Innovazione

Fare rete, fare impresa

Secondo l’ Associazione italiana per le politiche industriali nei prossimi 6 anni, puntando sulle reti di imprese e sui fondi europei in fase di elaborazione, si potrebbero creare 880mila nuovi posti di lavoro.
di redazione
23 febbraio 2015

Negli ultimi anni le imprese italiane, troppo spesso restie ad attuare compiuti processi aggregativi a causa di uno spiccato individualismo, hanno conosciuto una crescente propensione a creare sinergie per affrontare un mercato in crisi e dominato da una concorrenza agguerrita.

Al 1° ottobre 2014 risultano registrati 1.770 contratti di rete in cui sono coinvolte 9.129 imprese. Nei primi nove mesi del 2014 sono nate 793 reti d’imprese.

I dati forniti dall’Osservatorio Intesa Sanpaolo-Mediocredito Italiano permettono di stilare una classifica regionale della propensione a creare reti di imprese. Raccolgono il 45% di queste realtà imprenditoriali la Lombardia con 2.019 imprese in rete, l’Emilia Romagna con 1.128 imprese e la Toscana con 982 imprese coinvolte.

Nel 55,5% dei casi si aggregano imprese appartenenti a diversi macrosettori, mentre nel 28,4% fanno riferimento allo stesso macrosettore, ma di comparti produttivi diversi. Nel 60% dei contratti di rete sono attive micro imprese insieme a imprese di un’altra classe dimensionale.

Sono inoltre 244 (il 13,8% del totale) i contratti green che si posizionano nell’ambito delle rinnovabili, del risparmio energetico, nel riciclo dei materiali, nella produzione di beni per servizi ambientali, ecc.

Nonostante le ottime performance di sviluppo, c’è da chiedersi se effettivamente le imprese di rete possano rappresentare un valore aggiunto per dare impulso alla crescita economica del Paese. Se si considerano infatti i risultati in termini di fatturato i segnali sono ancora deboli: nel biennio 2012- 2013 le imprese che erano già in rete nel 2011 hanno mostrato un calo del fatturato solo di poco inferiore a quello delle imprese non in rete (-3,6% vs -4,9%). Chiaramente i risultati dovranno essere valutati con uno sguardo di più lungo periodo.

Le imprese italiane stanno comunque manifestato l’esigenza di superare la propria cultura individualista, aggregandosi per reagire alla crisi che ha richiesto nuovi e più flessibili modelli di business.

I limiti strutturali delle imprese italiane, sempre più spesso troppo piccole per implementare innovazioni tecnologiche, disporre di competenze manageriali altamente specializzate e avere accesso ai mercati internazionali, potrebbero essere dunque superati attraverso l’organizzazione reticolare.

La rete consente alle realtà che ne fanno parte il superamento dei limiti dimensionali, pur non rinunciando alla propria autonomia e attivando circuiti di condivisione della conoscenza attraverso l’accesso a competenze esterne. La partecipazione ad una rete garantisce vantaggi in termini di rapidità di applicazione delle innovazioni, condivisione degli investimenti, frazionamento dei rischi ed elasticità dei costi.

A ben vedere, il passaggio da un modello organizzativo di tipo “molecolare” ad uno di tipo “reticolare” consente alle imprese del Made in Italy di creare valore aggiunto, attraverso l’adozione di reti di collaborazione a più alto contenuto di fattori immateriali.

Ad esempio, contro la “feroce” concorrenza asiatica – in molti casi basata su contraffazioni e bassi costi della manodopera per effetto di condizioni di lavoro disumane – occorre innovare in maniera repentina, facendo proprio il principio shumpeteriano di “distruzione creatrice”.

La partecipazione ad una rete consente, alle imprese che ne fanno parte, di accedere in modo più rapido e conveniente a competenze, risorse e conoscenze esterne, riuscendo così ad attivare economie di scala e di scopo che incidano positivamente sui risultati raggiungibili in termini di costo e qualità dell’attività svolta.

Nell’attuale contesto di mercato, caratterizzato da repentini cambiamenti tecnologici e organizzativi, le imprese devono dotarsi di set conoscitivi sempre nuovi, aggiornando quelli posseduti. A questo fine, diventa necessario l’inserimento in una rete che permetta loro di accedere alle conoscenze altrui rendendo allo stesso tempo disponibili le proprie. Si passa dunque dalla logica della “conservazione”, che consiste in una gelosa quanto sterile custodia del proprio know-how, alla logica della “condivisione”.

Secondo l’ Associazione italiana per le politiche industriali nei prossimi 6 anni, puntando sulle reti di imprese e sui fondi europei in fase di elaborazione, si potrebbero creare 880mila nuovi posti di lavoro.

In questa prospettiva, le reti possono diventare un imprescindibile strumento di policy atto a ridefinire il posizionamento strategico del Sistema Italia nell’economia globale.