locali notturni, parcheggi.

Scempi simili non sono sicuramente peculiari di Roma e neppure dell’Italia e neanche di questo secolo e bisogna anche aggiungere, per amor del vero, che lo spirito di conservazione, che nella maggior parte dei casi vuol dire difesa della qualità e dell’eccellenza, sta diffondendosi sempre di più nel nostro Paese, mettendo al sicuro opere, monumenti e ambienti naturali di inestimabile pregio e traendo dall’abbandono altri che erano minacciati dall’incuria. Se molto resta da fare non si può sottacere il fatto che negli ultimi decenni vi sono state conquiste fondamentali sia nell’operare a difesa del nostro patrimonio sia nel conquistare (risultato ancor più rilevante) la coscienza della gente. Ma se passi in avanti si sono fatti nel nostro Paese per difendere e potenziare le eccellenze, sembra ancora che ci sia molta titubanza a diffonderne la conoscenza e ad alimentare attraverso ciò il rispetto e l’amore per l’Italia.

Altri popoli in ciò sono maestri: innanzitutto la Francia che si può dire abbia inventato la politica della grandeur, nella quale non ha forse rivali al mondo. Sentite un francese o comprate un giornale di Parigi e scoprirete che tutto è grande e bello e felice nel Paese d’Oltralpe e quello che viene fatto, quello che la natura le ha donato, quello che è stato costruito nel passato e i prodotti che vi vengono venduti sono (chi potrebbe dubitarne?) i migliori del mondo.

Vista da fuori, la Francia non è certo male e, per fare i primi esempi che vengono alla mente, si può affermare tranquillamente che la Costa Azzurra è stata massacrata meno della confinante Liguria, che l’Air France naviga in acque più tranquille dell’Alitalia (oltre ad avere un fatturato quadruplo) e che la burocrazia d’Oltralpe è sicuramente più preparata, più efficiente e meno corruttibile della nostra. Anche se tutta l’eccellenza sbandierata non ci convince pienamente, dobbiamo tuttavia convenire che l’adesione pubblica e privata che viene modellata intorno a tutto ciò che ha nome francese, ne accresce il pregio e ne mette in mostra, sia pur con esagerazione, le qualità. Ecco quindi che gli artisti francesi, le istituzioni francesi, i prodotti francesi godono di un apprezzamento maggiore in patria ed all’estero, rispetto a campioni di altri paesi di qualità non inferiore.

Ed il fenomeno non è solo francese. Anche se bisogna riconoscere ai francesi una maggiore abilità nel valorizzarsi, gli spagnoli hanno lo stesso atteggiamento, così come gli statunitensi, i tedeschi, i giapponesi e persino i belgi.

Gli italiani fanno eccezione. Sembra che il nostro Paese faccia di tutto per negare il proprio valore e che a noi manchi il gusto e il piacere di sentirci italiani, sottovalutando e non facendo gran conto né di quelle prerogative nelle quali non siamo inferiori agli altri né di quei concittadini che abbiano conseguito risultati di eccellenza. Vi è sicuramente in ciò un certo provincialismo, per il quale ciò che viene dall’estero sembra migliore mentre non riusciamo a liberarci dalla preoccupazione di essere trascurati perché italiani: non si spiega altrimenti perché tanti nostri marchi, di prodotti oltretutto che si rivolgono principalmente al mercato interno, da Candy a Mon cheri, da Tod’s a Kinder, da Santal a Wind, solo per citare i primi che vengono alla mente, abbiano nomi inglesi, francesi o tedeschi. Si aggiunga anche che all’estero ciò che è chiaramente italiano, quando ha una grande diffusione ed un successo planetario, viene assunto come proprio: gli americani sono convinti che la pizza sia una specialità nord-americana, i tedeschi che il motore a scoppio sia stato inventato in Germania, ma chi si appropria con più disinvoltura delle glorie altrui è sicuramente la Francia, dove si ritiene che la Nutella, quanto c’è di più italiano, sia un tipico prodotto francese.

Fortunatamente sembra che questo vezzo stia perdendo vigore ed in molti settori ricresca la fierezza del nome “italiano” a cominciare da quelli della moda, dell’industria del lusso, ma anche di quello automobilistico dove l’orgogliosa costanza della nostra maggiore industria a presentarsi come “italiana” ed i successi delle Ferrari fanno sì (caso forse unico) che produttori stranieri diano ai propri modelli automobilistici nomi italiani, come Lupo, o che vorrebbero essere italiani, come Agila.

Ma il nostro Paese nutre anche diffidenza nei confronti del merito e della qualità, sia che prevalga nei mediocri un sentimento di invidia nei confronti di chi emerge per opera delle proprie doti interpretando troppo alla lettera il precetto evangelico ed assumendo in proprio il compito di abbassare “chi si innalza”, sia che in piena coscienza non si riesca ancora ad attribuire valore al successo frutto del merito, come è avvenuto ed avviene nei paesi protestanti (e quelli che dall’etica protestante sono stati toccati) secondo la non dimenticata lezione di Max Weber.

L’eccellenza tradita. Nel nostro Paese vige una certa qual diffidenza nei confronti del merito e dell’eccellenza. Un piccolo ma significativo episodio avvenuto alcuni anni fa può aiutare a chiarire un sentimento forse non universale ma certamente molto diffuso e che ha avuto come protagonisti due siciliani eccellenti, entrambi morti, che hanno onorato il nome dell’Italia e della Sicilia. Vi fu un periodo, prima della sua barbara uccisione per mano della mafia, che il giudice Falcone, portando avanti con coraggio, intelligenza e concreti successi la lotta alla criminalità organizzata, era diventato poco meno che un divo dei media, ricercato da giornalisti italiani e stranieri, intervistato dalle televisioni, osannato dall’opinione pubblica.

Il successo che egli giustamente ricavava dal compiere il suo dovere con competenza e coraggio tali da permettergli di raggiungere risultati di eccellenza, era però motivo, nell’opinione di un suo grande conterraneo, Leonardo Sciascia (che espresse il suo parere in uno degli elzeviri che scriveva per un diffuso quotidiano del Nord) per cancellarne i meriti, che avrebbero dovuto essergli riconosciuti solo se egli avesse compiuto le stesse azioni senza poterne e neppure volerne ricavare né gloria nel mondo, né vantaggi nella carriera. La morte tragica del giudice doveva dimostrare di lì a poco quanto fossero fragili le tesi dello scrittore, ma valgono ancora a farci meditare sull’atteggiamento di molti italiani, che ritengono che la vera eccellenza sia quella che non riceve né premi né riconoscimenti, giacché questi inficerebbero, sporcandola, la purezza delle opere compiute, rendendole per ciò stesso mediocri. Sembra quasi che nel sentire comune si possa apprezzare solo i santi, meglio se martiri, come infatti fu, in definitiva, il povero Falcone.

A questo sentimento se ne aggiunge spesso un altro che risiede nella convinzione, purtroppo suffragata da numerose esperienze, pubbliche e private, che il successo e il marchio di eccellenza non vengano attribuite ai più degni, ma a coloro che, vuoi per relazioni familiari vuoi per pratiche fraudolente, riescono ad impossessarsene a scapito dei più meritevoli. Contro queste diffuse storture si sono creati forti movimenti e correnti di pensiero politico tesi a correggere le più palesi ingiustizie, ma, dai moti studenteschi seguiti al Sessantotto, alle lotte dei principali sindacati italiani, alle sovvenzioni a pioggia alle imprese di ogni genere e razza, sino alle misure demagogiche di governi prodighi di condoni sulle illegalità e di esenzioni fiscali sulle eredità, l’accento è stato posto non sulla valorizzazione dei “veri” meriti, ma piuttosto sulla omologazione ed il riconoscimento formale di tutti, accrescendo in questo modo le ingiustizie di partenza.

Si è così creata una atmosfera di sospetto verso le situazioni di eccellenza ed il loro riconoscimento e non pare azzardato, se si pensa ad alcuni casi macroscopici e ad alcuni ambienti, parlare di una cultura di “rifiuto dell’eccellenza”. Lo stanno a dimostrare le recenti vicende del calcio, dove i dirigenti di un blasonatissimo club dedicavano gran parte del loro tempo non a rafforzare la squadra, compito per il quale ricevevano un più che lauto stipendio, ma a indebolire le concorrenti con metodi poco onesti, negando così la “qualità” propria ed altrui. E come non ricordare la vicenda della Olivetti, prima al mondo (insieme alla IBM) a costruire ed a lanciare il calcolatore da tavolo, che venne trascurato e abbandonato a vantaggio dei grandi calcolatori da vendere allo Stato ed agli Enti pubblici utilizzando strumenti di persuasione, non di rado varcando i limiti posti dal Codice penale? Si privilegiò, allora, non la qualità ma l’accomodamento furbesco, con la conclusione che tutti conosciamo: l’uscita della Olivetti dal mercato dei calcolatori ed il suo fallimento nonché il ritardo subìto dalla nostra Pubblica amministrazione nel processo di informatizzazione, affidato, dopo lo smantellamento dei grandi calcolatori giurassici – dalle scuole all’esercito, dai tribunali ai grandi Enti pubblici – ai personal computer di fabbricazione estera.

Per una cultura della qualità. La cultura della qualità e dell’eccellenza è una delle condizioni per partecipare con armi appropriate alla grande sfida imposta dal Terzo millennio.

Senza la valorizzazione dei nostri migliori studiosi ed il riconoscimento dei talenti e delle capacità individuali fin dai primi gradi di scuola sarà difficile, se non impossibile, far progredire la ricerca. Senza la selezione, all’interno delle imprese, dei lavoratori migliori per capacità, dedizione e inventiva, e la loro valorizzazione prescindendo dalle spartizioni partitiche o di gruppi interni, sarà difficile mantenere standard elevati ed aspirare all’eccellenza.

Senza arbitri al di sopra delle parti e che non debbano difendere patrimoni e interessi personali sarà difficile che la qualità venga riconosciuta e che la eccellenza si affermi nei campi da gioco come nelle aule di tribunale, nelle società di certificazione come nel Parlamento.

Senza una stampa ed una televisione libere, senza centri di ricerca autonomi ed anche concorrenti fra loro, senza studiosi e ricercatori indipendenti dal potere e dal ricatto economico, la qualità farà fatica ad affermarsi ed a tramutarsi in eccellenza.

Senza una burocrazia snella e rapida, senza una giustizia veloce e accessibile, senza un apparato giuridico agile e comprensibile risulterà molto difficile per istituzioni ed imprese raggiungere l’eccellenza.

Eppure, nonostante tutte le difficoltà di ordine materiale, culturale e giuridico, il nostro Paese continua a produrre e a creare imprese, istituzioni, prodotti e servizi di qualità e spesso di eccellenza.