Sostenibilità

Nuovi settori e professioni “verdi”

Rendere “verdi” tutti i lavori è la sfida cui dovranno rispondere i sistemi formativi ed educativi nell’immediato futuro. Le nuove figure professionali legate all’ambiente si configurano come veri e propri “agenti di cambiamento” in grado di orientare l’innovazione nei sistemi produttivi e professionali.
di redazione
23 febbraio 2015

La scarsità delle risorse disponibili sul Pianeta, esito di politiche evidentemente non del tutto equilibrate, rende oramai necessario che i governi nazionali si muovano bene nelle prossime scelte di investimento delle poche risorse rimaste.

Le nuove misure anticrisi, per evidenti ragioni, dovranno cercare di ottenere un doppio risultato: quello della crescita economica e quello della sostenibilità ambientale.

Parte infatti dei c.d. recovery packages per il rilancio della produzione e per la ripresa dei mercati in crisi già da qualche anno sono stati indirizzati verso i settori cosiddetti “verdi”: in Europa il piano di ripresa economica avviato nel 2008 si è concentrato sullo sviluppo delle infrastrutture e delle tecnologie pulite.

Il processo di decarbonizzazione delle economie − detto di greening − diretto alle due finalità cui abbiamo accennato  (sviluppo e sostenibilità ambientale), certamente modifica l’equilibrio del tessuto produttivo comprimendo le produzioni tradizionalmente legate alle industrie pesanti o alle vecchie manifatture.

Ancora non sappiamo bene quali effetti nel lungo termine avrà questo processo di passaggio verso una società low carbon più efficiente; tuttavia pare incontrovertibile il fatto che si tratti di un processo incrementale che interviene nella trasformazione di tutti i settori produttivi perché determina la valorizzazione del capitale economico (investimenti e ricavi), del capitale naturale (risorse primarie e impatti ambientali) e di quello sociale (lavoro e benessere).

Dunque, in quanto processo incrementale che sposta gli equilibri di tutto il sistema produttivo, il greening implica l’osservazione del trend del mercato del lavoro sia in termini quantitativi che in termini qualitativi, al fine di individuare le caratteristiche dei nuovi saperi delle professioni emergenti e in cambiamento.

Per motivi di semplificazione e migliore razionalizzazione, una larga parte dei bisogni di nuove competenze è da ricercarsi maggiormente nelle occupazioni già esistenti piuttosto che nelle professioni nuove o emergenti.

In termini quantitativi, i bisogni di riqualificazione e adeguamento delle abilità e delle conoscenze nelle professioni esistenti, sono più rilevanti dei fabbisogni di formazione iniziale o di riconversione della manodopera per le professioni nuove o emergenti. Molte delle competenze attuali rappresentano infatti un patrimonio riutilizzabile nei settori a bassa emissione di carbonio: gli studi riportano alcuni esempi di riconversione dei lavoratori dall’impiantistica idraulica verso il settore delle rinnovabili termiche o dei lavoratori del settore edile che, opportunamente aggiornati sui nuovi materiali e sulle tecniche di progettazione e costruzione, possono indirizzarsi nel campo dell’efficienza energetica degli edifici.

Rendere “verdi” tutti i lavori è dunque la sfida cui dovranno rispondere i sistemi formativi ed educativi nell’immediato futuro.

L’obiettivo di promuovere un diverso modello di sviluppo ed un’”economia sostenibile”, come indicato di recente dall’ILO e nella “Strategia di crescita verde” progettata dall’Ocse − presentata alla conferenza di Rio+20 − potrà essere raggiunto più rapidamente migliorando, appunto, la qualità dell’istruzione e della formazione e sviluppando le nuove competenze richieste.

In Italia, da poco, assistiamo concretamente ad una inversione di tendenza che potrebbe permettere al Paese di allinearsi al resto dell’Ue, rispettando gli impegni assunti nell’ambito del Pacchetto Clima Energia “20-20-20” e quelli trattati nel 2012 dal Consiglio europeo nella Roadmap for moving to a low-carbon economy in 2050, superando i ritardi sulle politiche e sugli investimenti.

Accanto ai provvedimenti per la decarbonizzazione dell’economia, la semplificazione della normativa ambientale e la messa in sicurezza del territorio, una serie di azioni parallele contenute nel “Decreto sviluppo” favorirà nei prossimi anni l’occupazione, soprattutto quella giovanile.

È previsto il finanziamento di progetti di investimento in quattro settori di punta dell’“economia verde”: le fonti rinnovabili, i biocarburanti, la messa in sicurezza del territorio e l’incremento dell’efficacia energetica.

Il fondo rotativo del Protocollo di Kyoto garantirà l’accesso ad incentivi fiscali alle imprese “verdi” ed alla promozione di professionalità altamente qualificate. Queste misure, per essere efficaci, dovranno coinvolgere i sistemi formativi, ai quali verrà chiesto di investire sia nella costruzione di nuove competenze che nell’aggiornamento o nella riqualificazione di professionalità già inserite, in grado di sostenere la transizione verso modelli di produzione e di consumo low-carbon.

Per accelerare il passaggio, come suggerisce l’ILO, è richiesto il miglioramento delle capacità di operare dei soggetti istituzionali e delle Amministrazioni competenti in collegamento con le politiche dello sviluppo sostenibile, attraverso la diffusione di nuovi sistemi organizzativi improntati su una dimensione relazionale e partecipata.

L’obiettivo da raggiungere nel breve termine è quello di fare diventare “sistema” una serie di processi già avviati nei programmi di formazione, ma non abbastanza strutturati ed interconnessi, ed arrivare ad una programmazione degli interventi di ampio respiro, capace di creare un rapporto sinergico tra gli indirizzi politici di azione, i nuovi orientamenti economici e produttivi e la formazione erogata.

La presenza di scenari economici complessi e legati al contesto internazionale rende più che mai indispensabile, per la formazione ambientale, partire dalla identificazione il più possibile precisa, definita e determinata di fabbisogni espressi o emergenti. Aspetto ancora carente, che fa incorrere nel rischio di produrre, come tutt’ora accade, percorsi basati su logiche autoreferenziali distanti dalle reali necessità di lavoro “verde”.

Per favorire la transizione e promuovere una formazione di qualità per la sostenibilità, l’Isfol ha individuato e descritto analiticamente settanta figure professionali in riferimento ad aree strategiche per la realizzazione di società sostenibili. Le aree prioritarie di intervento considerate sono: agricoltura biologica acquacoltura ecocompatibile di qualità, biotecnologie sostenibili, difesa del suolo e utilizzazione delle acque, aree protette e turismo sostenibile, architettura a basso impianto ambientale, energie rinnovabili, gestione integrata dei rifiuti solidi urbani, sistemi energetici ecosostenibili, efficienza energetica riferita all’edilizia sostenibile e sistema agroalimentare di qualità a filiera corta. In corso di definizione le figure che favoriranno la riqualificazione sostenibile dei contesti metropolitani e urbani.

Le figure delineate, riguardanti ruoli di media o alta professionalità, si configurano come veri e propri “agenti di cambiamento” in grado di orientare e attuare l’innovazione nei sistemi produttivi e professionali. Sono soprattutto responsabili di strutture e funzioni dotate di competenze integrate di carattere manageriale, tecnico ed economico, capaci di coinvolgere “ a cascata” altre figure di tipo più tecnico e operativo. Il denominatore comune che accomuna tutte queste figure è la condivisione degli obiettivi di sostenibilità da raggiungere attraverso attività lavorative svolte nel rispetto e nella salvaguardia dei limiti ambientali.

Tali figure si connotano per la loro specificità sistemica, anche quando rivestono un carattere specialistico, data la necessità di assumere la “complessità del contesto”, ovvero dell’intera filiera e non solo del singolo processo lavorativo sul quale intervengono, e di stabilire interazioni a monte e a valle dei processi produttivi e di interfaccia con altri contesti organizzativi.