Intervista

Mai più manicomi criminali

Dei 750 attuali internati, quelli più pericolosi, circa 350, verranno contenuti nelle "Rems", strutture gestite dalle Regioni, sulle quali ci sono ancora molti ritardi.
di redazione
29 marzo 2015

La legge li chiama Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma per tutti da sempre sono stati e sono i manicomi criminali, all’interno dei quali c’è detenzione, contenzione e quasi mai cura. A 35 anni dal lungo e contraddittorio processo che ha portato alla chiusura di quelli ordinari, a fine marzo dovrebbero scomparire. Ma sarà così? Ne parliamo con Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone, l’associazione che da 25 anni si occupa delle condizioni reali nelle carceri italiane.

La data del 31 marzo che valore ha? Solo simbolico, visto che gli internati degli Opg in parte consistente non hanno ancora un altro posto dove essere accolti?

Fra pochi giorni è prevista la chiusura dei 6 residui ospedali psichiatrici giudiziari. Ci sono state per 2 volte delle proroghe. Un provvedimento legislativo ne aveva previsto la chiusura nel 2012, dopo il clamore e lo scandalo determinati prima dall’inchiesta del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, poi dal lavoro della Commissione parlamentare guidata dall’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino, allora senatore. Queste indagini fecero scandalo perché svelarono le condizioni in cui versavano persone costrette in contenzione fisica, legate per giorni e giorni, il tutto in ambienti insalubri dal punto di vista igienico-sanitario, in strutture che brillavano per la totale assenza di cura. Di fatto solo un brutale internamento. Per ben 2 volte il Presidente della Repubblica Napolitano nei discorsi di fine d’anno ha denunciato la vergogna dei trattamenti inumani negli Opg. Ora siamo arrivati alla chiusura. Rispetto alla scadenza imminente penso e spero che non ci siano ulteriori dilazioni. La situazione è comunque differenziata. Dei 750 attuali internati una parte, quelli non ritenuti pericolosi, potranno avere la speranza di essere presi finalmente in carico dai servizi di salute mentale delle Asl, inseriti dunque in percorsi terapeutici non di tipo contenitivo. In moltissimi casi è da anni, e in qualche caso da sempre, che questi individui avrebbero dovuto stare fuori dagli Opg, più comunemente chiamati manicomi criminali. Ce ne sono poi circa 350 che vanno assistiti e contenuti maggiormente. Per loro al posto delle strutture attuali nascono le Rems, “residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza”, con una funzione essenzialmente di tipo sanitario, e con quella di custodia esercitata dalla polizia penitenziaria all’esterno, però, delle nuove strutture. Questa nuova organizzazione è totalmente nelle mani delle regioni, e la realtà cui stiamo assistendo è che alcune sono più rapide, altre manifestano ritardi, Una volta tanto la situazione è a macchia di leopardo, e non si manifesta la classica suddivisione nord-centro-sud. Buone esperienze, ad esempio, stanno nascendo in Piemonte, ma anche nel meridione.

Come saranno organizzati le Rems?

Dovrebbero avere ciascuno non più di 20 posti: strutture piccole, dunque, per le quali dovrebbe essere più facile evitare il rischio che divengano nuovi manicomi, seppure sotto mentite spoglie. Dovranno avere una forte connotazione curativa. Un quadro rivoluzionato, dunque, ma stiamo attenti: per ora non c’è niente di tutto questo. Il 31 marzo si dovrà verificare materialmente e regione per regione cosa è stato fatto o meno. Per le regioni che non si saranno attivare il governo dovrà nominare un Commissario: questo è un obbligo di legge. Alcune regioni, dunque, verranno commissariate per far nascere rapidamente queste strutture. In alcuni casi si useranno probabilmente reparti carcerari dismessi. Il 31 marzo, dunque, sarà occasione di un brindisi alla chiusura degli Opg, ma è nelle settimane e nei mesi successivi che si potrà fare un primo reale bilancio. Inoltre la legge dice che ogni regione deve prendersi in carico i “suoi” ex internati. E questo può creare all’inizio qualche problema interpretativo.

Da un punto di vista dei costi per la comunità, questa diluizione e, al contempo, più corretta presa in carico degli ex internati sarà molto onerosa rispetto alla “non soluzione” precedente?

Esistono fondi già messi a bilancio nella legge iniziale e ad oggi mai spesi. Quindi non siamo di fronte a chissà quale onere economico. Stiamo parlando in sostanza di poco più di 300 persone distribuite in 20 regioni.

Lla fine del loro internamento, anche se riguarda numeri assai bassi, è importante perché si può finalmente far affermare che si attua con grandissimo ritardo lo spirito della legge Basaglia…

Staremo a vedere. Fra un anno, al 31 marzo 2016 si potrà fare un bilancio anche in termini di soluzioni adottate e costi sostenuti. I costi dipendono infatti dalla efficienza del sistema: le risorse logistiche non mancano, ma c’è il rischio che, come per altri settori, alcune regioni si affidino impropriamente a strutture e soggetti privati

Un altro rischio che in una fase in cui alcuni settori sia della politica che della comunicazione sembrano incentivare le paure e lucrare sulla reale o supposta insicurezza diffusa, la pericolosità di alcuni soggetti non più classicamente “internati” venga utilizzata per denunciare ulteriori rischi per la collettività..

Ovviamente già immagino che al primo reato commesso da un ex internato dimesso si produrrà una sfilza di titoli di giornali e di interventi nei media che lasceranno l’allarme, seguiti a ruota da politici che cercheranno di speculare con l’obbiettivo di prendere qualche voto in più già alle regionali del prossimo maggio. Bisogna comunque tenere la barra ferma. Un ruolo decisivo dovrà essere svolto proprio dal Ministero della Giustizia e dalle stesse regioni Devono esser forniti dati corretti con la massima tempestività. Ad esempio, ogni volta che un detenuto tradizionale in permesso premio commette un reato, la nostra associazione, Antigone, provvede a bilanciare il caso emergente e la inevitabile notizia di cronaca con il dato percentuale, quasi sempre assai basso, del complesso dei reati commessi da chi è in permesso. Se questo ruolo oltre che dalle associazioni e dalle ong fosse svolto direttamente dalle istituzioni, la comunicazione, seppure riluttante, sarebbe costretta a recepire e a rappresentare più correttamente la realtà.