Informazione

Mentana: “Attenti, se il Paese si disgrega non c’è informazione”

di Corrado Giustiniani
14 maggio 2018

Sì, ci sono troppe interviste, sui giornali e in Tv: «Un genere che è diventato affine alla propaganda». I ragazzi e i media? «Noi giornalisti siamo come dei negozianti di antiquariato, mentre i giovani si approvvigionano da Ikea». E ancora: «Non esiste più un’opinione pubblica coesa». Enrico Mentana, star del nostro giornalismo televisivo, risponde alle domande di L’Eurispes.it sulla condizione dei nostri media, dopo Milena Gabanelli, Bruno Manfellotto, Giovanni De Mauro e Arianna Ciccone. Metà della sua carriera l’ha trascorsa a dirigere telegiornali: per dodici anni, dal 1992 al 2004, il Tg5, che fondò, e per otto, da giugno del 2010, il Tg di La7,  uno dei più liberi secondo il giudizio comune.. Oltreché direttore, Mentana è anche il più noto anchorman della televisione italiana.

Da quattro anni i reati sono in calo ma le paure crescono. E, secondo l’Eurispes, il 71 per cento degli italiani sovrastima gli immigrati. Colpa solo dei politici populisti, o anche dei giornali e delle televisioni che non cercano i dati veri?
“Né degli uni né degli altri. È la percezione reale che orienta i cittadini, e questa è diretta, non indotta. Se tu nel tuo quartiere vedi gente che rovista nei cassonetti, che chiede la carità, che beve birra e butta per terra le bottiglie e altro ancora, è naturale che traduci il tutto in disagio, paure e sovrastima degli stranieri. Vallo a dire a quelli che vivono nella zona dei Casamonica, che tutto è tranquillo”.

Ma i mezzi di informazione, le televisioni, non potrebbero fare di più per orientare i cittadini verso i numeri veri?
“I mezzi d’informazione fanno il loro mestiere, c’è chi soffia sul fuoco e chi invece no. Ma quello che conta è ciò che la gente avverte nel profondo. Tutti si dicevano convinti, prima delle elezioni, che fosse in arrivo una “marea nera”, ma così non è stato. Le previsioni sono spesso sbagliate, e comunque non c’è più un’opinione pubblica coesa, che vive allo stesso modo le cose. Ognuno confronta dati e informazioni con quello che gli accade, meglio o peggio che sia”.

Nella lunga campagna elettorale che ha preceduto il voto del 4 marzo, le televisioni hanno preso di mira i 5 Stelle, tranne poche eccezioni, tra le quali La7. Ma il Movimento ha vinto. L’influenza politica della Tv è dunque in calo?
“La televisione non ha mai avuto un effetto importante sulle scelte politiche degli italiani, altrimenti sarebbe ancora al potere la Dc. La Lega, trent’anni fa non passava in Tv ma diventò fortissima. Renzi è stato il mattatore delle interviste televisive, eppure ha perso. Il Mezzogiorno ha votato 5 Stelle perché è in gravi condizioni, e la promessa del reddito di cittadinanza era allettante”.

Il nostro giornalismo è afflitto dalla ricerca spasmodica di interviste e di pareri, più che dal bisogno di produrre notizie originali.  I giornalisti paiono quasi vigili urbani che dirigono un traffico di dichiarazioni.

“Sì, sono d’accordo. Interviste ex cathedra dei leader, spesso con domande pre-spedite e con risposte pre-stampate. Un genere che è diventato molto affine alla propaganda”.

In Tv c’è una sorta di “compagnia di giro” di giornalisti, capacissimi ma non specialisti, e forse per questo graditi ai politici: non si vede mai, per dire, un collega del Sole 24 Ore che faccia domande sull’economia.
“Anche questo è vero. Ma bisogna tener conto di tre fattori che incidono sulla scelta dell’intervistatore: il primo è la sua competenza, il secondo è la sua telegenia, la sua capacità di stare in video, e il terzo, inutile negarlo, è il suo gradimento da parte della persona intervistata, come succedeva anche in passato. Ma la proliferazione delle interviste è innegabile: le prime file dei politici vanno in Tv in prima e seconda serata, le seconde file affollano i programmi radiofonici del mattino”.

Secondo Giovanni De Mauro, il notiziario politico, in un giornale, andrebbe ridotto ad una sola pagina.
“Su questo no, non concordo. Lui vede le cose come direttore di Internazionale, e la sua prospettiva è del tutto diversa. Io, poi, ho fatto nascere il primo Tg politico, quando ancora non se ne parlava… La verità è che viviamo da tempo in una situazione di totale precarietà, e in questi giorni naturalmente ancora di più, e i giornali debbono raccontarla. Se non si fissa il pendolo della politica, restiamo tutti nel tritacarne”.

Assistiamo a uno scadimento della professione giornalistica?
“Sì, ma le cause sono altre. Il 90 per cento del giornalismo è fatto da colleghi che hanno oggi 50 o 60 anni e il loro racconto è datato rispetto agli interessi e alle aspettative dei giovani. Per giunta non ci sono quasi più gli inviati, che andavano sul posto scrivendo quello che vedevano, perché i loro viaggi e il loro impiego costerebbero troppo agli editori. Per cui leggiamo articoli per così dire “salgariani”, che raccontano un mondo che non si è visto. I lettori sotto i trent’anni sono scomparsi dai giornali, saranno 10mila in tutto. I giovani frequentano i siti. Siamo come dei negozianti di antiquariato, mentre i ragazzi si approvvigionano all’Ikea”.

Il futuro dell’informazione? E quello della televisione?
“Chi lo può prevedere mai, il futuro? Quando entrai in televisione, nel 1980, mi dicevano che era già morta, e invece eccola ancora lì. Esattamente cinquant’anni fa Stanley Kubrick creò il film capolavoro 2001 Odissea nello spazio, ma trent’anni dopo il mondo che aveva immaginato non si realizzò. Una cosa è certa: l’informazione non va da sola. Se si disgrega il Paese, non c’è informazione”.