L'Opinione

Provare la “flat tax”
soltanto
sul reddito emerso

di Giovambattista Palumbo
2 aprile 2018

Il dibattito sulla “flat tax” ha suscitato molte reazioni, sia in politica che in dottrina. Il problema, al di là della questione della progressività (in realtà oggi ridotta, essendo già molti tipi di redditi sottoposti ad aliquote fisse), è quello della copertura finanziaria. Per avere però il quadro chiaro, occorre guardare ai numeri effettivamente “dichiarati” dai contribuenti. Oggi le aliquote fiscali sono infatti cinque:
23% fino a 15.000 euro;
27% tra 15.000 e 28.000 euro (a partire dal secondo scaglione si applica l’aliquota successiva solo per la parte eccedente di reddito);
38% tra i 28.000 e i 55.000 euro;
41% tra i 55.000 e i 75.000 euro;
43% oltre i 75.000 euro.

La media del dichiarato in Italia è però di circa 20.000 euro (dati 2016). E stiamo parlando di lordo. Se dunque è vero che il 45 per cento dei contribuenti italiani dichiara meno di 15.000 euro (pagando solo il 4,5 per cento dell’Irpef totale, con aliquota al 23%, laddove, tra questi, il 31,5 per cento dichiara anche meno di 10.000 euro annui, risultando quindi incapiente e non pagando imposte sul reddito), l’applicazione di una “flat tax”, per esempio, al 23 per cento riguarderebbe, in fondo, una platea numericamente non estesa (e comunque solo per la parte eccedente i 15.000 euro) e cioè il rimanente 55 per cento dei contribuenti (di cui, il 49 per cento dichiara fra i 15.000 e i 50.000 euro e il 5 per cento più di 50.000 Euro). Il problema (o il vantaggio, a seconda dei punti di vista) è che quel 55 per cento, in termini di gettito erariale, vale il 95 per cento dell’Irpef e dunque intervenire sulle aliquote pesa.

Non c’è bisogno però di grande spirito intuitivo per rendersi conto che questi numeri non sono veritieri. E dunque, quando si parla di “flat tax” come regalo ai “ricchi”, si fa un’affermazione che non coglie il vero problema: considerata l’enorme evasione fiscale che affligge il nostro Paese, i veri ricchi non sono certo quelli che oggi dichiarano redditi sopra i 28.000 euro, con aliquote, oggettivamente molto alte, tra il 38% e il 43%. Ed è un dato di fatto che quanti sono considerati ricchi in base all’attuale dichiarato, se ricco si può definire chi denuncia più di 28.000 mila euro lordi l’anno, pagano un carico fiscale molto alto, proprio per compensare le mancate entrate di chi non dichiara. Costoro, già a partire dai 28.000 euro sono soggetti ad aliquota del 38%, peraltro poco distante dal 43% di chi, magari, di euro ne guadagna 280.000).

Non è credibile infatti che la metà della popolazione italiana percepisca un reddito mensile sui 1.000 euro (lordi) e che il dieci per cento più ricco della popolazione sia costituito da italiani che dichiarano circa 3.000 euro (lordi) al mese. Una delle motivazioni sottese alla “flat tax” è del resto proprio la consapevolezza dell’evasione endemica del nostro Paese, per cui si ritiene che, applicando un’aliquota più bassa, quella gran parte di contribuenti che oggi dichiara cifre irrisorie sarebbe incentivata ad “emergere”.

Quando si parla di equilibri finanziari è però vero che puntare sulla “scommessa” di quello che potrà succedere è sempre piuttosto pericoloso. E allora la “flat tax”, almeno in una prima fase, potrebbe essere vista come un’opportunità di contrasto all’evasione, da applicarsi (a quel punto anche con aliquota al 15%, essendo comunque nuove risorse) solo su quella parte di reddito che gli italiani, vista la nuova, più ragionevole, tassazione, si convincessero a dichiarare in più, da un anno all’altro. Così sarebbe sancito un patto di lealtà tra Fisco e contribuenti: io ti tasso meno, ma tu esci allo scoperto (magari con la garanzia che non corro ad accertarti per le annualità pregresse).

Una volta usciti allo scoperto, peraltro, potendosi contare su una concreta base imponibile di riferimento, potrebbe, allora sì, essere possibile applicare la nuova aliquota su tutto il reddito, finanziando le minori entrate con le maggiori risorse provenienti dall’allargamento della base imponibile. E se le nuove entrate non fossero ancora sufficienti a finanziare l’applicazione generalizzata della nuova aliquota, a parte intervenire su spending review ed agevolazioni fiscali (sempre complesso), tali risorse, in un percorso di medio periodo, potrebbero comunque essere utilizzate per coprire il costo di una prima rimodulazione e riduzione delle attuali cinque aliquote Irpef.

Per esempio, si potrebbero prevedere tre soli scaglioni, con un’aliquota del 23% sotto i 15.000 euro, del 27% tra i 15.000 e i 75.000 euro (che, poi coprirebbe la maggior parte della popolazione) e  del 43% oltre i 75.000 euro. Ipotesi questa già esattamente quantificata, nel suo onere finanziario, dal Dipartimento Finanze del Ministero dell’Economia in circa 12 miliardi di euro: cifra non impossibile da coprire. Non sarebbe una soluzione “definitiva”, ma potrebbe essere comunque un buon inizio, in vista di più ambiziosi obiettivi.