Sicurezza

Il lavoro della nostra Intelligence a difesa del Paese

di redazione
4 marzo 2016

È stata presentata al Parlamento la Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Proponiamo qui alcuni degli aspetti salienti emersi dall’attività dei nostri 007.

L’Intelligence, dopo i recenti attacchi terroristici nel cuore dell’Europa, è chiamata a riparametrare le proprie modalità d’azione e metodologie di analisi nel mutato scenario della minaccia terroristica. Assistiamo oggi ad una cesura paradigmatica nello scenario della minaccia con una congiuntura storica nella quale i processi decisionali risultano sempre più condizionati dalla qualità e tempestività delle informazioni.

Emerge quindi un ruolo della sicurezza nazionale come presidio avanzato a fronte di una sfida completamente nuova per natura, portata ed implicazioni, e destinata a protrarsi.

L’intelligence è chiamata a trovarsi “un passo in avanti” rispetto alla minaccia, come chiesto dalle istituzioni, dall’opinione pubblica ma anche dal sistema economico e delle imprese, colmando il divario tra queste aspettative e l’effettiva capacità di risposta.

Quello che il nostro comparto Intelligence si trova di fronte è un panorama di minacce ubique ed insieme geolocalizzate. Si hanno a disposizione tre lenti per leggere la realtà. La prima, quella dell’ambiente digitale, con un azzeramento della dimensione spaziale, crisi dell’idea di confine politico e destrutturazione di Internet, accrescimento degli strumenti a disposizione di attori ostili.

La seconda, quella degli effetti indesiderati della globalizzazione con vuoti di potere, sottoprodotti della frammentazione e della regionalizzazione del sistema delle relazioni internazionali e migrazioni di massa su scala globale.

Infine quella che riguarda le situazioni di instabilità geopolitica con minacce tradizionali, in alcuni casi più aggressive e raffinate che in passato, criminalità organizzata transnazionale e fenomeni eversivi.

Nessuno è in grado di anticipare in qualsiasi momento qualsiasi minaccia da qualsiasi parte provenga. Massima attenzione va posta sicuramente sul Mediterraneo che è diventato il naturale campo di intervento dell’Italia e uno dei teatri geostrategici più complicati e più delicati per la sicurezza del pianeta, senza trascurare le altre aree di crisi.

La natura ibrida delle diverse minacce impone non una difesa statica bensì una capacità di reazione più che proporzionale, in velocità ed in grado di affinamento, alla loro stessa capacità di adattarsi e sopravvivere all’impegno di chi le avversa.

Bisogna mirare ad un Intelligence “visionaria” che punti su forme di stretta cooperazione mirate a prevenire e contrastare minacce di portata globale, prima fra tutte quella terroristica. Questo implica il bisogno di forme sofisticate di information sharing al livello internazionale. Nell’era delle minacce globali, la sicurezza del Paese può essere promossa solo attraverso uno sforzo partecipato tra intelligence e cittadini. La rivoluzione digitale alla quale stiamo assistendo si distingue infatti dalle precedenti perché non ha al centro le masse bensì l’individuo, che deve diventare esso stesso parte integrante di un nuovo tipo di cultura della sicurezza partecipata. È più che mai necessario che si arrivi ad ottenere una Intelligence adattiva, reattiva e proattiva. Grandi sforzi in questo senso sono stati fatti in favore della Scuola di Comparto affinché questa proseguisse nella direzione di una moderna, capillare e continua attività di formazione ideale delle risorse umane dell’intelligence. È stato riservato un particolare rilievo al presidio informativo in Libia. Questo perché l’instabilità libica ha favorito la formazione, in quel territorio, di strutturate filiere jihadiste e di nuclei pro-DAESH e proprio da quelle coste sono partiti, nell’anno appena terminato, circa il 90% dei clandestini giunti in Italia via mare.

I tre macro obiettivi che emergono dalla Relazione per quel che concerne la pianificazione informativa sono il terrorismo internazionale, la cyber security e la sicurezza economico finanziaria. Ad oggi il ‘rischio zero’ appare oggettivamente impossibile. Le azioni di Parigi, per esempio, serbano un elemento di pericolo, che è quello della loro potenziale emulazione: questo perché si può attingere da un ventaglio di obiettivi soft target dei quali è impensabile poter assicurare la protezione fisica. La minaccia cibernetica “è la nuova frontiera” dell’impegno Intelligence. La risposta deve essere veloce, organica e preventiva. L’arena virtuale del web, accresce gli strumenti a disposizione degli attori ostili.

I fronti del Jihad. Abbiamo assistito ad un cambio di passo di natura tattica e ad un inquietante salto di qualità strategico nelle organizzazioni terroristiche. Il Daesh, ad esempio coniuga la dimensione simmetrica e quella asimmetrica ma è capace di modularle vicendevolmente in funzione del rispettivo livello di efficacia o criticità. Permane un’integrazione tra minaccia dell’organizzazione e minaccia pervasiva e pulviscolare del jihad individuale maturato attraverso processi di radicalizzazione condotti per lo più nella blogosfera.

Un grave problema è l’attivazione autonoma di lupi solitari e microcellule presenti in suolo occidentale che potrebbero riprodurre delle azioni terroristiche in chiave emulativa. Il punto fermo è che non può esserci reazione al di fuori del perimetro della legalità e alla sfida alla democrazia si risponde con le armi della democrazia. L’arco delle garanzie costituzionali si tende senza però mai nemmeno accennare a spezzarlo. Il sistema Schengen può e deve essere conservato con un nuovo equilibrio tra la libertà di movimento dei cittadini europei e la necessità di rafforzare la prevenzione della minaccia terroristica.

Oltre all’ormai noto fenomeno dei foreign fighters, un altro dato di rilievo è quello dell’accresciuto afflusso nei teatri di jihad di interi nuclei familiari e di giovani donne, le quali sono chiamate ad essere mogli e madri dei mujahidin e a popolare il califfato. Anche in Italia, il fenomeno dei foreign fighters, è risultato in costante crescita, con l’auto-reclutamento di elementi giovanissimi, al termine di processi di radicalizzazione spesso consumati in tempi molto rapidi. Massima vigilanza informativa è riservata al pericolo derivante dal possibile arrivo di returnees o dai movimenti di commuters già residenti sul nostro territorio o in altri Paesi europei. Si tratta di soggetti in grado di viaggiare più volte dal teatro di Jihad all’Occidente e viceversa, sfuggendo alle maglie dei controlli. L’azione condotta contro la Francia ha inaugurato una strategia di attacco all’Occidente destinata a consolidarsi, anche nelle modalità attuative: forme di coordinamento orizzontale flessibile tra una “direzione centrale”, presente in territorio siriano o iracheno, e cellule delocalizzate, chiamate a gestire in autonomia i dettagli della pianificazione operativa. È da ritenersi elevato il rischio di nuove azioni in territorio europeo, ad opera sia di emissari, inviati ad hoc, inclusi foreign fighter, sia di militanti eventualmente già presenti in Europa. Le acquisizioni informative raccolte dall’intelligence, non escludono il pericolo riferibile a formazioni terroristiche collegate ad al Qaida. Nonostante queste ultime risultino segnate da defezioni individuali a favore di Daesh, esse hanno continuato a far registrare una certa attività sul piano del reclutamento e su quello operativo.

Ad oggi l’Italia appare sempre più “esposta” sia sotto il profilo politico che simbolico/religioso, anche in relazione alla congiuntura del Giubileo straordinario. Inoltre sembra essere terreno fertile per nuove generazioni di aspiranti mujahidin. Vanno valutati con estrema attenzione i crescenti segnali di consenso verso l’ideologia jihadista emersi nei circuiti radicali on-line, frequentati da soggetti residenti in Italia o italofoni: si tratta di individui anche molto giovani, generalmente privi di uno specifico background, che risultano influenzabili da figure carismatiche.

Minaccia cibernetica. La natura destrutturata dell’ambiente digitale sollecita il Comparto a confrontarsi con un cambiamento strutturale, poiché è nella stessa rete che bisogna interagire per prevenire la minaccia. Anche in questo campo emerge il bisogno di cooperazione per promuovere una forte integrazione progettuale ed operativa, sul versante della sicurezza tra intelligence, università ed aziende, ai fini della diffusione e condivisione delle capacità high-tech nazionali.

Dossier migratorioil ‘network’ libico. Il fenomeno migratorio nel Mediterraneo ha assunto anche nel 2015 proporzioni rilevanti favorite dalle precarie condizioni socio-economiche e di sicurezza in numerosi stati africani, della fascia costiera settentrionale e di quella subsahariana, nonché nel Vicino e Medio Oriente ed in Asia. In particolare il territorio libico si è consolidato quale snodo prioritario e privilegiato della deriva migratoria africana in direzione dell’Europa. In questo quadro si configurano le organizzazioni dei trafficanti e di gruppi criminali che operano in vari settori. In Italia per esempio si è assistito alla proliferazione di gruppi criminali etnici composti prevalentemente da soggetti egiziani, del Corno d’Africa e da ultimo rumeni, specializzati sia nella falsificazione documentale sia nel fornire assistenza ai migranti per il trasferimento dai centri di accoglienza alle località di destinazione nel Nord Europa. È emersa inoltre l’operatività di sodalizi brindisini attivi nel trasferimento di migranti dalle coste della penisola balcanica meridionale verso il nostro Paese.

Il presidio del sistema Paese - L’attività intelligence è stata orientata, in continuità con gli anni scorsi, anche all’individuazione delle patologie sistemiche che incidono direttamente sull’efficienza e sulla stabilità del sistema economico. Sul versante del contrasto alle posizioni off-shore e ai paradisi fiscali, l’impegno informativo è stato rivolto ai rischi legati a tecniche societarie di pianificazione fiscale aggressiva, quali il trasferimento di profitti in Paesi a fiscalità privilegiata (profit shifting) o lo sfruttamento “improprio” delle disomogeneità tra i sistemi fiscali volto a ricercare situazioni di doppia mancata imposizione, quando non occasioni di frode (reverse charge). Il dato saliente rilevato dalla ricerca informativa è quello di un’estensione del novero di espedienti e pratiche per l’esportazione illecita, l’occultamento o il reinvestimento – in territorio estero e non solo – di risorse derivanti da reati comuni o comunque sottratte all’erario: dalla compravendita immobiliare alla sottoscrizione di fondi d’investimento attraverso fiduciarie estere.

Il driver dell’interesse nazionale fa trascendere la linea di divisione fra pubblico e privato che va sfumando nei fatti ogni giorno di più. Occorre quindi un contributo calibrato e consapevole dell’intelligence al Sistema Paese per la ricerca di un nuovo paradigma di crescita per fornire all’Autorità politica elementi conoscitivi ed info-valutativi utili per conseguire cinque obiettivi essenziali: proteggere gli assetti strategici nazionali e le “filiere della sicurezza”; tutelare la solidità del sistema creditizio e finanziario nazionale; perseguire le economie illegali; individuare le condotte pregiudizievoli per gli interessi erariali; discernere fra gli investimenti esteri che favoriscono l’integrazione del sistema economico nei mercati internazionali e le acquisizioni straniere mosse invece da intenti puramente speculativi. Serve una consapevolezza cosciente delle condizioni strutturali di competitività dell’economia nazionale. È dunque fondamentale il ruolo dell’intelligence economica nell’individuare per tempo le minacce rivolte agli interessi scientifici, tecnologici ed industriali della Nazione.

Le strumentalizzazioni del disagio. La lettura dei fermenti antagonisti e delle dinamiche proprie degli ambienti eversivi specie di matrice anarco insurrezionalista, ha continuato ad essere una delle attività prioritarie dell’Intelligence. Permane elevata la minaccia rappresentata dai settori più determinati dell’anarchia insurrezionale. Nel novero dei possibili bersagli rimangono i poteri economico-finanziari, i media di regime e le strutture/figure rappresentative di Stati stranieri e di istituzioni transnazionali, senza poter escludere il Vaticano e la Chiesa, anche in considerazione del Giubileo. Per quanto riguarda i circuiti di ispirazione marxista-leninista rivoluzionaria, pur ridotti, hanno mantenuto una certa attività propagandistica, funzionale al proselitismo e alla formazione di nuove leve.

Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2015, pubblicata su www.sicurezzanazionale.gov.it, il sito del Comparto Intelligence, scaricabile al link

https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/category/relazione-annuale.html