Cultura & Turismo

Roma: nuovo splendore per la Piramide Cestia

Il “mecenate in bianco” venuto dall’oriente dona nuova luce alla piramide di Caio Cestio. La donazione di Yuzo Yagi ha permesso il restauro del monumento annerito dal tempo e dallo smog.
di Alessandra Argentino
22 aprile 2015

Siamo stati alla celebrazione per il completamento del restauro della Piramide di Caio Cestio a Roma.
Grazie alla donazione concessa da Yuzo Yagi, presidente della Yagi Tsusho Limited di Osaka, di ben due milioni di euro, la costruzione, da tempo annerita a causa dell’intenso traffico che le transita intorno, ha potuto tornare a splendere.

Un atto da mecenate di altri tempi, in cambio solo di una targa a futura memoria, quello di Mr. Yagi: “Perché abbiamo voluto questo restauro? (…) Nel 2011 abbiamo celebrato il quarantesimo anniversario della nostra società italiana. Insieme con i miei più stretti collaboratori abbiamo manifestato il desiderio di esprimere in qualche modo la nostra gratitudine all’Italia, dal momento che questo Paese ha contribuito più di tutti alla crescita della nostra società. Dopo aver riflettuto, sono giunto alla decisione di restaurare un antico monumento italiano.”

E il 20 dicembre 2010, dopo aver visitato più monumenti nella Capitale, Mr. Yagi informa il Ministero di aver scelto la Piramide.

Presenti alla conferenza, oltre a Yuzo Yagi, il Sottosegretario del Ministero dei Beni Culturali, Francesca Barraciu, il Sottosegretario agli Affari Esteri, Benedetto Della Vedova, l’ambasciatore del Giappone Kazuyoshi Memoto, il Presidente della Fondazione Italia Giappone, Umberto Vattani, il Soprintendente per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma l’arch. Francesco Prosperetti, i due direttori del restauro, l’archeologa Rita Paris e l’arch. Maria Grazia Filetici, oltre al Sindaco della città di Roma, Ignazio Marino.

La storia della Piramide

La Piramide Cestia è un esempio della Roma cosmopolita capace di arricchirsi dalla contaminazione con altre culture. Ma a differenza di quello che si potrebbe pensare, non fu trasportata a blocchi dall’Egitto, ma costruita a Roma, quando l’edilizia funeraria fu interessata dalla “moda” proveniente dal paese delle piramidi, dopo la sua conquista da parte di Augusto.

Caio Cestio, epulone appartenente alla gens Publilia, lascia scritto nel suo testamento che gli eredi avrebbero dovuto costruire il suo monumento funerario entro un anno dalla sua morte, pena la perdita dell’eredità. Così, fra il 18 ed il 12 a.C., sorge la Piramide.

Resiste nel tempo; rimane l’unico monumento funerario, dei tanti realizzati in quel periodo da personalità di spicco, di questa forma, grazie al fatto che fu inglobata nelle Mura Aureliane nel III d.C., cosa che ha impedito venisse smantellata in epoca successive per essere utilizzata in costruzioni differenti, come era uso. Oggetto di diversi restauri ed addirittura di un progetto del Borromini per trasformare la tomba in chiesa, che rimane senza seguito, è stata al centro dell’attenzione degli studiosi di esoterismo, per la sua forma catalizzatrice di energie.

Realizzata con la tecnica costruttiva tradizionale romana, con fondamenta in opera cementizia e blocchi di travertino, e alzato in opera cementizia rivestito da lastre di marmo di Carrara; la base misura all’incirca 30 metri (nella misurazione romana erano 100 piedi) e l’altezza 36 metri (125 piedi).

La piccola camera funeraria al suo interno, di soli 4×5 metri, ha la volta a botte ed è decorata con affreschi del cosiddetto terzo stile, con riquadri a fondo bianco separati da sottili candelabri, figure femminili, alternate a vasi per lustrali e vittorie in volo.

Il restauro

Un intervento globale, operato avvalendosi di tecnologie moderne, come laser scanner e droni, cogliendo questa occasione per approfondire la struttura del monumento, i suoi problemi specifici ed il modo migliore per affrontarli.

Durante il restauro sono stati messi in sicurezza i dipinti a fresco all’interno della piccola camera funeraria, che risentivano delle infiltrazioni; le deformazioni del rivestimento in blocchi – già presenti dal 1600 – sono state assicurate da 12 stop in acciaio inossidabile lunghi fino a sette metri.

Scoperti, nel corso dei lavori su uno dei lati, segni di proiettile sicuramente sparati durante delle fucilazioni, probabilmente avvenuti durante l’ultima Guerra.

E’ prevista una manutenzione periodica con free climbers, per prelevare delle tessere in marmo predisposte sulle quattro facciate, che permettono di monitorare l’effetto dell’inquinamento ambientale sulla superfice marmorea.

Evidenziata la necessità di realizzare un “restyling” stradale tutto attorno al sito, proposto per rendere più sicuro l’attraversamento ed allontanare il traffico veicolare dal monumento. Proposta che non stupisce, dopo la chiusura dei Fori Imperiali e la pedonalizzazione del Tridente e che fa presagire una accoglienza positiva da parte della giunta Marino.

Un restauro record, durato 327 giorni durante i quali il monumento è sempre rimasto aperto al pubblico, che pone ancora una volta l’accento sulla quasi esclusiva provenienza di fondi, per la valorizzazione del patrimonio artistico della Capitale, da parte di filantropi e mecenati.

Dal magnate uzbeco Alishe Usmanov, con una donazione di due milioni di euro da impegnare per far risplendere l’ultimo dei Fori imperiali, al finanziamento americano del Robert W. Wilson Challenge to Conserve our Heritage e della Fondation de l’Orangerie et ses donateurs” per il restauro della Galleria dei Carracci, passando dal Colosseo che vede i lavori in corso grazie a Diego della Valle e dalla Fontana di Trevi sponsorizzata da Fendi.

 

(le foto dell’articolo sono di Alessandra Argentino)

 

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