Crescita

Un nuovo Piano Marshall per il Mediterraneo

L’Ue sta perdendo il Mediterraneo, ma è una una perdita che l’Italia non può permettersi. È indispensabile agire con interventi precisi di co-sviluppo e sollecitare l’Unione per immaginare un Piano Marshall per il Mediterraneo e il Medio Oriente.
di Sara Zonta
4 marzo 2015

La conferenza internazionale organizzata, il 26-27 febbraio, dall’associazione Prospettive Mediterranee e ospitato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – alla quale hanno partecipato autorevoli esponenti israeliani e palestinesi – si inserisce in un ampio progetto volto ad organizzare nel biennio 2015-2016 una serie di dibattiti e di ricerche volte a sollecitare l’Unione europea e gli Stati Uniti ad immaginare un nuovo Piano Marshall per il Mediterraneo e il Medio Oriente. Al progetto collaborano con il MAECI, la rappresentanza italiana della Commissione Europea, la Fondazione Ebert-Italia, l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (PAM) e l’Eurispes.

Il filo conduttore del dibattito è stato sottolineato in apertura dei lavori dall’intervento di Enrico Molinaro, direttore e fondatore di Prospettive Mediterranee: il nesso inscindibile, soprattutto nell’area mediterranea, tra sviluppo e sicurezza.

Il Mediterraneo, in mezzo alle terre, proprio come l’accezione latina dalla quale deriva il termine, è un’area geografica che interessa più di 20 paesi, e tra questi l’Italia ne costituisce il baricentro. Oggi più che mai, gli sconvolgimenti in atto nella sponda Sud del Mediterraneo, rendono evidente quanto l’area Nord-Sud del bacino sia legata da un destino comune dal quale nessuno dei paesi bagnati dalle coste di questo mare può prescindere (vedi il caso dei migranti che giungono sulle nostre coste).

Arretratezza economica e fragilità politica presenti nei paesi della sponda Sud costituiscono per l’Italia, e più in generale per l’Europa, non solo una perdita in termini di potenzialità di sviluppo, ma anche, soprattutto, seri problemi di sicurezza. L’unica via possibile per contrastare questi fenomeni e le loro possibili derive negative appare allora quella di un intervento di cooperazione allo sviluppo nell’area, strutturato per progetti concreti.

L’Italia, come ha ricordato il Ministro Fabio Cassese della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, già opera attivamente in queste aree. A seguito delle cosiddette Primavere Arabe, il governo italiano ha ritenuto necessario concentrare gli aiuti – finanziari e politici – a sostegno di un numero ristretto di paesi, principalmente: Tunisia, Egitto, Libano e Palestina. In queste realtà gli aiuti sono mirati non solo ai settori specifici, che costituiscono il maggiore motore dello sviluppo come le piccole e medie imprese, l’agricoltura e il turismo, ma anche ad azioni di sostegno della governance, al consolidamento delle Istituzioni, a migliorare i servizi nel settore sanitario ed educativo.

Benché l’Italia sia attiva tramite il MAECI, appare tuttavia necessaria un’azione congiunta da parte dell’Ue e degli USA per l’implementazione di un piano più strutturato e ampio, ossia un nuovo Piano Marshall: questo è l’auspicio e l’appello che i partecipanti alla conferenza hanno manifestato all’unisono. Un piano tanto necessario quanto difficile da realizzarsi.

Sergio Piazzi, Segretario generale della PAM (Assemblea Parlamentare del Mediterraneo) ha evidenziato come tale ipotesi trovi spesso un freno negli orientamenti e sicuramente negli interessi divergenti dei paesi del Nord Europa, membri dell’Ue.

Altra questione aperta in merito all’ideazione di un Piano per il Mediterraneo è, poi, la posizione che assumerebbero gli Stati Uniti.

Dario Fabi, giornalista di Limes ed esperto analista della politica USA, ha spiegato con chiarezza l’improbabilità di un intervento USA nell’area per due motivazioni principali: la nuova strategia dell’amministrazione Obama orientata verso una progressiva riduzione degli interventi in politica estera e la mancanza di forti interessi strategici nell’area mediterranea.

A seguito dell’ipotizzata non partecipazione degli USA, si prospetta uno scenario ambivalente: con gli USA sostanzialmente fuori dalla gestione della cooperazione e delle relazioni con i paesi Sud del Mediterraneo, l’Europa da una parte guadagnerebbe una grande libertà di manovra nel definire i modi e i termini dei rapporti, dall’altra si assumerebbe una grande responsabilità nella gestione di eventuali interventi e dei rischi ad essi correlati.

La seconda parte della conferenza, seguendo il binomio sviluppo-sicurezza nel Mediterraneo, ha affrontato più approfonditamente il tema dell’inclusione degli immigrati e, più specificatamente, il tema dell’inclusione finanziaria degli immigrati.

Dai dati forniti da Ugo Melchionda, del Centro studi e ricerche Idos – Dossier statistico immigrazione, il numero degli immigrati regolari (non comunitari) è in progressivo aumento: in Italia ammontano a circa 5.364.000 (2013); delle prime dieci collettività più presenti in Italia, la metà sono comunità provenienti dall’area mediterranea e sono: Albania, Marocco, Egitto e Tunisia (non tenendo conto della Cina e dell’Ucraina).

Ma il dato che più colpisce è la percentuale di piccole e medie imprese fondate e avviate con successo dagli immigrati: sarebbero almeno mezzo milione. L’immigrato, dunque, è una risorsa. Tuttavia, sostiene Melchionda, il grande potenziale della componente immigrata in Italia e quasi del tutto sconosciuto e comunque non è valorizzato.

Queste imprese potrebbero diventare, secondo Melchionda, una grande leva per l’inclusione socio-economica e culturale degli immigrati in Italia (risolvendo con ciò in parte la questione sicurezza), ma non solo: potrebbero operare come agenti di co-sviluppo e sostegno all’internazionalizzazione delle aziende italiane in quanto mantengono forti relazioni e reti di contatti con i paesi d’origine.

Parlare di inclusione socio-economica degli immigrati apre le porte all’altro tema di discussione: l’inclusione finanziaria.

Daniele Frigeri, direttore del CeSPI, ha sostenuto che l’accesso al credito è un elemento importante per l’integrazione degli immigrati in Italia. Mostrando i dati elaborati dall’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migrati in Italia, Frigeri ha riscontrato un progressivo aumento della percentuale degli immigrati “bancarizzati”: è raddoppiato dal 2009 al 2011 il numero di immigrati possessori di un conto corrente. Questi risultati positivi sono dovuti, ha spiegato Paola Giucca della Banca d’Italia, anche all’impegno proprio di questo istituto nel realizzare e promuovere campagne informative volte a educare gli immigrati alla finanziarizzazione.

Rimane tuttavia aperta la problematica legata alle rimesse. Le rimesse dei migranti rappresentano una fonte importante di entrata finanziaria per i cittadini del Mediterraneo, ma oggi il problema principale è l’elevato costo delle transazioni finanziarie che frena e ostacola l’invio di rimesse. Il costo di transazione dall’Italia al paese d’origine per un immigrato si aggira attorno al 20% della cifra da trasferire. Già durante i vertici internazionali G8 e il G20 di Brisbane si è espressa la necessità di ridurre tali costi fino ad una percentuale del 5%. In Italia, ha affermato Elena Restano, responsabile del International Money Transfer di Poste Italiane, questo servizio è fortemente impegnato affinché ciò si realizzi.

Da queste analisi e valutazione sono derivate alcune considerazioni di ordine generale. La principale è che i flussi migratori, con le loro ricadute in termini economici e sociali all’interno dei paesi di accoglienza, devono essere visti nell’ottica delle opportunità che in prospettiva possono offrire, e non come una “zavorra” o una minaccia dalla quale difendersi. Allo stesso tempo, ridisegnare l’area Mediterranea attraverso la creazione di alleanze basate su interessi comuni di crescita significherebbe anche ribilanciare il ruolo dei paesi del Sud Europa, membri della UE, rispetto a quelli del Nord; ma anche contrastare il pericoloso lo sgretolamento di quest’area. Anche per questo è necessario realizzare un Piano Marshall per il Mediterraneo e il Medio Oriente. Un Piano interdisciplinare, ideato con una strategia definita e realizzato per blocchi di progetti.

Avverte Marco Ricceri, Segretario generale dell’Eurispes, “L’Ue sta perdendo il Mediterraneo. Ne sono concause le continue crisi in atto e il tipo di intervento promosso dalla UE al riguardo e sul fronte della penetrazione economica il grande attivismo dei BRICS che sarebbe opportuno valutare con molta attenzione. In ogni caso è una perdita che l’Italia non può permettersi e, pertanto, è indispensabile agire, organizzando tavoli di lavoro finalizzati a progetti precisi di co-sviluppo”.

La conferenza si è così conclusa con l’appello del direttore Enrico Molinaro: “concretiser”.