Senza un’identità siamo impreparati al confronto con le identità altrui

di Gian Maria Fara
17 marzo 2015

La Chiesa, dopo un lungo periodo di crisi, riconquista la fiducia degli italiani – cattolici e non. Per Papa Francesco un plebiscito: l’89,6% ritiene abbia dato nuovo slancio alla Chiesa, che riconquista, quindi, il ruolo di grande agenzia di senso e di orientamento attraverso il ristabilimento di una linea di comunicazione tra Gerarchia e fedeli.

Questo fenomeno è davanti agli occhi di tutti e non avrebbe bisogno di alcuna spiegazione, men che meno sociologica. Ciò che invece merita di essere segnalata è la posizione assunta dal Papa, anche a seguito degli avvenimenti che hanno colpito la Francia e che hanno acceso a livello internazionale un animato confronto culturale e politico sul ruolo delle religioni e sui rapporti tra di esse.

Il “pugno” del quale ha metaforicamente parlato il Papa ha posto in termini decisivi il tema del rispetto nei confronti dei valori e delle identità altrui, ovvero del riconoscimento dell’altro da sé.

La nostra società, totalmente secolarizzata, presume che i suoi “valori” debbano essere assunti aprioristicamente da tutti indipendentemente dalle storie, dalle religioni, dalle tradizioni, dalle culture e dalle latitudini. E di conseguenza trova scandaloso che altri possano non accettare la nostra Weltanschauung, e offendersi e reagire.

Noi pretendiamo di esportare il nostro “pensiero unico dell’Occidente industrializzato” senza considerare che ancora oggi miliardi di persone vivono la religione e il senso del sacro come un fatto esistenziale per il quale poter anche mettere in gioco la propria vita. E tutto ciò sta a dimostrare insieme la nostra superbia, la nostra superficialità e la nostra incultura.

L’aver rinunciato ad una parte consistente della nostra identità e del nostro patrimonio culturale ci rende forse meno preparati nel confronto con le identità altrui e ci porta a sottovalutare le possibili reazioni di chi, invece, vuole mantenere e difendere la propria.

Nello stesso tempo, chi ci attacca, pensando di poter provocare all’interno dell’Europa uno scontro tra musulmani e non musulmani, così come profetizzava Abu Mussab Al Suri, raffinato portavoce di Bin Laden, nel suo Appello alla resistenza globale alla fine del 2004, non ha fatto i conti con il livello al quale è giunto il nostro degrado.

Secondo Al Suri, la strategia di attacco agli Stati Uniti, cuore dell’“imperialismo occidentale”, sarebbe stata scarsamente efficace. Maggiori risultati si sarebbero ottenuti colpendo l’Europa attraverso obiettivi mirati a far esplodere le società europee fino a scatenare una guerra civile di religione.

Per quanto violenti ed eclatanti possano essere questi attacchi, così come accaduto a Parigi e in altri paesi europei, il terrorismo non riuscirà a provocare alcuna guerra di religione per almeno quattro motivi: il primo è che non c’è nessuna religione da difendere in un’Europa fortemente secolarizzata, più attenta ai valori economici che non a quelli spirituali; il secondo è che, per quanto gravi possano essere gli attacchi, essi vengono rapidamente sminuzzati, spettacolarizzati, metabolizzati e consegnati alle infinite discussioni e strumentalizzazioni politiche e ai dibattiti dei talk show televisivi. Neutralizzati tra uno spot di “Poltrone e sofà” e l’ultimo profumo di “Dior”.

Il terzo è che i terroristi, e chi li guida, non hanno capito che tentare di scalfire una società “evanescente” come la nostra è come pretendere di affettare la nebbia con la scimitarra, sparare ad una nuvola, catturare l’aria con le mani.

Il quarto è che la teoria e la storia insegnano che il terrorismo destabilizzatore può anche avere funzioni stabilizzatrici, come dimostra la “rinascita” del Presidente francese Hollande, ritornato, dopo una fase di totale declino, ai vertici nei sondaggi d’opinione a seguito dei fatti parigini.