A dieci anni dalla morte di Calipari

La morte di Nicola Calipari coincide con un passaggio importante nei rapporti tra i Servizi di sicurezza italiani e l’opinione pubblica. Il volto di Calipari, dirigente dei Servizi, sino ad allora sconosciuto al grande pubblico, entra nelle case degli italiani. Avrebbe potuto essere quello del nostro vicino di casa, del collega di ufficio, del professore, del notaio. Niente a che vedere con gli stereotipi consacrati dalla letteratura o dal cinema, che ci hanno trasmesso un physique du rôle adatto alle acrobazie più spericolate, alla durezza della licenza di uccidere, alla fascinazione di bellissime spie nemiche.
di Gian Maria Fara
15 aprile 2015

“Nicola Calipari, un eroe gentile” – Quaderno d’Intelligence edito da Gnosis – è la storia di Nicola, ma anche degli ultimi dieci anni della nostra intelligence e della sua profonda trasformazione. Presentato in occasione dell’apertura dell’anno accademico della della Scuola di formazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, quindici voci raccontano Calipari: frammenti di vita e pensieri lunghi. Dalla dimensione scout alla sua fede, dai primi anni in Polizia alla lotta alla ‘ndrangheta, fino alla scelta di servire lo Stato nell’intelligence. Qui un estratto del contributo di Gian Maria Fara, scaricabile integralmente sul sito www.sicurezzanazionale.gov.it

 

 

La morte di Nicola Calipari coincide con un passaggio importante nei rapporti tra i Servizi di sicurezza italiani e l’opinione pubblica. Vengono trasmesse in maniera inattesa, in quel giorno di marzo di dieci anni fa, le immagini relative alla conduzione di una vicenda delicata e complessa come quella del rapimento di Giuliana Sgrena, giornalista del «manifesto». Ma la gioia e la soddisfazione della liberazione sono annullate dalla notizia della morte – proprio nella fase conclusiva dell’operazione – dell’artefice delle trattative che avevano consentito il rilascio della giornalista. Caduto sotto il ‘fuoco amico’ di un soldato americano a poche centinaia di metri dall’aeroporto e dall’aereo che avrebbe dovuto riportarli in Patria.

Il volto di Nicola Calipari, dirigente dei Servizi, sino ad allora sconosciuto al grande pubblico, entra nelle case degli italiani. Avrebbe potuto essere quello del nostro vicino di casa, del collega di ufficio, del professore, del notaio. Niente a che vedere con gli stereotipi consacrati dalla letteratura o dal cinema, che ci hanno trasmesso un physique du rôle adatto alle acrobazie più spericolate, alla durezza della licenza di uccidere, alla fascinazione di bellissime spie nemiche.

Il volto, la storia, la carriera di Nicola Calipari svelano la ‘normalità’ di un mondo da sempre ‘immaginato’, la quotidianità di un lavoro fatto di intelligenza, studio e analisi più che di azioni mirabolanti, e convertono il mistero coltivato dal nostro immaginario collettivo in una più rassicurante realtà. Quel sacrificio, quella morte portano alla

luce, nello stesso tempo, il ruolo, il lavoro dei nostri Servizi di sicurezza che, almeno in quell’occasione, diventano pubblici e aperti alla conoscenza, misurabili nell’impegno, valutabili – come mai era accaduto prima – nei risultati. La sorte tragica dell’eroe mostra il retroscena di tante vicende analoghe positivamente conclusesi nel recente passato senza che l’opinione pubblica avesse avuto modo di coglierne i contorni, di capirne i percorsi e di attribuirne il merito. La morte della quale stiamo parlando esercita, anche se involontariamente, una rottura con gli schemi del mondo dell’intelligence dove è normale esistere e non essere visti, vivere e non apparire. Allora, affidandosi ad Heidegger, «l’uomo trova la misura della propria autenticità solo nella morte, nella quale non si è sostituibili e nella quale si è unici e irripetibili». Ciascuno di noi, quando muore, ha inevitabilmente qualcosa da farsi perdonare, ma se morirà bene, avrà un’eredità da lasciare, costruita non tanto dai suoi beni materiali quanto da se stesso.

E l’eredità che ci lascia Nicola Calipari è sostanziata nell’ultimo tentativo di protezione, del quale racconta Giuliana Sgrena, mentre arrivano i primi colpi. Tutelare sino all’ultimo istante l’ostaggio liberato, portare a compimento la missione e sentire tutto ciò come un dovere ineludibile, generosamente e senza riserve. E con ciò si svela una contraddizione, forse insuperabile, quella delle istituzioni distanti, spesso invasive e burocratiche, con le quali ci confrontiamo nella vita di tutti i giorni e quella poco conosciuta delle istituzioni chiamate a proteggere e garantire la nostra sicurezza in silenzio.

Tuttavia, nel corso degli anni, e man mano che i cittadini prendono coscienza dei vantaggi ma anche dei pericoli della globalizzazione, aumentano la sensibilità e l’attenzione su fenomeni che un tempo appartenevano a una dimensione altra, lontana.

Il villaggio è diventato, come nell’insegnamento di McLuhan, veramente e definitivamente globale e quello dei media non è più solo il racconto di mondi diversi e distanti, ma soprattutto la metafora di ciò che potrebbe accadere anche a noi in qualsiasi momento. Minacce che, come la cronaca quotidiana segnala, sono geograficamente sempre più vicine e alimentano un diffuso senso di insicurezza e di pericolo.

A ciò si aggiunge il disagio provocato da nuove forme di terrorismo, e il timore che possa accadere qui da noi quanto avvenuto di recente in Francia o in Tunisia acuisce la diffidenza e il sospetto nei confronti dell’«altro da sé». Un timore alimentato spesso da una politica che tende a strumentalizzare sentimenti che andrebbero ben altrimenti indirizzati. Ma la ‘politica della paura’ per conquistare consensi è una ‘politica che ha paura’ e non ha nessuna prospettiva se non quella del ‘tanto peggio tanto meglio’.

La presenza di culture diverse nel nostro Paese non può ridursi «alla convivenza del sospetto e della diffidenza», non può essere vissuta come elemento di separatezza e di pericolo. E neppure può dare spazio a tentazioni di omologazione o, peggio, di omogeneizzazione di un pluralismo culturale che può rappresentare, invece, una nuova, vera ricchezza per un Paese percorso, abitato e costituito storicamente da un crogiolo di razze e di culture.

La storia spesso non è maestra, come si pretende, e talvolta non ci trasferisce la memoria di ciò che siamo stati e da dove veniamo.

(Continua a leggere, scarica il pdf dello speciale Quaderni di intelligence dedicato a Nicola Calipari http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/quaderni-di-intelligence/nicola-calipari-un-eroe-gentile.html)