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Il “nuovo mondo” sostenibile nella visione delle Nazioni Unite

Il prossimo 25-27 settembre 2015, a New York, si svolgerà il vertice delle Nazioni Unite che avrà l’obiettivo di adottare la Agenda per un Nuovo sullo Sviluppo Sostenibile 2015-2030. Il documento impegnerà tutti gli Stati membri a promuovere politiche finalizzate a “trasformare il nostro mondo”, secondo 17 obiettivi e 169 target molto precisi, che sono già stati individuati nei lavori preparatori del vertice.
di Marco Ricceri
14 settembre 2015

Le Nazioni Unite e la Nuova Agenda per lo Sviluppo Sostenibile

Il prossimo 25-27 settembre 2015, a New York, si svolgerà il vertice delle Nazioni Unite che avrà l’obiettivo di adottare la Agenda per un Nuovo sullo Sviluppo Sostenibile 2015-2030. Il documento impegnerà tutti gli Stati membri a promuovere politiche finalizzate a “trasformare il nostro mondo”, secondo 17 obiettivi e 169 target molto precisi, che sono già stati individuati nei lavori preparatori del vertice.

Il richiamo alla sostenibilità dello sviluppo ed alla responsabilità sociale degli attori , richiede, come condizione preliminare, un chiarimento su alcuni punti-chiave: un chiarimento che è necessario per operare scelte valide su quali investimenti per quale tipo di sviluppo.

Il ruolo della comunità scientifica su idee-guida e azioni

La prima operazione da compiere riguarda la cultura e la scienza, relativamente al bisogno di una interpretazione condivisa dei processi dello sviluppo contemporaneo. Essa riguarda i concetti, le idee, le convenzioni, le tradizioni, le interpretazioni da parte dei popoli e degli operatori. Quanto lontane o vicine sono queste convenzioni o idee dei popoli e degli operatori rispetto alla ratio di fondo degli attuali processi di sviluppo? Certo i processi di globalizzazione hanno avvicinato moltissimo i popoli, le nazioni, le comunità del mondo, in particolare riguardo ai modelli di sviluppo economico e sociale. Ma le grandi divergenze e disuguaglianze – nell’economia, nella tipologia e nelle dinamiche degli investimenti, nelle condizioni sociali, nell’occupazione, nell’approccio ai problemi dell’ambiente – divergenze che sono state ben denunciate, ad esempio, dalle stesse Nazioni Unite e dall’ultimo vertice G20 (Brisbane Action Plan, Australia 2014), dimostrano che molti popoli e nazioni hanno grandi difficoltà a partecipare e cogliere le grandi opportunità degli attuali processi di globalizzazione. Queste difficoltà e limiti alla partecipazione ai benefici sono spesso di origine culturale, perché sulla vita delle comunità e degli individui pesano le tradizioni, le storie, le condizioni sociali, i riferimenti culturali ed etici.

A questo riguardo, la comunità scientifica, attivando una più organica cooperazione internazionale, potrebbe dare un contributo essenziale che aiuti le istituzioni pubbliche e gli operatori economici e sociali a comprendere meglio le situazioni nelle quale intervenire, a modulare e adattare le politiche e gli investimenti alle esigenze reali e alle concrete possibilità di crescita dei vari contesti. Una organica cooperazione culturale e scientifica internazionale renderebbe possibile e più facile promuovere una valutazione condivisa delle caratteristiche fondamentali delle situazioni nelle quali si manifestano le più chiare esigenze di intervento.

Fare chiarezza sulla idea di sostenibilità dello sviluppo

Ma la comunità scientifica ha di fronte a sé un altro grande compito: contribuire a chiarire lo stesso concetto di sostenibilità dello sviluppo e la natura di quelli che sono definiti come i fenomeni emergenti, legati alle principali criticità dello sviluppo contemporaneo (povertà, disoccupazione, cambiamenti climatici, cambiamenti demografici, movimenti migratori, etc.).

È noto come la sostenibilità sia un concetto che presenta ancora molti elementi di ambiguità, di genericità, di incertezza. Una situazione che porta a interpretazioni scientifiche ed azioni politiche molto diverse tra loro. Elaborata per la prima volta negli anni ’70 in America (Rapporto sui “Limits of the Growth” by the Massachusetts Institute of Technology – MIT) con riferimento ai limiti dell’ambiente naturale, nei decenni successivi questa idea si è progressivamente arricchita di altri significati al punto che oggi si parla, certo, di sostenibilità ambientale ma anche di sostenibilità economica, sociale, culturale, con riferimento al modello di produzione e dei consumi, ai valori, alle convenzioni, allo stile di vita delle persone (Commissione Europea, Conferenza sulla sostenibilità, 2009). Negli ultimi tempi, all’idea della sostenibilità è stata aggiunta una ulteriore dimensione: la dimensione dello sviluppo urbano, a causa della crescente concentrazione della popolazione mondiale nelle grandi metropoli, vera e propria emergenza planetaria.

Al fine di risolvere questi problemi di fondo, le Nazioni Unite hanno dato un contributo essenziale, sia di contenuto che di metodo, con indicazioni – questo il punto da sottolineare – che possono essere applicate in tutti gli Stati membri e nelle comunità locali.

La responsabilità sociale ed etica della ricerca scientifica

Le Nazioni Unite, sulla base delle decisioni della Conferenza sullo sviluppo sostenibile Rio+20 del 2012, hanno avviato un processo di grande coinvolgimento del mondo scientifico internazionale per definire i termini e le condizioni dello sviluppo sostenibile e per operare in sinergia nella individuazione dei cosiddetti fenomeni emergenti. Questo coinvolgimento del mondo scientifico internazionale ha una motivazione ben precisa: la scienza non può essere autoreferenziale e vivere nel suo mondo chiuso, come spesso accade. Essa ha, invece, una chiara “responsabilità sociale, cioè deve orientare il proprio impegno secondo precisi valori e obiettivi sociali”; inoltre deve promuovere gli auspicati processi innovativi, assicurando che tali processi siano comunque “eticamente accettabili, sostenibili, socialmente auspicabili” (UN, Global Sustainable Report, 2015). A questa prima iniziativa è seguito l’invito al mondo scientifico a rafforzare il metodo di lavoro interdisciplinare (la collaborazione tra le diverse discipline scientifiche) ma anche ad adottare un nuovo metodo di lavoro, cosiddetto transdisciplinare, partecipativo, per coinvolgere gli operatori esterni al mondo scientifico nei processi di ricerca (comunità locali, organizzazioni non governative, opinione pubblica).

Per un diverso rapporto tra scienza e politica

Ma le Nazioni Unite hanno compiuto un ulteriore importante passo in avanti avviando un programma specifico e organizzando una struttura permanente per valorizzare la collaborazione tra scienza e politica: il programma Science-Policy Interface. In questo modo i rappresentanti dei governi, cioè gli attori politici, hanno potuto riunirsi in modo organico e permanente e discutere sui principali problemi da affrontare con i rappresentanti del mondo accademico.

Le scelte effettuate dalle Nazioni Unite in materia di cooperazione scientifica e di collaborazione tra scienza e politica, la cui validità è confermata dalle importanti esperienze positive fatte finora, costituiscono, a mio avviso, un modello da replicare nei singoli Stati e nelle comunità locali. I tavoli permanenti di confronto e lavoro scienza-politica possono diventare uno strumento di grande utilità per tutti gli attori dello sviluppo, come pure l’adozione da parte della scienza di un metodo di lavoro transdisciplinare, aperto alla partecipazione delle organizzazioni della società civile. È in tali strutture ed è adottando tali metodi di lavoro che sarà possibile definire i programmi e le azioni più adeguate per uno sviluppo davvero sostenibile e trovare risposte alla questione di fondo: quali investimenti per quale sviluppo ? Ciò per fare in modo di ridurre le tensioni ed i rischi di rottura dei vari sistemi, promuovere dei reali processi di inclusione, garantire che tutte le componenti della società siano messe in grado di cogliere le opportunità della globalizzazione.

La responsabilità sociale ed etica delle imprese

La scienza ha precise responsabilità sociali. Ciò che vale per la scienza vale, a maggior ragione, per gli operatori economici. L’impiego produttivo dei capitali ai fini del profitto e il rispetto della competizione sui mercati non può far dimenticare che ogni scelta effettuata dall’impresa a tale scopo produce anche grandi conseguenze sociali, culturali, politico-istituzionali. La consapevolezza di questo stretto legame è ben presente nelle istituzioni internazionali, nei governi, tra i grandi operatori economici, come è testimoniato dal grande dibattito e dalle numerose iniziative avviate nel mondo in materia di CSR – Corporate Social Responsibility.

È mia convinzione che il rafforzamento e una maggiore diffusione delle pratiche di CSR nelle imprese, a livello nazionale e internazionale, renderebbero più facile a tutti, in primo luogo ai decisori politici, le scelte relative ad uno sviluppo equilibrato ed armonico delle comunità, condizione essenziale per la loro coesione; e aiuterebbero anche ad orientare meglio gli investimenti produttivi (motivati da filantropia o da business) verso la correzione delle più gravi emergenze. Non dobbiamo dimenticare, a questo riguardo, che la CSR è, in primo luogo, un elemento strategico di quel nuovo sistema di regolazione dei processi economico-produttivi che è richiesto dalla necessità di “transforming our world”, approvato dalle Nazioni Unite. Inoltre, la diffusione delle pratiche di CSR fa parte, dell’insieme delle risposte positive che i vari sistemi nazionali e locali devono individuare, di fronte alle crisi degli ultimi anni e alle emergenze attuali, per ricostruire un solido rapporto di fiducia tra società e imprese; per accreditare la qualità dei progetti imprenditoriali; per organizzare un modello sociale di sviluppo in grado di operare per la equità e la stabilità dei sistemi; insomma, la CSR è una componente essenziale di quella che in molti documenti è definita come la “Grande Correzione” dell’attuale processo di sviluppo.

A questo riguardo, dunque, sarebbe importante che i decisori politici, a cominciare dai governi, prendessero provvedimenti per incentivare e diffondere maggiormente le pratiche di CSR, fino al limite di rendere tale pratica come obbligatoria per legge.

Non vi è dubbio che un’impresa, che applica i metodi e le pratiche di CSR, volontariamente e con onestà di intendimenti – quindi non solo per uno scopo strumentale di marketing – ha sopportato dei costi aggiuntivi, è vero, ma è certo più credibile di altre, in rapporto alla sua missione e ai suoi investimenti; essa è un punto di riferimento per il territorio e la sua comunità, esprime valori positivi e concorre, più di altre, al “bene comune”. In altre parole offre un esempio di ricostruzione del rapporto tra etica ed economia.

Promuovere l’economia sociale

Infine, vi sono due settori che richiedono una particolare attenzione sia da parte delle istituzioni, sia da parte degli investitori. Il primo riguarda lo sviluppo delle imprese sociali e dell’economia sociale, un settore in forte crescita in molti paesi del mondo che, secondo l’OECD svolge “a pivotal role in creating jobs for vulnerable and at-risk individuals” e, più in generale, offre un contributo importante a trovare “innovative solutions to unsolved social problems” (OECD, Job Creation and Local Economic Development, Report 2014).

Promuovere nuove forme di welfare

L’altro settore sul quale dovrebbe utilmente convergere la collaborazione tra istituzioni pubbliche e operatori economici privati riguarda la riorganizzazione del sistema di welfare. Attualmente, anche come conseguenza della crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, in tutti i paesi industrializzati assistiamo ad una profonda riorganizzazione di questo sistema con riduzione dei servizi pubblici e un maggiore onere di partecipazione dei privati cittadini. Numerose sono le forme nuove dei sistemi di welfare:

  • Welfare finanziario, Welfare misto per le famiglie, Welfare privato, Welfare attivo, come strumento di incentivazione della crescita economica, Welfare comunitario di miglioramento del capitale umano e della coesione sociale, Welfare sussidiario per rafforzare l’economia civile):
  • Welfare delle responsabilità condivise di razionalizzazione dell’assistenza socio-sanitaria, il Welfare aziendale, frutto dei nuovi orientamenti contrattuali.

Proprio in questa fase di profonda trasformazione dei tradizionali sistemi di welfare, un’azione convergente, organica, trasparente tra istituzioni pubbliche, investitori privati ed organizzazioni della società civile potrebbe porre un buon rimedio ai tanti disagi sofferti dalla parte debole della società ed alla precarietà sociale diffusa che sono causati, appunto, dalle trasformazioni in atto.