Meridionali, liberiamoci delle zavorre e ripensiamo ad un progetto per il Sud

di Gian Maria Fara
29 luglio 2015

Il Nord: il presente; il Sud: il passato.

Naturalmente nulla di più falso.

Il Sud non è l’infanzia del Nord e non è neanche la bella addormentata nel bosco di limoni, che non è stata svegliata dal bacio di Murat né da quello di Garibaldi e neppure da quello dei fondi europei per il Mezzogiorno.

L’evoluzione sociale non è un processo biologico guidato dagli stessi geni e non esistono interventi di chirurgia plastica o dietetici che rendano il diverso omogeneo e soddisfino la nostra positiva ansia di ordine progressivo e progressista.

Nord e Sud, uniti in matrimonio più di centocinquant’anni or sono da un prete dalla barba rossa, vestito di poncho, che percorse a cavallo il regno normanno per darlo in dote ad una dinastia d’oltralpe, manifestano oggi segni di insofferenza e come in tutte le coppie scoprono di avere problemi di comunicazione. Nella lunga convivenza che sicuramente ha reso più simili i due partner, qualcosa è mutato ed è mutato proprio negli ultimi anni: oggi Nord e Sud sono più simili di un tempo, ma sono meno vicini.

I mercati del Mezzogiorno, sia quello di consumo sia quello degli investimenti, non possono più essere considerati un terreno privilegiato per imprese nazionali. Per nessuna impresa italiana il Sud è più terreno privilegiato: per le società industriali, commerciali e di servizi del Centro e del Nord esso è un mercato come gli altri, a volte meno redditizio di altri.

Infine nel recente passato si sono andate diradando le iniziative delle grandi imprese del Nord verso il Sud: non ci sono più oggi i Rivetti che dalla Lombardia scendono a Matera per impiantare fabbriche, alberghi e vivai; le grandi industrie, in difficoltà a livello nazionale, lasciano vivacchiare senza molto entusiasmo i grandi complessi eretti con grande dispiegamento di propaganda negli anni Settanta.

Inoltre nel Mezzogiorno si sono moltiplicate le Università, le scuole di formazione, che preparano schiere di giovani sicuramente in eccesso rispetto alla domanda del mercato.

La stessa struttura industriale e commerciale che, più o meno faticosamente, ha messo radici al Sud, è in grado di formare un numero di quadri manageriali e organizzativi necessario a soddisfare per le proprie esigenze. Anche se il Mezzogiorno ha ancora bisogno di capitali finanziari e tecnici, di competenze organizzative e manageriali, queste ormai non vengono più esclusivamente e forse neanche prevalentemente dal Nord Italia. Il Nord non guarda più al Sud come unica o privilegiata area di espansione.

Per investire, i grandi gruppi finanziari del Nord guardano piuttosto all’Europa, le grandi imprese manifatturiere, edili e di servizi ai Paesi dell’Est o alle nuove economie emergenti.

Il ruolo dello Stato si è fortemente trasformato negli ultimi decenni ed ha accentuato le sue funzioni economiche. Mano a mano che la spesa pubblica si espande perde sempre di più il rapporto con le finalità proprie della spesa (investimenti, consumi, servizi) per assumere quelle della sua stessa natura: e cioè la spesa è erogata per spendere, ossia per fornire un reddito a chi la riceve. Così gli aiuti al Terzo Mondo servono a smaltire le eccedenze agricole o a sostenere fabbriche in crisi, gli ospedali si costruiscono per dare appalti ad imprese edilizie e per assumere portantini, la formazione professionale viene finanziata per dare stipendi agli insegnanti e borse di studio agli allievi, persino l’istituzione di nuove università può essere vista come occasione per assumere un gruppo di uscieri. Questo naturalmente non vuol dire che gli aiuti al Terzo Mondo non abbiano sfamato i bambini del Sahel o che i nuovi ospedali non abbiano curato i malati o che qualche studente non possa aver imparato qualcosa.

Ma il cambiamento al quale abbiamo assistito fa sì che l’importanza, il valore, l’immagine e il giudizio, nei riguardi della spesa, siano rivolti alla spesa stessa, al suo ammontare, verso chi si indirizza (chi ne beneficia), quali sono le procedure da attivare per esserne oggetto, e così via.

Questa nuova forma dell’agire economico ha investito in misura massiccia sia il Sud sia il Nord, ma evidentemente il Sud più che il Nord, avendo il primo nella formazione del suo reddito, un rapporto meno diretto con il mercato e riproponendo, per una parte consistente del reddito, forme di allocazione arcaiche di tipo quasi feudale, come quando tutto il raccolto si immagazzinava nel castello ed il signore poi distribuiva, le derrate alimentari secondo norme consuetudinarie più o meno adattate al suo capriccio.

Bisogna combattere l’idea di un Sud arretrato e di un Nord avanzato, come se si trattasse, per il Mezzogiorno, di percorrere un sentiero che il Settentrione ha già percorso e lungo il quale il Sud si sarebbe attardato in un continuo inseguimento.

È l’immagine che riceviamo da una lettura affrettata delle statistiche, ma in realtà i due mondi camminano di conserva, ognuno con le proprie novità e le proprie zavorre, con i propri slanci ed i propri ritardi, compiendo passi diseguali perché la diversità è nelle culture, nelle forme di organizzazione politica, nelle strutture fisiche e sociali.

Uno degli errori più gravi fatti a danno del Mezzogiorno, per altro con la complicità e l’acquiescenza delle classi dirigenti meridionali, è stato quello di voler affermare una cultura industrialista in territori che per storia, tradizioni e cultura avrebbero avuto ben altre vocazioni. Ma d’altra parte, all’epoca, la fabbrica era considerata il luogo di legittimazione sociale per eccellenza anche se il Mezzogiorno avrebbe richiesto una radicale e diversa prospettiva.

Ma è più facile impiantare una fabbrica piuttosto che sviluppare un’economia del territorio promuovendo, per esempio, il turismo che, si sa, è materia complessa perchè chiama in causa direttamente l’organizzazione dei servizi e delle reti, la logistica, l’accoglienza, la cura dell’ambiente, la tutela del paesaggio, la produzione di cibo, la qualità della vita in generale.

In molte occasioni, abbiamo praticato tutte le scorciatoie possibili e abbiamo contribuito a distruggere i nostri territori prestandoli all’interramento dei rifiuti tossici delle fabbriche del Nord. E delle quali oggi il Sud paga il prezzo.

Altrettanto nuova, perlomeno nelle sue dimensioni, è la diffidenza che il Nord esprime con sempre maggior forza nei confronti del Sud e che rappresenta forse l’aspetto più preoccupante dei rapporti fra le due Italie.

Il nostro sistema si trova di fronte ad un impasse che tende ad acuire i contrasti di interessi fra Nord e Sud: questo impasse si chiama debito pubblico. Le sue dimensioni sono tali che il sistema non ha più margini di manovra economica: lo Stato non può più adempiere a quella che è una delle sue funzioni nell’economia moderna, il sostegno alla produzione e lo stimolo alla crescita. In un periodo di crisi, come quello attuale, questa mancanza diventa particolarmente acuta e suscita conflitti anche abbastanza espliciti, come quello fra risorse da destinare al Nord ed al Sud.

Le rilevazioni dell’Eurispes fotografano un Mezzogiorno in grande difficoltà rispetto alla condizione, seppur di generale disagio, del resto del Paese. Al Sud infatti otto famiglie su dieci (l’83,9%) hanno visto diminuire il proprio potere d’acquisto, ossia capacità di far fronte alle spese e fare acquisti per mezzo delle proprie entrate. Il 77% dei residenti al Sud è costretto ad utilizzare i risparmi per poter arrivare a fine mese e il 69,4% afferma che la sua famiglia ha difficoltà a pagare le spese mediche. Il 78% dichiara di avere difficoltà a pagare la rata del mutuo acceso per l’acquisto della propria casa; il 67,3% a pagare il canone d’affitto. Il 43,1% ha dovuto chiedere un prestito bancario nel corso dell’ultimo anno. Pur di far fronte alla crisi si risparmia su tutto, anche sui beni di prima necessità come i generi alimentari (81%). Il 60,9% di chi vive al Sud nell’ultimo anno ha dovuto far ricorso a forme di pagamento rateizzate nel tempo (escluso il mutuo per la casa) per poter acquistare beni come elettrodomestici, automobili, vestiario, ecc. Il 36,3% ha fatto ricorso al lavoro in nero svolgendo in maniera informale servizi presso conoscenti per arrotondare (assistenza ad anziani, sartoria, babysitter, vendita di oggetti autoprodotti, pulizie, giardinaggio, ecc.).

Si discute ormai da alcuni anni sul significato da dare allo stesso concetto di Mezzogiorno o meglio della visione dualistica dell’Italia, che probabilmente risale a Giustino Fortunato.

Un tempo, sino agli anni Settanta, il dualismo permetteva di contrapporre un Nord evoluto ad un Sud strutturalmente più debole e socialmente ed economicamente ritardato. Oggi il dualismo offre piuttosto la scatola concettuale entro la quale inserire l’immagine di un Nord sano al quale contrapporre un Sud malato, anchilosato, forse deviante.

Gli stereotipi del Nord nei confronti del Sud nascono da un equivoco di fondo. Non è il Nord che si sviluppa, ma è l’intero Paese, non è il Sud che è malato, ma è l’Italia che è malata. La malattia ha iniziato la sua metastasi dal Sud, perché qui vi erano gli organi più facilmente aggredibili.

Il problema dello sviluppo del Paese investe entrambe le aree, forse più il Sud del Nord, o comunque in misura comparabile, anche se il fenomeno resta nascosto da un’immagine, questa sì razzista o manichea, che ci siamo costruiti del Mezzogiorno.

Vi sono aree del Sud, minoritarie forse, non toccate dal morbo, vi sono regioni del Nord dove questo comincia ad apparire in tutta la sua portata. Non vi sono predisposizioni genetiche o culturali di alcuni italiani, non si tratta di una malattia che si diffonde per contatto. Si tratta di un malessere che pervade tutta L’Italia e che trova punti di maggiore o minore resistenza. Il suo centro di individuazione e di propagazione è fondamentalmente Roma, il centro della gestione politica e amministrativa.

Scontiamo la difficoltà di una classe dirigente generale incapace di darsi programmi di rinnovamento, di immaginare e mettere a punto un progetto.

L’Italia, in effetti, è un Paese senza progetto.

Nello stesso tempo, si è esaurita la spinta che aveva trasformato nel dopoguerra un Paese arretrato in una moderna potenza economica. Economia, politica, cultura sociale: chi sono oggi gli interpreti di questo processo? Attori di secondordine se paragonati con gli interpreti dei decenni passati. E questo riguarda tutte le articolazioni della classe dirigente.

Tuttavia anche noi meridionali dobbiamo liberarci delle nostre zavorre.

Primo: dobbiamo smetterla di pensarci e chiedere tutele come se fossimo una specie protetta perchè, com’è noto, tutte le specie protette finiscono prima o poi per estinguersi.

Secondo: dobbiamo liberarci dell’oblomovismo del quale siamo spesso vittime (incuria, trasandatezza, fatalismo, abbandono). Nel romanzo di Ivan Gončarov il protagonista raccoglie in sé i sintomi del caso clinico esemplare. Oblomov è un nobile della Russia zarista della metà del secolo scorso, poco più che trentenne, «unico proprietario di trecentocinquanta anime, ereditate in una lontanissima provincia, quasi in Asia», che vive a Pietroburgo con i proventi della sua tenuta. Cosa fa Oblomov? Nulla, non fa nulla. Egli, infatti, rifugge da qualsiasi attività, compresa la cura dei propri affari, sprofondato in un perpetuo stato «di apatia o assopimento». Benché gli avvenimenti della sua vita si siano «rimpiccioliti fino a diventare microscopici», egli è del tutto incapace di gestirli, prigioniero di un fatalismo così sterile e antieroico che il mero rimandare, anche di qualche giorno, il confronto con un problema gli appare infallibilmente un’eccellente soluzione, come dire un irresistibile viatico all’immobilità.

Così come dobbiamo liberarci della sindrome di Mastro Don Gesualdo, il personaggio creato dalla penna di Verga, che continuava incessantemente ad accomulare la “robba” invece di attuare investimenti per accrescere il proprio patrimonio.

Ma dobbiamo anche liberarci di Kant sul quale si sono formate intere generazioni di nostri liceali e riscoprire Tocqueville. Come si ricorderà l’idea di democrazia di Kant si attagliava a coloro che producevano un manufatto, per esempio l’artigiano o l’operaio. Ne venivano elusi coloro che, erogando un servizio, come un cameriere o un barbiere, “vendevano” se stessi. Tocqueville, al contrario, ne il suo “La democrazia di America”, ci spiega che in quel paese tutti i mestieri, purchè condotti onestamente, hanno la stessa dignità. Dal facchino al Presidente degli Stati Uniti.

Nel nostro Paese, e nel Meridione in particolare, l’idea kantiana ha scavato profonde radici e per le nostre famiglie un laureato disoccupato è pur sempre preferibile ad un maître d’hotel con un robusto stipendio.