L’Italia e le sue metafore

di Gian Maria Fara
27 marzo 2017

Molti uomini, come i bambini, vogliono una cosa ma non le sue conseguenze.
(Ortega Y Gasset)

 

Nel corso degli anni, con l’obiettivo di rendere trasferibile il messaggio di un Paese ricco di forza e di fragilità, abbiamo fatto ricorso a metafore costruite su personaggi presi in prestito dal mondo letterario. Personaggi che potessero essere rappresentativi del modo di essere, del modo di fare e di comportarsi degli italiani, della loro classe dirigente e dell’Italia nel suo complesso.

A distanza di anni, ci rendiamo conto di quanto quelle metafore fossero calzanti in sé ma, soprattutto, di quanto esse formino un puzzle della realtà italiana odierna.

Nessuno di quei personaggi e nessuna delle metafore delle quali erano stati incaricati possono dirsi, ancora oggi, superati dai fatti. Non lo è Gulliver, il gigante imbrigliato dai mille fili tesi dai lillipuziani, che voleva rappresentare un Paese bloccato dai mille lacci e lacciuoli di einaudiana memoria ovvero da una burocrazia ottusa quanto pervasiva, visto che ancora oggi una delle grandi e non risolte questioni nazionali riguarda il groviglio di riforme che si sono sovrapposte accrescendo ancora di più la confusione, l’incertezza e rendendo impossibile la modernizzazione stessa del Paese. Gli italiani – così come allora – stentano a sentirsi cittadini e non sudditi.

Non lo è Zeno Cosini di Svevo che si lamenta, costretto a convivere con i suoi problemi fisici, una zoppìa, e con quelli sentimentali e si considera sfortunato, anche se alla fine vede tradursi in vantaggi le sue presunte delusioni.

Non lo è Tartarino di Tarascona, personaggio roboante e spaccone. Un eroe con la maglia di lana, messo a dura prova dalle sue stesse vanterie di cacciatore e dalle sue obbligate avventure internazionali e, comunque, idolatrato dall’opinione pubblica della sua cittadina sempre pronta ad ingurgitare racconti di incredibili e impossibili imprese.

Non lo è Oblomov – dal quale il termine “oblomovismo” – nobile russo, degno rappresentante dell’incuria e dell’abbandono, dell’accidia, che conduce la sua vita in una grande casa tra disordine e sporcizia, ostaggio dei suoi servitori, così come spesso accade qui da noi. Basti osservare il degrado di molte delle nostre città, dei nostri territori e della Capitale d’Italia e della cristianità in primis.

Non lo è il Mastro Don Gesualdo di Verga impegnato ad accumulare “robba” invece che ad investire le sue risorse in attività produttive. Esempio di una mentalità feudale che rifiuta la modernità e il cambiamento e tiene i soldi sotto il mattone, così come fanno qualche volta i nostri concittadini.

Non lo è Mani, il padre fondatore della poco nobile religione dei manichei, che era riuscito a mettere insieme Zarathustra con Marcione e annunciava un universo rigidamente diviso tra bene e male. Da una parte solo la giustizia, dall’altra solo la malvagità. Poi, stanchi ed esasperati da questo dualismo radicale, i persiani uccisero Mani e scacciarono i manichei che si dispersero in varie parti del mondo, ma ogni tanto riappaiono: anche in Italia. E, infiltrandosi nei partiti e nelle Istituzioni, danno l’impressione di aver reso impotente l’intero Paese.

Non lo è Bazarov, il personaggio di Ivan Turgenev in Padri e figli, emblema della sub-cultura del declino e della decadenza, figlia del nichilismo, che sembra ormai pervadere le Istituzioni e le coscienze dei nostri concittadini e afferma l’idea che niente meriti di essere conservato. Tuttavia, Bazarov, con la sua negazione radicale, non riesce ad indicare nessun chiaro progetto per il futuro, così come accade ora ai nuovi protagonisti della vicenda politica italiana. (Palio di Siena – invidia).

Queste metafore e questi richiami descrivono forse la nostra parte peggiore, il mal costume, i ritardi, i limiti e i difetti di un Paese che sembra non voler esercitare nessuno sforzo in direzione del cambiamento.

Ma noi sappiamo perfettamente che l’Italia non è solo questo; che vi è un’Italia ancora migliore di quanto gli stessi italiani non riescano ad immaginare ed i media a descrivere.

È l’Italia di coraggiosi imprenditori che, nonostante le difficoltà, riescono a far crescere le proprie imprese, a creare occupazione, a proiettare l’immagine dei loro brand e dei loro prodotti con grande successo nel mondo.

È l’Italia nella quale pezzi importanti del sistema istituzionale, spesso in assoluta povertà di mezzi, assolvono il loro ruolo con grande spirito di servizio. Basti pensare al nostro sistema di sicurezza o al prestigio che accompagna le nostre Forze Armate, impegnate nelle missioni internazionali o al lavoro delle nostre donne e dei nostri uomini che salvano ogni giorno migliaia di vite umane in mare.

È l’Italia dell’accoglienza, costretta a confrontarsi spesso in perfetta solitudine con problemi epocali.

È l’Italia della solidarietà, che si esprime silenziosamente giorno e notte nell’assistenza e nell’aiuto ai più deboli, ai poveri e agli ammalati.

È l’Italia che si mobilita, con straordinaria generosità, in soccorso delle popolazioni colpite dalle calamità naturali.

Ed, infine, è l’Italia nella quale la stragrande maggioranza dei cittadini compie quotidianamente e silenziosamente il proprio dovere e ne osserva le leggi.

E tutto ciò mette ancora più in evidenza le contraddizioni che caratterizzano il nostro Paese: è come se al suo interno convivessero più Italie distanti l’una dall’altra. Italie che a volte non si riconoscono, stentano ad andare d’accordo e, invece di cercare la sintesi che possa condurre ad un percorso unitario, paiono alla ricerca di sempre nuove e pretestuose occasioni di confronto.

D’altra parte, a circa centosessant’anni dall’Unità non siamo ancora riusciti ad amalgamare economicamente, socialmente e culturalmente i nove Stati dai quali è nata l’Italia moderna.

Siamo di fronte a fratture storiche che stentano a ricomporsi, a retaggi difficili da abbandonare, alla difficoltà di costruire un progetto comune, alla difesa di identità particolari, quasi sempre egoistiche. Ma, soprattutto, ci troviamo davanti ad una classe politica che esalta i toni del confronto ed istilla nell’opinione pubblica il germe della divisione mentre, nello stesso tempo, i media procedono ad una quotidiana destrutturazione del senso invece che contribuire alla sua costruzione.

Sono, questi, anche i frutti della mancanza di un progetto per il futuro che possa, sia pure con le naturali diversità culturali, vedere i diversi soggetti politici collaborare nell’interesse generale del Paese.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: l’Italia ha enormi potenzialità ma, proprio per le sue divisioni, non riesce a trasformare la potenza in energia.