Innovazione

Privacy e trasparenza: l’ossimoro nel business degli open data

di Redazione
24 novembre 2015

Consumi energetici ridotti del 16%, risparmi per le pubbliche amministrazioni di 1,7 miliardi di euro, diminuzione degli incidenti stradali mortali del 5,5%: sono i risultati raggiungibili, per i 28 paesi dell’Unione europea, attraverso un utilizzo efficiente degli open data.

Lo dicono due studi della Commissione Europea, condotti da Capgemini Consulting e resi pubblici in occasione del lancio dell’European Open Data Portal.

I dati aperti, comunemente chiamati open data anche nel contesto italiano, sono dati liberamente accessibili a tutti con le uniche restrizioni di citare la fonte o di mantenere la banca dati sempre aperta. L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, sia in termini di trasparenza che di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; alla sua base vi è un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Nonostante la metodologia e l’idea che caratterizzano i dati aperti siano da anni ben consolidate, con la locuzione open data si identifica oggi un’accezione più recente e più legata a Internet, come canale principale di diffusione dei dati stessi. Il concetto di dato aperto non è nuovo, però al momento non si riscontra un accordo generale e condiviso su una definizione puntuale del termine, a differenza, ad esempio, di quanto già avviene con il cosiddetto software libero o open source, dove linee guida formali sono già condivise a livello internazionale.

Certamente, i principali ostacoli per l’apertura dei dati e la loro libera diffusione provengono da restrizioni a monte quali la privacy, il segreto statistico, i dati “sensibili” in genere (basti pensare a quelli anagrafici, medici o, ancor di più, a quelli governativi).

Uno dei problemi principali spesso riguarda il valore commerciale che gli stessi dati possono avere; questi, infatti, sono di frequente controllati da organizzazioni, sia pubbliche che private, che mostrano reticenza di fronte alla possibilità di diffondere il proprio patrimonio informativo. Il controllo sui dati può avvenire attraverso limitazioni all’accesso, alle licenze con cui vengono rilasciati, ai diritti d’autore, ai brevetti e diritti di riutilizzo. Di fronte a queste forme di controllo sui dati, e più in generale sulla conoscenza, i sostenitori dell’Open Data affermano che tali restrizioni siano un limite al bene della comunità e che i dati dovrebbero essere resi disponibili senza alcuna restrizione o forma di pagamento.

Ironia della sorte vuole che, proprio nel momento storico in cui disponiamo di tecnologie per consentire l’accessibilità di dati – medico-scientifici, geopolitici, governativi – a livello globale e di sistemi di distribuzione che ci consentirebbero di ampliare la collaborazione e accelerare il ritmo e la profondità delle scoperte, i paesi siano invece occupati a bloccare i dati e a prevenire l’uso di tecnologie avanzate che avrebbero un forte impatto sulla loro diffusione.

Eppure, come dimostrato dalla ricerca della Commissione Europea, la trasparenza dei dati raccolti e prodotti dagli enti pubblici e il loro libero impiego – in modalità anche condivisa – promettono in effetti benefici la cui valenza è concretamente misurabile.

Un ossimoro contemporaneo, in cui privacy e trasparenza si contrappongono in un campo che si profila, per i paesi che aderiscono all’accordo sugli open data, come un mercato potenziale da 325 miliardi di euro. Il mercato dei dati aperti, infatti, potrebbe sviluppare, nell’arco dei prossimi cinque anni, un consistente giro d’affari, legato in particolar modo alla creazione di posti di lavoro, al risparmio sui costi – il saving stimato per l’Italia è di 182 milioni di euro – e alla maggiore efficienza. Lo studio di Capgemini si poggia su due indicatori chiave, la disponibilità delle informazioni e la maturità dei singoli portali centralizzati: due indici che misurano, in pratica, la maturità delle politiche nazionali a sostegno degli open data e l’efficacia delle funzioni messe a disposizione dagli archivi informatici nazionali – basti pensare che un portale centralizzato è presente nell’87% dei paesi europei.

Ebbene, secondo la ricerca, l’Europa non è ancora arrivata a metà strada, avendo completato appena il 44% del percorso verso la piena maturità. Esistono però grandi differenze tra i singoli Stati. Solo un terzo di questi, nello specifico, dimostra un comportamento “virtuoso”, cioè sta adottando solide politiche di sviluppo, norme per la gestione dei brevetti e delle licenze e numerose iniziative per promuovere gli open data e il loro riutilizzo. Ad esempio la Spagna è stata la prima, nel 2009, a lanciare un portale per i dati aperti, seguita un anno dopo da Slovenia e Regno Unito. L’Italia si è aggiunta all’elenco nel 2011, insieme a Belgio, Estonia, Francia, Paesi Bassi, Norvegia e Portogallo.

Dal rapporto di Capgemini sulla “maturità” degli open data apprendiamo inoltre che il numero di visitatori mensili varia da poche centinaia (i 200 dell’Austria) a parecchie decine di migliaia (i 175mila del Regno Unito), con una media di quasi 23mila accessi. Sul portale europeo, nel complesso, sono caricati e liberamente disponibili al riutilizzo oltre 240mila dataset referenziati, provenienti da 34 Paesi del vecchio continente e divisi in 13 categorie di classificazione, che vanno dalla salute al trasporto, passando per istruzione, scienza e giustizia.

Entrando nel merito dei due rapporti, che analizzano i 28 Paesi Ue più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, si evidenzia come, già nel 2016, potrebbero concretizzarsi nel settore privato 75mila nuove assunzioni, destinate a salire a 100mila nel 2020. Calcolatrice alla mano, parliamo di una crescita del 32% in cinque anni, con un tasso medio annuale di 7,3 punti. La Germania, con circa 18mila posti di lavoro, fa come sempre da apripista, seguita dal Regno Unito con 16mila posti di lavoro, e dalla Francia con poco più di 12mila, inseguite dall’Italia, con quasi 9mila posizioni da occupare collegate allo sviluppo degli open data.

Da notare come la Pubblica Amministrazione è il settore che maggiormente potrebbe beneficiare dall’adozione del modello “open”: il valore stimato per la Pa è infatti di 22,1 miliardi di euro, più del doppio del giro d’affari attribuito al comparto industriale, che si stima in circa 10 miliardi, a quello del commercio e dei trasporti, stimato in 9,9 miliardi, al settore immobiliare e a quello dei servizi professionali, stimati rispettivamente in 9 e 8,3 miliardi. Non meno interessante è l’impatto degli open data sul Pil: nel 2005 era pari allo 0,23% del Pil di tutta l’area dei 28 Paesi Ue, per un valore di 12,1 miliardi di euro; la proiezione 2015 lo eleva allo 0,35% e per il 2020 si prevede un ulteriore salto in avanti fino allo 0,47%.

Dalla ricerca emerge che la politica degli open data è avviata nel 71% dei paesi UE come parte integrante di una strategia digitale più generica o di un programma di e-Government, e in tal senso il campo con il maggior margine di miglioramento è un coordinamento nazionale.

Di certo sono stati fatti i primi passi, ma i paesi europei presi in esame sono ancora al loro debutto nel mondo degli open data, soprattutto in termini di disponibilità e accessibilità. Oltretutto la funzionalità dei singoli portali presenta una copertura limitata in termini di set di dati. L’approccio al rilascio dei dati resta limitato e necessiterebbe di una strategia comune di cooperazione tra le amministrazioni pubbliche degli Stati membri, anche al fine di aumentare il coinvolgimento di potenziali fruitori del servizio.

Certo, se da un lato è auspicabile aumentare la consapevolezza dell’importanza dei dati aperti tra i cittadini e le aziende, offrire corsi di formazione per la loro comprensione, sviluppare linee guida nazionali che affrontino i domini e la frequenza di rilascio di dati, è chiaro come, dall’altro, si ponga, oggi più che mai, nell’era del cyberterrorism e dello spettro dei fondamentalismi religiosi, un problema di sicurezza nazionale.

Gli strumenti di tutela della privacy e il diritto d’accesso, strumento di garanzia per la tutela delle situazioni giuridiche soggettive e del diritto a conoscere, hanno alla base logiche fortemente confliggenti tra loro: la protezione dei dati personali attraverso il divieto di diffusione attraverso l’anonimato o semplicemente attraverso la garanzia di non vedersi diffondere dati personali senza il proprio esplicito consenso – da un lato – e la possibilità di utilizzare tutti i documenti e i dati possibili per tutelare i propri interessi in funzione difensiva, ma – se si allarga lo sguardo ad esperienze estere, che costituiscono la base prospettica del nostro ordinamento o se si considera tutto l’àmbito normativo positivo italiano sul diritto d’accesso – anche la garanzia del diritto a conoscere.

Il raggiungimento dell’equilibrio tra queste due logiche, la tutela della privacy e il diritto d’accesso, resta principalmente compito del Legislatore, al fine di garantire una protezione effettiva senza ledere il diritto di conoscere.