Quando la privacy rende prigionieri

di Ranieri Razzante
6 giugno 2016

La negata collaborazione della società che gestisce l’ormai familiare applicazione Whatsapp nei confronti di una esplicita richiesta della Procura di Milano attiva nelle indagini su un caso di terrorismo lascia perplessi e preoccupati. Nonostante la risposta negativa faccia già di per sé sorgere talune domande, molto più preoccupante è la motivazione addotta al raggelante “no”.

La richiesta della Procura di ricevere i messaggi conservati in un server degli Stati Uniti, scambiati da soggetti attenzionati in quanto presunti terroristi, trovava, oltre al suggerimento di avviare una rogatoria internazionale, la seguente risposta: “avremmo bisogno che ci diciate esattamente la natura esatta del pericolo, se ci sia un serio rischio di morte, quanto sia imminente questo rischio, quanta attinenza abbia lo specifico dato”. Con queste parole la compagnia statunitense poneva la parola fine sulla questione negando di fatto il proprio supporto alle indagini italiane.

Appare evidente, a questo punto, il problema di fondo che la cooperazione internazionale in generale si trova ad affrontare quando si parla di contrasto al terrorismo.

Se ad oggi, dopo le ferite ancora non rimarginate lasciate dal terrorismo nel tessuto sociale e politico – economico dell’Europa, degli Stati Uniti, e dell’Occidente in generale, una compagnia di messaggistica istantanea può decidere gli estremi e i requisiti che debbono essere presenti affinché l’Autorità giudiziaria di un paese “amico” possa richiedere determinate informazioni funzionali al contrasto di tale fenomeno, è evidente che qualcosa non sta funzionando.

Quando si parla di lotta al terrorismo uno degli aspetti che ricorre maggiormente è quello concernente la cosiddetta information/intelligence sharing, ossia la condivisione di informazioni tra Forze di polizia, servizi di informazione e autorità giudiziarie utile al fine ultimo del contrasto del reato. Si dimentica spesso però che la battaglia che stiamo portando avanti non può prescindere dal coinvolgimento della società civile, in tutte le sue forme. Questo perché il contesto globale all’interno del quale si è sviluppato, e continua a nutrirsi, il terrorismo non è più suscettibile di compartimentazioni. Oggi la tecnologia rappresenta lo strumento attraverso il quale il terrorista si radicalizza, pianifica, finanzia e organizza un attacco, ed il ruolo dei tablet, pc e smartphone, con le connesse applicazioni, svolge una funzione cruciale all’interno dell’intero ciclo terroristico. Per tali motivi, le procedure per attivare la collaborazione di società che erogano determinati servizi dovrebbe essere disciplinata da norme internazionalmente condivise e da procedure snelle, rapide, funzionali ed efficaci, senza lasciare spazio a discrezionalità poco opportune.

A tal riguardo sarà interessante conoscere il parere del Dipartimento di Stato americano su tale questione al quale la Procura di Milano ha richiesto chiarimenti.

La lotta contro il terrorismo la si può vincere se si agisce in maniera corale, comprimendo, se necessario, taluni diritti per tutelarne altri di maggiore rilevanza pur sempre rispettando il dettato costituzionale.

A tal riguardo va accolta con piacere la Direttiva europea che regola l’utilizzo dei dati codice di prenotazione (PNR) ai fini di prevenzione, accertamento, indagine e azione penale nei confronti dei reati di terrorismo e dei reati gravi. Tuttavia i tempi previsti per l’entrata a regime del sistema appaiono troppo lunghi se rapportati alla velocità e dinamicità del fenomeno che questo dovrebbe aiutare a contrastare. Dopo la formale approvazione del Consiglio Europeo, infatti, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la direttiva ognuno nelle proprie legislazioni.

L’Italia ha anch’essa qualcosa da migliorare in questa materia dato che, come noto, la legge n.43/2015 ha espunto, in fase di approvazione, una norma che autorizzava intercettazioni preventive su i soggetti sospettati di frequentazioni terroristiche.

Stiamo assistendo a continue invasioni della nostra privacy quotidiana da parte del mondo del marketing, dei social media, della posta e delle telecomunicazioni. I terroristi, al contrario, temono la privacy, nel senso che delle serie ed efficaci limitazioni potrebbero affievolire l’impatto della loro strategia comunicativa, ad oggi micidiale strumento di guerra.

Con alcuni ricercatori dell’Osservatorio che dirigo (www.orft.it) abbiamo elaborato un rapporto, che presenteremo il prossimo 21 giugno alla Camera dei Deputati, proprio sull’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei terroristi.

Non riteniamo di aver sbagliato a non dedicare una parte del report alla privacy e alle garanzie per chi solamente possa propagandare o istigare alla violenza. Auspichiamo anzi un impegno europeo e mondiale contro chi pensa di fare affari con una presunta “libertà di comunicazione”.