Gioco

Il gioco legale non va demonizzato

di Chiara Sambaldi e Andrea Strata (*)
18 gennaio 2018

Riformare il gioco non può voler dire demonizzarlo. Questo intento, invece, è apparso ben chiaro tra quelle associazioni del “Terzo settore” che hanno formulato osservazioni e proposte al governo nel lungo confronto che ha portato, il 7 settembre scorso, all’intesa in Conferenza Unificata Stato, Regioni, Autonomie Locali, sull’atteso nuovo testo che riguarda il gioco con vincita di denaro. Tra le richieste avanzate dai movimenti del “Terzo Settore” al governo vi è anche quella di sostituire nei documenti ufficiali, ivi inclusi quelli normativi di prossima emanazione, le espressioni “gioco legale” e “gioco pubblico” con quella di “gioco d’azzardo in concessione statale”. E’ evidente l’attacco diretto al settore e a tutti i suoi attori, a cominciare dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che funge da ente regolatore.

Per gli addetti ai lavori è ben conosciuto il reato di esercizio di giochi d’azzardo previsto e punito dal codice penale agli artt. 718 e ss. rispetto al quale qui non ci dilunghiamo. L’espressione “gioco d’azzardo”, nel nostro ordinamento giuridico, è, quindi, quella che indica fenomeni di esercizio e raccolta di giochi vietati e per questo puniti dalla legislazione penale vigente. Invero, nell’ambito socio-sanitario, laddove il fenomeno è trattato esclusivamente in chiave di patologia e quindi malattia, il riferimento è al Disturbo da Gioco d’Azzardo (D.G.A.) e in precedenza era al Gioco d’Azzardo Patologico (G.A.P.), seppur ancora oggi questa definizione ricorra in molte sedi.

Senza voler entrare nel dettaglio e disquisire sulle definizioni e l’origine delle stesse, ciò che si ritiene meritevole di attenzione, nell’ambito del presente contributo, è il risultato cui si perviene seguendo le richieste e l’impostazione proposta dal predetto movimento associativo, vale a dire l’indebolimento del “gioco legale”, lo svilimento del ruolo di presidio di legalità sul territorio svolto dagli esercizi pubblici che offrono gioco con vincita in denaro, in virtù di autorizzazioni che legittimano un’attività di impresa lecita e legittima. Lo stesso ruolo di presidio di legalità lo rivestono anche gli operatori concessionari dello Stato che gestiscono piattaforme per il gioco online debitamente certificate ed autorizzate dai Monopoli di Stato e che si contrappongo alle piattaforme non autorizzate riconducibili a società estere che, per contro, si sottraggono alla stringente normativa vigente nel nostro ordinamento.

Confondere il “gioco legale” con il “gioco illegale”, ovvero volutamente farne un unicum, sotto il cappello del “gioco d’azzardo”, per stigmatizzarne il pari carattere rischioso per i giocatori in termini di degenerazione patologica, non si ritiene possa essere un corretto e costruttivo punto di partenza.

Il tema, per le sue caratteristiche ed implicazioni, richiede rigore scientifico ed un senso di responsabilità particolarmente accentuato, non solo ed in primis da parte dello Stato, ma anche, a nostro avviso, da parte di chi “nel gioco delle parti” e nel dibattito pubblico assurge a difensore dell’etica e della tutela sociale e portavoce dell’attivismo della cittadinanza responsabile.

Colpisce, quindi, la scarsa attenzione e sensibilità rispetto alla necessità di interventi legislativi e misure mirate al contrasto effettivo e reale delle forme di illegalità che caratterizzano un settore al quale le organizzazioni criminali guardano con particolare interesse, anche per il riciclaggio di denaro di provenienza illecita, ma nel quale sono diffusi comportamenti illeciti che prescindono dai tentativi di infiltrazione criminale. Il profilo della tutela della legalità appare ancora inesplorato ovvero sottovalutato da parte di chi si approccia al tema in chiave di esclusiva o preminente sensibilità sociale, per i riflessi socio sanitari connessi, senza considerare i rischi potenziati cui sono esposti gli utenti che si rivolgono alle offerte di gioco illegali.

La stessa Relazione del X Comitato della Commissione Antimafia, sulle infiltrazione nel gioco lecito ed illecito, pubblicata nel mese di luglio 2016 (alla quale è già stato dedicato un approfondimento su questa rivista http://www.leurispes.it/gioco-pubblico-reato-di-peculato-per-il-mancato-versamento-delle-somme-raccolte/), fa emergere il carattere imprescindibile di un approccio tecnico-scientifico rigoroso che, alla luce dell’evoluzione normativa che ha accompagnato sino ad oggi il comparto, favorisca un’analisi attenta di quelle che sono le misure più idonee ed adeguate per fronteggiare tutti i rischi e le degenerazioni che sono connesse al gioco con vincita in denaro.

Pretendere che il Governo, in aperto contrasto con la legislazione vigente, sostituisca le espressioni “gioco pubblico” e “gioco legale” con quella di “gioco d’azzardo in concessione statale” appare una mera provocazione di cui il dibattito in materia non aveva e non ha bisogno e che realizza un’informazione fuorviante per gli stessi cittadini da tutelare.

Il tema è oggetto di forti contrapposizioni a più livelli di interlocuzione, non solo istituzionale, ed in occasione dell’apertura del Governo alle proposte e contributi di tutti gli interlocutori interessati, riguardo al piano nazionale di riduzione e disciplina dell’offerta pubblica di gioco, è emersa la grande distanza degli approcci, evidenziandosi la necessità di individuare almeno criteri e presupposti di analisi che presentino un certo grado di omogeneità e condivisione, per avviare una nuova fase costruttiva ed evolutiva e non un ulteriore capitolo di sterile conflitto incentrato sulla criminalizzazione del settore e delle imprese autorizzate ad operarvi.

La confusione tra gioco legale e gioco illegale, l’indistinto riferimento all’azzardo per identificare tutti i giochi con vincita in denaro, ripetiamo, non sembrano i presupposti per una seria discussione che conduca a ciò che in molti auspicano ovvero una politica di governo del settore responsabile ed orientata a contemperare lo sviluppo del mercato con il controllo rigoroso e l’introduzione di tipologie di giochi che non superino prefissate soglie di rischiosità patologica.

Certo è che lo Stato non può abdicare al proprio ruolo di regolatore e controllore che, in siffatto settore, implica una particolare e accentuata responsabilità verso l’intera collettività. Concludendo, sorge spontaneo chiedersi quale sia il valore sociale della demonizzazione non solo di una pratica, pur, per alcuni, moralmente discutibile, che afferisce, comunque, alla sfera individuale e alla scelta di svago e che ha origini antichissime, bensì di un’intera industria fatta di moltissime imprese rigorosamente selezionate e che impiegano persone nei più svariati ruoli e che rappresenta, come ripetutamente evidenziato dalla Corte di Giustizia Europea, un’attività tutelata dal Trattato Eu.

In quest’ottica, il profilo che fa particolarmente riflettere è la descrizione dell’industria del gioco con vincita in denaro, che spesso è veicolata da alcuni mezzi di informazione; senza mezzi termini la si apostrofa come industria “criminale”. Le “lobby dell’azzardo” sarebbero, secondo la lettura data, la longa manus delle organizzazioni criminali dedite al riciclaggio del denaro di provenienza illecita.
Alla luce di ciò si ritiene opportuno partire da un’attenta e corretta analisi dei dati e, quindi, dal numero delle imprese coinvolte, dai controlli previsti dai bandi di gara espletati in materia per l’assegnazione dei titoli concessori nonché dalle evidenze delle relazioni annuali della Dna, dalla relazione della Commissione Antimafia, dalle relazioni dell’UIF e da ogni documento di analisi proveniente dalle molteplici istituzioni coinvolte.

Se le somme movimentate dal settore sono oggettivamente molto consistenti, con tutte le legittime preoccupazioni e timori per la collettività degli utenti dei servizi di gioco con vincita in denaro, è comunque doveroso ed opportuno non confondere bensì approfondire il possibile rapporto tra il tema dell’offerta di gioco e la percezione di un pericolo ad essa connesso (intimamente legato alle dimensioni dell’offerta e, quindi, della domanda di gioco), e quello della patologia e delle persone prese in carico dai servizi pubblici e privati per la cura; terreno, questo, che ad oggi necessita di un approfondimento e di un’analisi scientifica che arriva purtroppo con colpevole ritardo.

(*) Direttori ” Italia in Gioco”, Osservatorio su Giochi, Legalità e Patologie di Eurispes