L'Opinione

Se vuoi combattere il terrorismo, devi seguire il denaro

di Giovambattista Palumbo
29 maggio 2018

L’11 settembre 2001 il Capitano della Folgore, Nicola Ciardelli, si trovava in Giordania per un programma di addestramento. Mentre io stavo guardando allibito, in televisione, le scene degli attentati alle Twin Towers, lui, dal mezzo del deserto, non so bene da quale sperduta base militare e con quale telefono, mi chiamò per chiedermi se fosse successo qualcosa: non capiva infatti perché tutti quelli che aveva intorno stessero esultando e festeggiando. Appresi i fatti,  si precipitò alla più vicina ambasciata italiana. Anni dopo, quell’episodio si rivelò come un triste presagio.

Nicola era uno dei miei migliori amici. Eravamo nati a pochi mesi di distanza e cresciuti insieme: andavamo fin da bambini nello stesso stabilimento balneare ed avevamo poi condiviso tutta l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza, con i sogni, le speranze e la passione che a quell’età si investe nei veri rapporti di amicizia. A 18 anni eravamo anche entrati insieme in Accademia militare a Modena: lui per una carriera di Ufficiale dell’Esercito e io come Ufficiale dei Carabinieri. Poi io avevo intrapreso tutt’altra strada e, dopo la laurea in Giurisprudenza, il servizio militare come Ufficiale di Complemento, ero diventato avvocato. Ero, infine, entrato nell’Agenzia delle Entrate, dove, per anni, ho sostenuto l’“accusa” nei processi contro gli evasori fiscali: una vita molto più tranquilla e spensierata.

Nicola_Ciardelli

Lui invece era subito “cresciuto”: comandante di uomini e mezzi. Era andato in missione all’estero più volte: in Irak, in Afghanistan, in Kosovo e in quasi tutti gli scenari di guerra in cui sono state coinvolte le nostre Forze Armate negli ultimi 20 anni. Il 30 maggio del 2005 era nato il mio primo figlio, Federico. Il 10 febbraio 2006 era nato il suo primo figlio, Niccolò. Doveva ripartire nuovamente per l’Iraq, ma chiese di ritardare il viaggio proprio per poter assistere alla nascita del figlio. Un viaggio che si rivelò maledetto. La mattina del 27 aprile 2006 un convoglio formato da quattro mezzi dei Carabinieri di MSU partì dalla base di Camp Mittica per raggiungere l’ufficio provinciale di Polizia irachena per il consueto servizio e il coordinamento dei pattugliamenti congiunti (Provincial joint operation center), come già avevano fatto molte altre volte.

Alle 8:50, ora locale (le 6:50 in Italia), il secondo veicolo della colonna passa sopra ad un ordigno posto nel centro della carreggiata, che, scoppiando, causa la morte di Nicola e di altri quattro militari. Lui, capitano dell’esercito, paracadutista della Brigata Folgore, Carlo De Trizio, maresciallo aiutante dei carabinieri, Enrico Frassanito, maresciallo aiutante dei carabinieri, Franco Lattanzio, maresciallo aiutante dei carabinieri, Bodgan Hancu, caporale della polizia militare rumena. Nelle prime ore dopo l’esplosione vennero diffuse due rivendicazioni. Una delle “Brigate dell’Imam Husayn”, l’altra dell’“Esercito Islamico in Iraq”, di cui faceva parte anche il braccio destro di Osama Bin Laden in Irak, Al Zarqawi. Dopo qualche mese dall’attentato è stato poi arrestato uno dei sospettati dell’attentato contro il contingente italiano.  Era un iracheno, di Nassiriya, membro dei Mujahedin di Ameriyyah.

Io oggi non sono un militare in servizio. Lo resto però nell’impostazione mentale, a cui, fin da bambino, sono stato educato. E, pur facendo, ormai, tutto un altro mestiere (sono dirigente al Ministero dell’Economia e delle Finanze), ritengo che la vera “guerra” sia, ancor prima che sui campi di battaglia, nel contrasto ai flussi monetari illegali. Per contrastare un fenomeno come il terrorismo, prima di tutto, bisogna conoscerlo. E una strategia fondamentale consiste proprio nel “follow the money”: seguire i soldi.

Che poi era anche il motto di Falcone come strategia di contrasto alla mafia. La misurazione dei flussi internazionali di denaro, del resto, non è agevole, anche perché le statistiche ufficiali non conteggiano il flusso che passa attraverso i canali informali di intermediazione, che vanno dalla consegna personale a mano durante i periodici viaggi nel paese d’origine, all’invio tramite amici e familiari, al ricorso ad organizzazioni professionali di trasferimento finanziario non registrate, come il sistema hawala. Proprio quest’ultimo è stato oggetto di un’ampia indagine della Procura Nazionale Antimafia, che ha smantellato un’organizzazione di integralisti islamici.

L’ampiezza e la pericolosità del fenomeno non debbono dunque essere sottovalutate. Il viaggio nella Jihad Corporation, del resto, può cominciare dalla soglia di una qualsiasi moschea o di una scuola coranica, dove, sul frontone, è sempre indicato il conto corrente cui inviare l’obolo per la “Jihad”, per continuare davanti ad una banca con filiali alla Mecca, Islamabad, Londra, Washington e New York. E allora, come diceva sempre Nicola davanti alle difficoltà: avanti coi carri…