Crescita

La parabola dello spread

Le colpe nostre e il facile alibi dei “mercanti nel Tempio” del Debito Pubblico
di Alberto Baldazzi
2 marzo 2015

Si narra che lo spread fosse una “mania” di Azeglio Ciampi che, isolatissimo, ne parlava con Prodi già nel 1996, due anni prima dell’ok della Ue all’ingresso dell’Italia nel club della moneta unica. Per la cronaca lo sconosciutissimo spread era allora a 600 punti, per scendere a 200 dopo la manovra Prodi-Ciampi per agganciare l’euro (1998). Poi sullo spread è sceso il silenzio, mentre l’Italia beneficiava per più di dodici anni dello scudo della moneta unica senza che il governo ne approfittasse per abbattere il debito, riformare il Paese, sollecitare lo sviluppo.

Lo spread è “comparso” all’attenzione di media e cittadini solo nella tarda primavera 2011, quando il governo Berlusconi collassava, il Premier e Tremonti indicavano strade divergenti, i mercati e la speculazione avevano identificato nello Stivale l’osso più saporito da spolpare. Si arrivò così ai 570 punti sui decennali del debito tedesco, all’uscita di scena di Berlusconi e all’arrivo di Monti.

Molta acqua, molti sacrifici, tre governi e più di qualche errore sono da allora passati davanti a un Paese stremato e sfiduciato, ma venerdì scorso almeno un risultato è stato raggiunto: lo spread intorno a quota 100 punti.

Perché questa non risulti solo un’amara e inutile consolazione è necessario sforzarsi per capire il significato e il valore di questo ritorno ai numeri del 2010 precedenti la crisi, finanziaria e non solo, che si è abbattuta sull’Italia.

Quello che più conta è fare i conti in tasca al Paese e al suo debito, evitando così di rifugiarsi nella caricatura della Germania, presentata come la patria di un rigore insensato.

Insensata per lunghi decenni è stata la politica di crescita del debito, dal 60% della fine degli anni ’70, al 133% di oggi. Insensato è stato pagare di conseguenza in venti anni interessi che superano l’ammontare complessivo dell’attuale debito. Scriteriata è stata la scelta di non approfittare degli “anni buoni” garantiti dall’Euro per fare le riforme che (quasi) tutti hanno fatto, compresa la Germania che un decennio fa era considerata la malata d’Europa.

Chi riduce la questione del debito ad una variabile di poco conto e lo spread ad una “invenzione” dei mercati, dovrebbe essere in grado di spiegare come si fa a farsi finanziare a basso costo o, meglio ancora, gratis, quando non si gode di credibilità nazionale e internazionale e quando i fondamentali di un paese non esistono più. Gli speculatori non piacciono a nessuno, anche se oramai in parte ampiamente maggioritaria (70%) sono le banche e i cittadini italiani. Ma cacciare i mercanti dal tempio del debito pubblico è una operazione fin’ora non riuscita a nessuno. Nelle ultime settimane ha tentato di farlo la Grecia di Tsipras, ma alla fine il neopremier ellenico e il suo bellicoso Ministro delle finanze sono scesi a più miti consigli.

Lo spread a quota 100, il Pil che “vagisce” i primissimi parziali segnali di ripresa, l’euro debole sul dollaro, il barile di petrolio sotto i 60 dollari, l’ok della Ue alla legge di stabilità, gli accordi bancari anti-esportazione di capitali con Svizzera e Liechtenstein, il bazooka di Draghi che fra pochi giorni innaffierà di euro i debiti pubblici europei: le premesse ci sono tutte perché di ripresa e sviluppo non si parli soltanto, e che conseguentemente gli italiani comincino a respirare. La politica deve solo assecondare il lento processo, preoccupandosi di presidiare le aree di maggior sofferenza e rimuovendo gli ostacoli che si frappongono ad una crescita – se non impetuosa – almeno ordinata.