I risvolti della glocalizzazione nello sfruttamento lavorativo agricolo

di Marco Omizzolo
15 giugno 2016

La ricerca accademica e la stampa nazionale e internazionale, insieme agli attori più direttamente impegnati sul tema del contrasto allo sfruttamento lavorativo (istituti di ricerca, sindacati, associazioni), si confrontano costantemente sugli strumenti più adeguati da utilizzare per sconfiggere questa che pare quasi essere presupposto costante dello sviluppo umano.

Lo sfruttamento lavorativo, infatti, sia pure variamente declinato, pare attraversare l’intero mercato del lavoro nazionale e internazionale con una particolare incidenza in quei settori dove è più richiesto l’impiego di manodopera, in particolare straniera, a scarsa specializzazione e a basso costo. Si tratta di uno dei temi più urgenti e nel contempo sintomatico della ridefinizione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro legato alle dinamiche proprie della globalizzazione economica e alle regole, prassi, interessi e politiche conseguenti. Esso non è il presupposto di un solo settore economico ma caratteristica riscontrata in realtà in vari settori (sesso, accattonaggio, prostituzione, lavoro subordinato, commercio e servizi) tendente ad allargarsi all’intero mercato del lavoro globale1.

Le forme e le modalità del reclutamento e dello sfruttamento lavorativo in agricoltura, ad esempio, assumono delle caratteristiche originali in Italia e ancor di più in alcune sue aree specifiche (piana del Sele, provincia di Latina, astigiano, grossetano o ragusano solo per indicarne alcune); nel contempo ha elementi comuni con alcune aree in altri paesi occidentali (Romania, Grecia, Spagna, Francia e Stati Uniti). Questa dimensione sovranazionale è espressione della globalizzazione delle campagne (e più in generale dei territori complessivamente intesi) e dei processi di liberalizzazione del lavoro e dell’agricoltura al quale partecipano i flussi migratori2. Proprio questo scivolamento dell’impiego lavorativo nello sfruttamento sistemico legittima la fattispecie reale della riduzione o mantenimento in servitù di una persona (lavoratore o lavoratrice), prevista dal comma 1 (secondo periodo) e dal comma 2 dell’art. 600 del codice penale italiano.

Ciò significa in primis che esiste una norma nel nostro ordinamento che già disciplina la riduzione in servitù e che, se adeguatamente compresa e sostenuta da un apparato investigativo e giurisdizionale adeguato, potrebbe aiutare la repressione del fenomeno. Essa è stata introdotta con lo scopo di tutelare maggiormente il lavoratore e la sua inalienabile condizione di soggetto libero.

In Italia sono stati denunciati casi particolarmente gravi di riduzione in schiavitù o servitù legati soprattutto al lavoro turistico, edile e agricolo.

Il 26 maggio del 2015, ad esempio, a San Clemente (RN), un datore di lavoro italiano teneva una giovane lettone segregata in casa, riconoscendole appena 50 euro a settimana per lavorare senza regolare contratto di lavoro come collaboratrice domestica e barista, a cui si sommava la pretesa per la ragazza di firmare un contratto retrodatato a vantaggio integrale del suo datore di lavoro, oltre al sequestro dei suoi beni personali e dei documenti. Secondo inoltre quanto riporta il dossier Sfruttati a tempo indeterminato di In Migrazione (2014) andrebbe nella direzione della fattispecie normativa individuata la condanna impartita ad un imprenditore proprietario di un camping nel Comune di Terracina (LT) per riduzione in schiavitù di un lavoratore indiano originario del Punjab. Il ragazzo, entrato in Italia clandestinamente nel 2011, fu assunto come guardiano notturno e impiegato per svolgere varie mansioni, ritrovandosi a lavorare anche 24 ore continuative per circa 600 euro al mese. Una retribuzione particolarmente bassa e riconosciuta fino ad ottobre del 2012 quando, in seguito alla sanatoria concessa dal governo italiano, veniva riconosciuta la possibilità ai datori di lavoro di regolarizzare i propri dipendenti stranieri. Il giovane indiano venne così obbligato dal suo datore di lavoro a pagarsi i relativi contributi, rimanendo di fatto senza alcun reddito, fino a precipitare in una condizione sociale, economica e psicologica particolarmente grave e di conseguenza ad ammalarsi. Il lavoratore indiano riuscì a salvarsi solo grazie all’intervento di alcuni turisti che, sentendo i lamenti del giovane provenire dalla sua roulotte, lo soccorsero trovandolo in uno stato di abbandono e con gravi segni di malnutrizione.

1 Lo stesso concetto di settore lavorativo deve essere scollegato dalla sua tradizionale dimensione nazionale e elevato su un piano globale.

2 Cfr. Colloca C., Corrado A., La globalizzazione delle campagne, FrancoAngeli, Milano, 2013.