Società

Povertà minorile in Italia: i figli della recessione

di Eleonora De Nardis
20 novembre 2015

La crisi economica degli ultimi anni ha provocato un’estensione del disagio socio-economico in Italia, colpendo maggiormente chi era già in difficoltà, tanto che il fenomeno della povertà ha assunto, in molte aree geografiche, un profilo strutturale e non soltanto congiunturale. Come emerso dall’ultimo Rapporto Italia Eurispes, quasi la metà degli italiani non riesce ad arrivare a fine mese, 7 italiani su 10 hanno visto ridursi il potere d’acquisto e tagliano su tutto, dai regali ai viaggi, alle spese sanitarie. Quasi metà della popolazione non è contraria – laddove ci siano le condizioni – a trasferirsi all’estero, e 4 italiani su 10 uscirebbero volentieri dall’area euro.

Il Rapporto Eurispes fotografa un “mal d’Italia” grave e diffuso, in cui il Paese continua a essere immobilizzato e il tanto atteso decollo di economia e occupazione si infrange contro uno scoglio di generalizzato scetticismo.

La situazione si fa tanto più drammatica quando si parla di famiglie, e in particolare di nuclei con almeno un figlio minore. Le categorie più a rischio, infatti, sono le fasce più indifese e soprattutto i bambini e ragazzi con meno di 18 anni. È Istat a stimare che in Italia il numero di soggetti in estrema indigenza è più che raddoppiato, passando da 1,8 milioni nel 2007 a 4,1 milioni nel 2014. Secondo i dati, 1 milione e 45 mila minori sono in condizione di “povertà assoluta”, mentre 1 milione e 986 mila minori sono in “povertà relativa”.

Dalla ricerca della Fondazione Zancan promossa da Albero della vita sulle fragilità e i potenziali dei minori in lotta contro la povertà, emerge che le conseguenze negative della povertà si estendono ad altre dimensioni: le condizioni economico-reddituali di una famiglia possono essere associate a diverse aree di disagio, ad esempio di tipo sanitario ed educativo, così da rendere evidente lo svantaggio presente e futuro in cui versano i bambini e i ragazzi poveri.

Sono 7 le città italiane prese in considerazione: Milano, Torino, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Palermo, per un totale di 277 famiglie coinvolte nella ricerca.

È emerso che la principale fonte di fragilità è di tipo occupazionale: quasi 9 famiglie su 10 hanno problemi di lavoro. Segue il problema abitativo e la presenza di problemi di salute cronici. Un posto rilevante hanno i problemi relativi alle relazioni intra-familiari – in un quinto dei nuclei intervistati emerge un disagio legato alla monogenitorialità – e 1 famiglia su 5 ha problemi giudiziari.

Le risposte dello Stato si sono tradotte finora in contributi assistenziali nel 72% dei casi, in beni materiali di prima necessità nel 62%, in sostegno socio-educativo nel 33%, in servizi di orientamento nel 19% e in assistenza abitativa per un 17%. Emerge chiaramente che tra gli aiuti mancanti, auspicati ma non ricevuti dalle famiglie in difficoltà, vi è soprattutto l’assistenza domiciliare, per il 55,6%, i servizi cosiddetti “intermedi” (di assistenza sanitaria, educativa, etc), l’assistenza residenziale.

L’approccio della ricerca è quello del welfare generativo: considerare i bambini come attori sociali, persone in costruzione, capaci e competenti, in grado di dialogare con gli adulti. Proprio per questo il progetto ha previsto l’ascolto protetto dei minori, per affiancare le interviste alle famiglie con interviste ai loro figli. Ebbene, lo “studio pilota” ha approfondito, attraverso l’ascolto individuale, la condizione di 56 minori: il 50% degli intervistati si riconosce in un buon livello di felicità. Circa 1 bambino su 5 esprime un livello intermedio di soddisfazione del proprio tenore di vita. In meno del 2% dei casi è stato registrato un livello negativo, ma mai il peggior livello possibile. Così, se da un lato i genitori trasmettono la consapevolezza importante che chi ha figli ha voglia di lottare, è resiliente e sviluppa inaspettate capacità, dall’altro i ragazzi guardano con speranza al loro futuro. Ma hanno bisogno di risposte.

In effetti, dopo anni di interventi di welfare gestiti “a consumo” – in logica puramente “assistenziale”- la Commissione bicamerale per l’Infanzia ha intrapreso un’indagine territoriale sulla povertà dei bambini e ragazzi in Italia, arrivando alla conclusione che le azioni di contrasto alla miseria minorile debbano essere necessaria priorità del Governo.

A fronte di questo la manovra finanziaria di recente varata dal Consiglio dei Ministri prevede un fondo – strutturale, non occasionale – per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale: le risorse ammontano a 600 milioni nel 2016, 1 miliardo nel 2017 e altrettanto nel 2018. Per finanziare la misura saranno coinvolte le fondazioni bancarie e il terzo settore: il fondo sociale sarà finanziato con 400 milioni di euro, di cui 100 ad hoc per la legge sul “dopo di noi”, quella che prevede misure di assistenza e tutela delle persone con disabilità dopo la morte dei genitori, in sinergia con associazioni del terzo settore ed enti locali.

Il fondo è destinato a finanziare un piano nazionale di durata triennale, elaborato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Per il 2016 il piano si dovrà concentrare, sempre secondo la bozza della Legge di stabilità, su due misure: 380 milioni saranno destinati all’estensione su tutto il territorio nazionale del Sia – il “sostegno per l’inclusione attiva”, già oggetto di una recente sperimentazione sulle dodici maggiori città italiane – e i restanti 220 milioni andranno ad integrare l’Asdi, il sussidio introdotto con il Jobs Act per i disoccupati che abbiano esaurito il trattamento di disoccupazione, con figli minori a carico o almeno 55 anni.
Questi 600 milioni si sommano alle altre risorse già disponibili contro la povertà: nel 2016, in dettaglio, accorpando la vecchia carta acquisti, Asdi e Sia, avremo circa 200 milioni della vecchia carta acquisti, 54 milioni del fondo disoccupazione dei co-co-co e co-co-pro – figure che scompariranno nel 2016 – 380 milioni già impegnati per l’Asdi, a cui si aggiungono i nuovi 220 milioni, e 370 milioni per l’estensione del Sia al Mezzogiorno e non ancora spesi, più i nuovi 380 milioni. Si raggiunge così per il 2016 una cifra attorno al miliardo e mezzo, ancora sparpagliata tra varie misure. Per il 2017 il quadro è più chiaro: il miliardo previsto dalla Legge di stabilità si aggiungerebbe ai 250 milioni della vecchia carta acquisti e al fondo già previsto di 200 milioni dell’Asdi, più 50 milioni circa del fondo per i co-co-pro, per un totale di 1.5 miliardi.

Da queste cifre, se saranno confermate dalla versione definitiva del disegno di Legge di stabilità, si ricava che per la nuova misura nazionale (cioè il Sia esteso) nel 2016 saranno disponibili circa 750 milioni. Per il futuro si vedrà, dipende dalla sorte di carta acquisti e Asdi, cioè se saranno assorbite nel Sia o rimarranno istituti separati. Tutte e tre le misure andranno soprattutto a famiglie con minori: il Sia per definizione, l’Asdi in base ai primi dati disponibili, e anche la carta acquisti, perché il nuovo Isee rende più difficile per gli anziani restare sotto i 6.500 euro di soglia.
Anche se le caratteristiche del nuovo strumento saranno dettagliate da un decreto del Ministero del Lavoro, sembra che l’estensione all’intera Italia del Sia avverrà con le regole attuali: riguarderebbe cioè tutte le famiglie con minori e con Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) inferiore a 3mila euro annui.
Si tratta di un risultato importante: la nuova misura è quanto più si avvicina a uno schema generale di reddito minimo tra i vari istituti introdotti in via permanente o una tantum in Italia negli ultimi anni. È un risultato a cui hanno contribuito la gravità della crisi iniziata nel 2008 e la pressione di molte associazioni operanti nel sociale, nonché gli sforzi di chi si è occupato di questi temi negli ultimi governi e nel Ministero del Lavoro.

La povertà infantile è in Italia un problema molto grave. Un trasferimento pensato per tutte queste famiglie è un buon modo per iniziare una seria politica di contrasto della povertà. La stessa legge di stabilità prevede che in futuro si dovrà procedere a un riassetto dell’insieme degli strumenti assistenziali, per evitare doppioni o buchi, e la nuova misura potrebbe assorbirne alcuni.
L’importo del finanziamento è una cifra molto significativa, ma ancora meno di quanto servirebbe per ridimensionare in modo evidente la povertà assoluta in Italia. Dai dati Istat si evince che sarebbero necessari circa 5-6 miliardi per colmare il divario tra soglie di povertà assoluta e spese delle famiglie povere. Si tratta di una cifra ipotetica, perché eliminare la povertà non sarebbe così semplice, ma rende l’idea: 1,5 miliardi, considerando carta acquisti, Asdi e Sia, sono circa il 25-30% del “gap di povertà” italiano.

Se dividiamo i 750 milioni del Sia per 600mila famiglie con minori in povertà si ottengono 1.250 euro all’anno. È ragionevole invece, sulla base degli importi del Sia in fase sperimentale, che la nuova misura trasferisca mediamente a ogni famiglia povera circa 3-4mila euro all’anno. Non tutti i nuclei poveri con minori potranno quindi accedervi, neppure nel 2017. La selezione avverrà ragionevolmente, non dando pochi soldi a pioggia, ma in base al bisogno, ad esempio attraverso un livello molto basso della soglia di accesso: nel Sia sperimentale è 3mila euro di Isee all’anno, una cifra davvero contenuta se ad esempio si pensa che il limite per la vecchia carta acquisti è di 6.500 euro.

Solo i più poveri tra i poveri saranno ammessi al beneficio. Realisticamente, si tratterà di circa 200-250mila famiglie. Certo, molte meno di quelle con figli e in povertà, ma un grande miglioramento rispetto ai 6.500 nuclei intercettati con la sperimentazione del Sia. Poi, una volta messa in piedi un’infrastruttura fatta di risorse e competenze, sarà più facile procedere all’integrazione di altri soggetti e altre tipologie familiari. Un passo dovuto, necessario alla tanto agognata uscita dalla crisi dell’intero Paese.

Si è visto come, ancor più degli adulti, sono esposti al fenomeno della povertà i più piccoli e indifesi: il 19% della popolazione minorile, per un totale di 1 milione e 986mila ragazzi. Gli adulti in povertà assoluta sono il 6-8%, a seconda delle fasce d’età, e gli anziani il 4,5%: la metà rispetto ai bambini.

Una disuguaglianza generazionale che penalizza pesantemente le nuove leve: un paradosso umano e sociale, che va a ipotecare le prospettive di sviluppo socio-culturale del nostro Paese, perché la condizione di indigenza riduce le aspettative e le aspirazioni, l’accesso ai diritti fondamentali, la partecipazione sociale.