Europa

Sessant’anni dopo, quale Europa?

L'analisi, le prospettive e qualche suggerimento sullo stato dell'Europa, che deve fronteggiare minacce interne ed esterne.
di Myrianne Coen*
26 giugno 2017

PRIMA PARTE : DIAGNOSI DELL’UNIONE EUROPEA

L’Occidente sta perdendo la sua civiltà

La nomina di Donald Trump alla presidenza americana è uno sconvolgimento per l’America, l’Europa e il mondo intero. Più di questo, è un sconvolgimento per l’immagine che abbiamo in Europa dell’America in seguito al piano Marshall : promozione della democrazia e della nostra prosperità, garanzia della nostra sicurezza. E’ uno sconvolgimento di ciò che possiamo aspettarci da questo grande Paese che da sempre riteniamo un alleato fedele e affidabile nel nostro ambiente geostrategico.

L’elezione del nuovo presidente americano è una sconfitta per la nostra civiltà dove i valori hanno come scopo di ‘domare la pancia’. E anche un indicatore del livello generale dell’educazione. Se in Europa dovesse diventare una prassi la vittoria dell’ ”uomo maggioritario”, ciò sarebbe una sconfitta per la “civilizzazione” dell’Occidente.

Anche in Europa montano nuovi populismi e ultranazionalismi. Viviamo in tempi in cui la gente in Occidente ha molte paure per quello che sta perdendo rispetto agli anni Ottanta quando la globalizzazione iniziata dopo la seconda guerra mondiale ha cominciato a farsi sentire nelle case del comune cittadino. Da questo momento, i dirigenti politici si sono progressivamente schierati dalla parte del capitale, abbandonando sempre di più i diritti dell’uomo e i diritti sociali conquistati dall’inizio del novecento, e staccandosi dai cittadini che pretendono rappresentare.

Tale situazione favorisce la corsa alla ricerca di ”un salvatore”, corsa che nel passato hanno portato a disastri.

Una svolta che non può più aspettare: colmare i deficit democratici

E’ dunque venuto il tempo nel quale è sempre più urgente sapere come venire incontro ai bisogni e sentimenti dei cittadini abbandonati dai loro politici troppo spesso occupati in altre faccende. In altri termini, sapere come affrontare il deficit democratico e presentare proposte politiche con un nuovo potenziale di civiltà.

Tuttavia, per questo scopo, manca l’appoggio degli intellettuali ed altri mediatori di consenso illuminati, dai quali si aspettano da anni interventi chiari, nonché critiche costruttive, senza i quali mancherà sempre una base solida per portare a compimento con efficacia gli obbiettivi dichiarati, che sono sempre di più semplici, retoriche enunciazioni: rispetto dei diritti dell’uomo, dei diritti sociali, efficienza nell’uso delle risorse tanto della natura che economiche.

Spetterebbe in realtà ai leader politici di saper raccogliere tanto le idee che gli uomini capaci di realizzarle, ciò che implica anche la capacità di individuare un metodo che permetta di conseguire risultati coerenti e stabili anche per la governabilità.

C’è bisogno di uomini coraggiosi capaci di combattere per loro obbiettivi, ma anche capaci di fermarsi in tempo quando intraprendono una strada sbagliata e di guardarsi dal populismo che rimproverano ad altri.

La solidarietà non è a senso unico

Nel Vertice Europeo di Bruxelles, il 10 di Marzo 2017, è ritornata sul tavolo la questione dell’immigrazione inarrestabile e la volontà di alcuni Stati Membri di sanzionare I Paesi dell’UE che si rifiutano di accogliere gli immigrati. Ha ragione l’Italia sul fatto che per anni è stata lasciata sola con l’emergenza profughi: Italia, Grecia, Germania, Francia, Svezia e Belgio assumono le principali responsabilità in tema di rifugiati, mentre altri si rifiutano di farlo.

Non è lecito invocare finanziamenti e poi chiamarsi fuori quando si tratta degli immigrati: la solidarietà non è a senso unico. Da questo punto di vista, il principio di imporre sanzioni è giusto. Tuttavia, rimane il fatto che non c’è mai stato accordo su una politica dell’immigrazione all’interno della UE e che le misure decise bloccano solo l’emergenza ma non servono a promuovere politiche efficaci. Il territorio europeo non ha le capacità né materiali né umane per accogliere la popolazione dell’intero pianeta in fuga delle guerre che si moltiplicano e in ricerca di lavoro e di benessere per le loro famiglie. C’è ben altro da fare per rispondere a questo fenomeno epocale, che rimane senza risposta da parte dei governi degli Stati Membri della UE; ed è questo il vero problema della vicenda che adesso deve trovare risposta.

La solidarietà non è a senso unico nell’immigrazione. Neanche lo può essere in materie economiche.

Certo non risanerai mai il bilancio solo tagliando le spese. In omaggio ai valori europei di uguaglianza ed al principio costituzionale di equità contributiva, si potrebbero meglio controllare entrate ed uscite, con una seria lotta all’evasione fiscale e alla corruzione. In tanti paesi, l’efficienza di tali misure, da sola, riporterebbe il bilancio pubblico annuale oltre l’equilibrio.

In Germania, si punta a maggiori esportazioni. Per 2016, il surplus commerciale ha registrato i 300 miliardi di euro, il 9% del PIL: diffuse sono le critiche sulle eccessive esportazioni tedesche. Tuttavia, non si può rimproverare ad un paese di essere troppo efficiente. Non è neanche utile augurare una crescita ridotta di un qualsiasi paese all’interno della UE. Se questa situazione provoca squilibri nell’economia europea, la risposta deve venire tramite misure che promuovano una maggiore crescita anche negli altri Stati Membri, con politiche in grado di sviluppare realmente l’occupazione e gli investimenti produttivi, fattori motori di una domanda interna forte e sostenibile. Nell’attuale situazione del sistema finanziario globalizzato, è una questione politica più che economica alla quale gli Stati Membri della UE, per sopravvivere, devono rispondere agendo come un attore unico sulla scena internazionale.

Non è più tempo di fare reggere l’Europa su finzioni

Una moneta non può sopravvivere a lungo “sull’orlo della catastrofe”. Il governatore della BCE, Mario Draghi ha meriti immensi per la salvaguardia, se non la sopravvivenza, dell’eurozona fino ad oggi. Anche se non è molto popolare in Germania, visto che la politica di bassi tassi d’interesse contrasta con la lunga tradizione di un risparmio redditizio dei contribuenti tedeschi. Non si potrà tuttavia mantenere in vita l’Euro, a lungo, senza fornire una soluzione ai problemi che minano la sua credibilità e, dunque, la stabilità.

Non solo l’Italia, anche il presidente americano Obama hanno criticato le politiche di austerità perseguite dal governo Merkel. In linea di principio, abbiamo bisogno che un Paese abbia i conti in ordine se non vuole collassare sotto la spirale dei debiti. Tuttavia, i debiti pubblici sono direttamente tributari dell’andamento della finanza internazionale, in particolare dei tassi di interesse. La politica della BCE come quella della FED con i rispettivi “quantitative easing” hanno fatto la loro parte a questo proposito, riducendo i costi degli indebitamenti pubblici in attesa che il fattore “inflazione” riprendesse il suo posto. Facendo ciò, hanno anche reso palesemente più “fiduciaria” la moneta, sempre più scollegata dall’economia reale, al punto che i princìpi fondamentali degli equilibri economici non reggono più. La finanza è dunque sempre più collegata ad esigenze politiche e sempre meno  a quelle economiche reali.

In effetti, ciò che governa oggi l’economia mondiale è una finzione. Questa situazione non può pesare solo su alcuni, nè più su alcuni (Grecia, Italia, …) che su altri. La gente ha cominciato ad accorgersene, senza avere i mezzi per dare una risposta efficace al problema. Questo fatto nutre movimenti comunemente chiamati populisti come dimostrato dall’elezione del nuovo presidente alla Casa bianca.

Nella civiltà occidentale, sono i valori a scegliere il passo dell’economia

Per tale motivo, agli Stati Membri dell’Unione Europa che vogliono continuare ad esistere come entità di civiltà, spetta di scegliere una politica economica e sociale, monetaria e fiscale comune. Neanche questo sarà sufficiente perchè tale politica comune deve anche essere disegnata in coerenza con i valori di civiltà proclamati.

Nell’attuale situazione, non si capisce come ciò potrebbe essere possibile senza rifondare l’intero sistema. L’Unione Europea è un entità economica potente; fino al 2014 era la prima potenza economica del mondo seguita da vicino dalla Cina e dagli Stati Uniti. Non è tuttavia valutata come tale a causa delle sue molteplici divisioni politiche e di fatto. L’isolazionismo dichiarato di Trump potrebbe dare l’opportunità all’Eurozona di rifondare il suo sistema finanziario, prima che la UE ne sia costretta da nuove crisi di debiti pubblici (Grecia, Italia ed altri) o bancarie (incluse banche tedesche ed altre).

L’Unione Europea ne ritroverebbe autorevolezza e forza attrattiva, che ultimamente sta perdendo a grande velocità nel mondo, con tutti i vantaggi che ne conseguono. Anche gli Stati Uniti d’America, partner di civiltà, per gli stessi motivi e ad una velocità della luce, negli ultimi mesi sta perdendo la sua forza attrattiva, pagando un prezzo ingente del quale ancora non sembrano accorgersene né tantomeno valutare.

Quale che sia la scelta, sono necessari impegni politici rinnovati degli Stati che scelgono di partecipare al processo. La BREXIT insegna alla UE ed a tutti che non si costruiscono attori politici capaci di difendere valori, sicurezza e benessere dei loro cittadini con un numero “dimezzato” di  Stati membri.

Se l’Unione Europea continua a sacrificare i suoi valori, non solo non esisterà più, ma non servirà più.

Seppellendo il progetto comune stellato sorto dalle macerie nazionali delle due grandi guerre mondiali”, come ha fatto notare sull’Espresso (marzo 2017) il Presidente Francese Giscard D’Estaing, uno dei pochi politici viventi che ratificarono nel 1957 il Trattato di Roma, l’atto fondante della Comunità Economica Europea.

La questione principale non è quella si sapere cosa può succedere all’asse franco-tedesco, a seguito delle elezioni presidenziali e politiche. La vera questione è cosa succede alla civiltà occidentale e ai suoi valori che da più di cinquant’anni forniscono ai suoi cittadini sicurezza e benessere dalle due parti dell’Atlantico?

Che succede all’Unione Europea, della quale l’intesa franco-tedesca è sempre stata il principale pilastro, se crescono e si affermano movimenti che proclamano l’esclusione di alcuni e il ritorno del potere agli Stati nazionali senza dare risposta alle sfide della globalizzazione dell’economia che sta accentuando il divario tra ricchi e poveri, delle comunicazioni che portano un’immigrazione incontrollata nei nostri territori e delle telecomunicazioni che mettono le culture in contatto diretto a rischio di scontri?

SECONDA PARTE: UN PROGRAMMA PER L’EUROPA

1.Una moneta “economica”: “Adesso siamo 28: l’Europa non è più governabile e non è governata». Lo osserva, sempre sull’Espresso (marzo 2017), il più anziano Presidente Francese. La scelta per i paesi dell’Eurozona è tra un collasso economico e politico e una rifondazione su una moneta forte, dotata dei mezzi politici e tecnici di tutela con lo scopo di dare stabilità e governabilità a politiche coerenti con i nostri valori di civiltà. A questo scopo, non è infondata l’idea di ripartire dai quattro Stati Membri che ricoprono la maggioranza della popolazione dell’Unione Europea, insieme a quelli che già da oggi sono capaci e volonterosi di seguire un tale percorso con tutte le risorse delle quali dispongono.

Ad una tale zona sarebbero invitati, ed aiutati ad avvicinarsi quando lo richiedono, tutti i paesi dell’Unione Europea e i suoi candidati purché perseguano gli stessi valori, al loro ritmo di sostenibilità interna. I primi passi tenderebbero a mantenere il valore dell’euro in un serpente monetario con margini del 10% riferiti alle loro valute nazionali, controllando anche meglio, a tale scopo, i flussi finanziari ed  organizzando l’economia interna (nel senso più ampio del concetto) facendo leva sulla stabilità rinforzata cosi acquisita.

Fondata su valori, Il prezzo di una uscita temporanea da un tale euro rifondato, sia degli stati più deboli che di quelli più forti, non ipotecherebbe dunque mai la direzione comune perseguita. Non sarebbe neanche una strada sbagliata una divisione della moneta in due o tre zone così collegate per il tempo necessario a ripristinare quegli equilibri sociali e quei valori, soprattutto dei più deboli ma anche di tutti, che oggi sono calpestati.

Tale base offrirebbe nuova opportunità per stabilire rapporti economici su una base di reciproca soddisfazione oltre che con gli Stati Uniti anche con la Cina, l’India, la Russia, il Brasile ed altre medie potenze economiche nel mondo, consentendo di  garantire la salvaguardia dei rispettivi modi di sviluppo in condizioni di pace, che fu il primo scopo dalla fondazione dell’Europa Unita sessant’anni fa.

 

2.Gestire l’immigrazione: Quest’anno la Germania non accoglierà un altro milione di profughi. Oggi, ci sono limiti alla solidarietà. In Europa, I paesi di Visegrad hanno tirato su i Muri. La loro storia non è quella dell’Italia, della Francia o della Germania. La memoria dell’assenza di libertà e di decenni di povertà latente sotto i regimi comunisti è recente, e dunque ancora ben presente. I loro cittadini non vogliono perdere il benessere, anche se tutto relativo, recentemente acquisito con l’adesione alla UE. L’assenza di prospettive in materia di politica europea dell’immigrazione, la loro esposizione in prima linea ai flussi che vengono tramite le strade terrestri ad Est non permettono di rendere chiaro ai cittadini di questi paesi, come di tanti altri, la necessità di cooperare.

L’immigrazione richiede politiche europee credibili, efficienti e con prospettive chiare a lungo termine per essere accettate; politiche che dopo cinque anni di crisi permanente non si vedono arrivare dall’attuale leadership europea. Anche la Svezia e la Germania, in seguito ai successi di Alternative fuer Deutschland, il partito d’estrema destra, hanno dovuto riconoscere l’insostenibilità, non solo politica ma anche materiale, delle misure di accoglienza illimitata da loro adottate.

3.Assicurare sicurezza e legalità : Senza risposta in materia di difesa esterna ed interna, di lotta effettiva, e non solo verbale, contro i trafficanti di essere umani e i loro seguaci colletti bianchi infiltrati anche nelle nostre amministrazioni nazionali e locali, forze di dogana e polizia di frontiera, senza escludere magistrati e forze dell’ordine nei paesi sprovvisti di cultura di lotta alla criminalità organizzata; senza politiche di cooperazione allo sviluppo che portano effettivamente benefici economici ai destinatari piuttosto che vantaggi alle nostre imprese anche a colpi di mazzette, l’Unione Europea esploderà per colpa del suo immobilismo nelle tematiche che in ogni tempo hanno fatto e disfatto gli imperi.

4.Una rappresentanza effettiva: Ovunque siano al governo, in Francia, Germania, Italia, le sinistre hanno problemi, osservava in una intervista all’Espresso del 6 novembre 2017 Martin Schulz allora ancora Presidente del Parlamento Europeo. I problemi che i partiti di sinistra hanno in Europa riguardano la crisi della attuazione concreta di quei valori di fondo che le sinistre stesse pretendono difendere e rappresentare : il pluralismo, l’integrazione sociale ed il rispetto dei diritti dell’uomo, sempre più spesso calpestati anche da noi europei, la giustizia che si dimostra sempre più spesso di classe, l’equa distribuzione delle risorse, in contrasto con i processi attuali di un progressivo allargamento del divario tra abbienti e i non abbienti, una democrazia che si dimostra sempre più di facciata.

La scuola per prima, ed internet adesso, hanno dato i mezzi “al popolo” per accorgersi e per capire che quelli che pretendono di rappresentare questi valori promessi, si sono sempre più spesso messi al servizio del capitale ed ultimamente della finanza; quando non lo sono direttamente di cricche criminali ed altre mafie. Il deficit democratico è divenuto visibile a tutti, il divario tra la realtà vissuta e quella proclamata si è allargato fino a spezzare il legame di rappresentanza. Le sinistre, per le quale il divario è più ampio, ne soffrono più di altri.

Crisi della sinistra e del Vecchio Continente hanno quindi le stesse radici. Certo, non abbiamo abbastanza democrazia in Europa, non abbiamo abbastanza integrazione né trasparenza nelle nostre società né una vera giustizia che faccia rispettare i diritti di tutti ed un’equa distribuzione delle risorse. La crisi economica è, in primis, una crisi della politica che, se non si risolve, trascinerà l’Europa intera nella negazione della sua propria civiltà fondata dalla democrazia greca. Si è visto già nel trattamento della crisi finanziaria della Grecia, … e delle sue popolazioni.

Ma non tutti i partiti di sinistra sostengono la UE o le istituzioni europee. Certe sinistre puntano sulla rinazionalizazione delle rivendicazioni sociali. Nel far questo ignorano la realtà della globalizzazione odierna, che è un fatto obbiettivo, non collegato a scelte di possibili alternative. Governare con il consenso in democrazia richiede di cercare di rendere compatibili valori e realtà. Non si possono perdere di vista i valori come obiettivo, ma se si ignora la realtà, si va di certo verso la sconfitta.

5.L’intellighenzia alla guida: Anche la sinistra deve affrontare la sfida globale del XXI secolo e non ricadere nei tempi spariti del XIX. In questo si sente la mancanza di un intelligenza-guida. Non a caso gli esperti del dizionario più famoso del mondo hanno scelto “post-truth” come parola dell’anno. Siamo nell’era della menzogna, al punto che nessuno sembra ancora sapere cosa possa essere la realtà. Neanche la leadership delle nostre democrazie. Non è senza motivo che negli ultimi anni tutti i sondaggi su importanti scelte democratiche si sono sbagliati, né che nessuno abbia previsto le primavere arabe, l’ascesa dell’ISIS, il ritorno della dittatura in Turchia, la nomina di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti.

Col XX secolo, sembra scaduto il sogno della social-democrazia o, il che è lo stesso, del welfare in Europa. Tuttavia, più giustizia e partecipazione sono esigenze umane, e l’era della socialdemocrazia non è finita. Mai come oggi il bisogno ne è stato così grande. La differenza è che non è più limitato a parte del continente europeo, ma attraversa il pianeta. Non sarà più possibile promuverla a scapito di intere zone geografiche, come dimostrano i flussi inarrestabili di immigrazione verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Sembra che coloro che detengono il potere, e chi li sponsorizza, non si siano ancora accorti che i loro piani devono da oggi in poi essere inclusivi e non esclusivi come negli ultimi anni. Se non cambiano rotta, la sentenza sarà il ritorno a regimi autoritari e guerre cicliche: “scontri di civiltà” con mezzi capaci di distruggere il pianeta.

Intanto, i nostri valori europei, libertà, rispetto dei diritti dell’uomo, giustizia sociale, sono richiesti, nel mondo, su scale geografiche e sociali sempre più ampie, così come sono stati disegnati dalla “social democrazia”, nelle diverse interpretazioni liberali o socialiste degli ultimi due secoli in Europa. I populisti direbbero “dobbiamo sognarla”. Invece, è divenuto urgente realizzarla.

 

« Più le divergenze si allargano tra percezioni e realtà, più dura il processo di rinforzo. Tuttavia, questo non può proseguire per l’eternità. Alla fine la deformazione della percezione si fa vedere e, a questo momento, la tendenza viene sottomessa ad una correzione che porta ad inversione. Nella storia, si manifesta in rivoluzioni nei sistemi rigidi. Nella democrazia genuina, le correzioni si stanno facendo lungo il processo[1]».

 

*Myrianne Coen, Laurea alla Sorbona (Parigi), Diplomatica (Belga) a Bruxelles, Paris, Sofia e, come Consigliere d’Ambasciata, a Oslo, presso il Dipartimento Ricerca del NATO Defense College (Roma) e il Centro Militare di Studi Strategici (CEMISS) del Ministero italiano della Difesa, Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Strategici, Internazionali ed Imprenditoriali (CSSII, Università di Firenze, IT). Membro del Laboratorio sui BRICS di Eurispes.

 

[1]           Tradotto da SOROS G., Sauver les démocraties à l’Est, Paris, Albin Michel, 1993, p.223.

 

 

Nota: Le opinioni espresse dai nostri autori sono personali e non rispondono alla linea editoriale del magazine L’Eurispes.it