Sicurezza

Money dirtying, ovvero quando la Mafia conviene

di Gian Carlo Caselli e Gian Maria Fara
2 marzo 2015

Quando alcuni anni fa Eurispes e Coldiretti diedero vita al 1° Rapporto sulle Agromafie, si sapeva che avremmo aperto una finestra su un panorama trascurato, quando non volutamente ignorato, dal sistema politico e istituzionale e da buona parte del mondo della comunicazione e dell’informazione: spesso condizionati, direttamente o indirettamente, dai cospicui interessi in campo che ispirano il quieta non movere che caratterizza nel nostro Paese – purtroppo spesso – molte delle questioni capaci, se e quando affrontate, di creare disagio e difficoltà.

Ma si era anche consapevoli del fatto che con il nostro lavoro si sarebbe segnato un punto di non ritorno e che nessuno avrebbe più avuto la possibilità di far finta di non sapere, di non essere informato. Così come eravamo convinti di poter dare una maggiore e doverosa visibilità al lavoro spesso sconosciuto di tanti magistrati e di tanti appartenenti alle Forze dell’ordine, ripetendo l’esperienza che nel 1993 ci aveva portati alla stesura del primo Rapporto sulle Ecomafie.

Quel Rapporto dimostrò che l’aggressione e lo sfruttamento dell’ambiente, del suolo, del territorio non erano solo il frutto di una (per così dire) scarsa “vocazione civica” di parte della popolazione italiana e che le organizzazioni criminali avevano individuato nuove forme di arricchimento a basso rischio. Allo stesso modo, oggi, l’impegno di Coldiretti ed Eurispes denuncia l’ipoteca che ormai le Mafie esercitano sull’agroalimentare, uno dei più importanti e decisivi comparti produttivi del Paese.

Produzione, distribuzione, vendita sono sempre più penetrate e condizionate dal potere criminale, esercitato ormai in forme raffinate attraverso la finanza, gli incroci e gli intrecci societari, la conquista di marchi prestigiosi, il condizionamento del mercato, l’imposizione degli stessi modelli di consumo, l’orientamento delle attività di ricerca scientifica e persino alcune scelte legislative.

Non vi sono zone “franche” rispetto a tali fenomeni. Mentre è certo che le Mafie continuano ad agire sui territori d’origine, perché è attraverso il controllo del territorio che si producono ricchezza, alleanze, consenso: specialmente nel Mezzogiorno, costretto ad aggiungere alla tradizionale povertà gli effetti di una crisi economica pesante e profonda, aggravata dalla “vampirizzazione” delle risorse sistematicamente operata dai poteri illegali.

Tra le tante operazioni segnalate dalla Guardia di Finanza nell’ultimo anno ve ne sono alcune fortemente emblematiche: false imprese agricole con terreni immaginari e produzioni inesistenti che, incassando illegalmente provvidenze e rimborsi, assumono centinaia di operai a tempo determinato, consentendo loro di godere delle prestazioni previdenziali e assistenziali. Il che dimostra quanto siano ancora profondi i legami e il sistema di complicità che consentono agli agromafiosi di continuare ad arricchirsi mentre tanti “poveri diavoli” fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. Niente di nuovo sotto il sole. Si tratta infatti di un fenomeno antico, sommerso, scarsamente osservato in passato, ma che è stato decisivo nel frenare la crescita del nostro Mezzogiorno.

Resta comunque il fatto che i capitali accumulati sul territorio attraverso le mille forme di sfruttamento e di illegalità hanno bisogno di sbocchi, devono essere messi a frutto e perciò raggiungono le città   – in Italia e all’estero – dove è più facile renderne anonima la presenza e dove possono confondersi infettando pezzi interi di buona economia.

Vengono rilevati, attraverso prestanome e intermediari compiacenti, imprese, alberghi, pubblici esercizi, attività commerciali soprattutto nel settore della distribuzione della filiera agroalimentare, creando, di fatto, un “circuito vizioso”: produco, trasporto, distribuisco, vendo, realizzando appieno lo slogan “dal produttore al consumatore”. Ma anche questo è noto, e dimostrato dalle indagini della Magistratura e dall’attività delle Forze di polizia.

Nel 2° Rapporto avevamo segnalato questa evoluzione concentrando la nostra attenzione sull’italian laundering, ovvero su possibili percorsi del riciclaggio del denaro sporco che cerca di rendersi rispettabile e di moltiplicarsi nello stesso tempo.

Oggi osserviamo un’ulteriore e ancora più pericolosa evoluzione del fenomeno criminale, almeno per ciò che riguarda questo settore: il money dirtying, fenomeno esattamente speculare a quello del riciclaggio, nel quale i capitali sporchi affluiscono nell’economia sana; per contro, nel money dirtying sono i capitali puliti ad indirizzarsi verso l’economia sporca.

La crisi economica; le regole imposte da Basilea 2 e 3 che limitano fortemente l’erogazione del credito; l’incertezza e, spesso, la paura che spingono i privati a tenere immobilizzate presso le banche quote sempre più consistenti di risparmio sottratte, di fatto, all’investimento; la possibilità per le stesse banche di approvvigionarsi presso la Bce a tassi vicini allo zero, con la conseguenza che diminuisce sempre più l’interesse alla raccolta, che viene ormai remunerata in maniera simbolica. Sono questi gli ingredienti che definiscono la condizione all’interno della quale vanno ricercate le origini del money dirtying. In buona sostanza, molti tra coloro che dispongono di liquidità prodotta all’interno dei settori attivi nonostante la crisi, trovano convenienti e pertanto decidono di perseguire forme di investimento non ortodosso, con l’obiettivo del massimo vantaggio possibile affidandosi a soggetti borderline o ad organizzazioni in grado di operare sul territorio nazionale e all’estero in condizioni di relativa sicurezza.

Il settore agroalimentare, che ha dimostrato in questi anni non solo di poter resistere alla crisi ma di poter crescere e rafforzarsi anche in un quadro congiunturale complessivamente difficile, è diventato – di conseguenza – ancor più appetibile sul piano dell’investimento.

Ora, dal punto di vista strettamente logico, le organizzazioni criminali, che già dispongono di ingenti risorse proprie da ripulire sul mercato legale, non dovrebbero essere interessate a prendere in carico altro denaro, questa volta pulito, da investire nelle loro attività apparentemente lecite o illecite.

E, invece, esse considerano particolarmente interessante e vantaggioso questo tipo di operazioni per alcuni fondamentali motivi. Il primo è quello “relazionale”: che consiste nella possibilità di entrare in contatto con quello che, parafrasando la recente inchiesta che ha riguardato la Capitale, potremmo definire “il mondo di sopra”, cioè imprenditori rispettabili, uomini d’affari, esponenti della politica e del mondo istituzionale centrale e locale, operatori del sistema creditizio. Insomma, la possibilità di entrare in contatto e frequentare salotti e ambienti più o meno buoni.

Il secondo è di “natura estetica”: l’afflusso di moneta buona migliora l’aspetto e copre l’odore di quella cattiva. Le due monete finiscono per confondersi e ibridarsi, rendendo sempre più sfumati ed incerti, fino a cancellarli, i confini tra l’economia sana e quella malata. E l’operatore al servizio delle consorterie mafiose ne ricava, almeno sul piano esteriore, la rispettabilità e la credibilità necessarie per poter operare in taluni, qualificati ambienti economici e sociali.

Il terzo è di “natura strumentale”: essere utili, garantire guadagni e assicurare nello stesso tempo protezione, stabilire in sostanza un patto di complicità con operatori rispettabili e con aziende e società anche rinomate può risultare molto proficuo e vantaggioso.

In effetti, una volta abbattuto il muro di separazione tra i due mondi, niente impedisce di sviluppare nuove iniziative di interesse comune, nuovi business. Finché l’uomo d’affari, l’imprenditore che ha cercato o accettato il contatto e ha affidato ad organizzazioni illegali o mafiose propri capitali, diventa esso stesso oggetto e soggetto del riciclaggio, e – da finanziatore – complice.

Allora, il processo di infezione diventa irreversibile.

Secondo le nostre stime almeno un miliardo e mezzo di euro transitano sotto forma di investimento dall’economia sana a quella illegale, ovvero circa 120 milioni di euro al mese, 4 milioni di euro al giorno.

Questa ipotesi potrebbe risultare anche approssimativa per difetto alla luce delle attività portate in evidenza dalla Magistratura e dalle Forze dell’ordine, la Guardia di Finanza in particolare.

Sono dati apparentemente eclatanti, ma del tutto compatibili col giro d’affari complessivo delle agromafie che nel 2° Rapporto quantificammo in 14 miliardi annui e che oggi è salito ad almeno 15,4 miliardi di euro.

Alla crescita fisiologica dell’attivismo agromafioso, a più di un anno di distanza, occorre infatti aggiungere un incremento di almeno il 10%, determinato da diversi fattori. Tra questi alcuni non prevedibili, come quelli climatici, che hanno colpito pesantemente la produzione, non più in grado di soddisfare la domanda, ciò che apre le porte a fenomeni di ulteriore falsificazione e sfruttamento illegale dei nostri brand; altri, dovuti alle restrizioni nell’erogazione del credito alle imprese che hanno portato o alla chiusura di numerosissime aziende o alla necessità per molti imprenditori di approvvigionarsi finanziariamente mediante il ricorso ad operatori non istituzionali.

Nel corso degli anni, l’approccio interdisciplinare allo studio dell’evoluzione dei fenomeni criminali ha dato positivi e concreti risultati. La collaborazione tra Magistratura, Forze dell’ordine, associazioni e centri di ricerca ha consentito di esplorare mondi e situazioni attraverso chiavi di lettura diverse ma integrate. Così fu quando, anche creando un neologismo, denunciammo le “Ecomafie” e così è stato per le “Agromafie”. Quello che nel 2011 poteva essere considerato un semplice neologismo, è diventato un argomento di interesse generale sul quale si sono applicati studiosi con monografie e saggi e le Università con tesi di laurea, tema di esami e di ricerca.

Si tratta quindi di proseguire nell’opera di “scouting” intrapresa e in questa direzione ci sentiamo confortati dal forte impegno assunto dalla Coldiretti attraverso la costituzione della Fondazione-Osservatorio sulla penetrazione criminale nel settore agroalimentare, così come dalla attenzione e sensibilità della Magistratura e delle Forze dell’ordine che non ci hanno fatto mai mancare la loro collaborazione e il loro prezioso consiglio.

D’altra parte, per certi profili pratici, non vi è poi molta distanza tra il mestiere dell’investigatore criminale e quello dell’investigatore sociale. Al primo spetta il compito di scoprire e reprimere i comportamenti delittuosi applicando le leggi; al secondo quello di individuare, anche attraverso segnali flebili – le “lucciole”, avrebbe detto Pasolini – le tendenze in atto e la loro evoluzione possibile e segnalarle per tempo. Al Legislatore, invece, spetta il compito di mettere a punto buone leggi, pur nella consapevolezza che sempre la realtà le precede e le sollecita.

Resta ancora inespressa la questione delle competenze per una organica azione di contrasto. Ma questo lavoro sollecita le nostre Istituzioni e il Parlamento, in primis, a produrre risposte efficaci soprattutto sul piano culturale.