Crescita

“Shopping” straniero per il Made in Italy

Non solo i recenti acquisti della Pasticceria Cova di Milano o di Poltrona Frau, ma partecipazioni strategiche nell'industria del paese. Tra preoccupazione e normalità.
di redazione
23 febbraio 2015

Si parla sempre più spesso di “shopping dissennato di brand Made in Italy”. Negli ultimi anni, con modalità e interessi differenti, imprenditori francesi, cinesi, giapponesi, arabi e americani si presentano in Italia affascinati dalle competenze e dalle capacità degli ingegneri, dei designer e degli operai, cogliendo rinnovate opportunità di investimento e di business per il futuro. Infatti, nonostante l’insieme delle statistiche a una prima lettura definisce un’immagine spesso negativa o perlomeno in chiaro-scuro dell’economia italiana, ancora oggi il nostro Paese è in grado di “fare la differenza” quando si tratta di realizzare non solo abiti e gioielli di lusso, ma anche tutti quei prodotti che dalla rubinetteria, agli arredi della cucina, ai giocattoli sino ai componenti per gli aerei, vengono apprezzati in tutto il mondo.

Le aziende devono necessariamente individuare la strategia di impresa e la struttura del management per poter crescere e trovare spazio nei mercati internazionali. È questo un passaggio affrontato dalle aziende italiane con modalità differenti, tra le quali vi è la partecipazione a un grande gruppo estero che ha acquisito nel tempo capitali finanziari e capacità imprenditoriali tali da possedere una buona distribuzione nei diversi paesi del mondo. Dal lato opposto, nello scenario italiano vi sono imprenditori di successo come Versace o Luxottica che confermano la propria volontà e l’impegno a mantenere la proprietà e la gestione dell’azienda, pur affrontando i continui cambiamenti del mercato e le difficoltà del sistema produttivo italiano. La crisi economica è tale da mettere in pericolo anche le aziende più forti e rinomate, ma vi sono altre strade alternative oltre a quella della vendita a fronte di una buona offerta. Probabilmente anche perché molte delle realtà imprenditoriali italiane, con una lunga storia oramai alle spalle, vivono in questi anni quella delicata fase del passaggio generazionale che richiede una forte capacità di rinnovamento e di indirizzo, che assicurino continuità e successo.

Secondo gli esperti, infatti, sono necessari investimenti e una buona dose di coraggio per percorrere la strada verso la quotazione in Borsa. È questa una possibilità per difendere e far crescere un’industria manifatturiera specializzata, fatta di artigianalità e conoscenze – come spiega Andrea Guerra di Luxottica – che, attraverso la quotazione in Borsa, si può aprire al mondo e affrontare le sfide sempre nuove dello scenario globale. Nel passato i francesi avevano apprezzato imprese come la Edison, la Parmalat e la Bnl, mentre oggi il settore che attrae maggiormente gli investitori esteri è quello del lusso: tutti vogliono comprare perché un domani si riusciranno a raccogliere notevoli profitti dall’artigianato, dal gusto e dalla ricercatezza tipicamente Made in Italy.

Infatti, già in passato il passaggio di proprietà ha comportato uno svuotamento complessivo delle società acquisite, con la delocalizzazione della produzione e spesso con la chiusura di stabilimenti e la perdita di occupazione; successivamente, per produrre prodotti tipicamente italiani le aziende straniere si sono organizzate con l’importazione delle materie prime necessarie e oggi è oramai riconosciuta la tendenza ad acquistare direttamente marchi storici. Allo stesso tempo, imprenditori e manager mettono in luce l’altro lato della medaglia, quello riguardante le possibilità di sviluppo e di business che possono derivare dalle operazioni di acquisizione. D’altronde, partecipare all’attività di una realtà imprenditoriale solida e innovativa potrebbe offrire l’accesso ai mercati emergenti laddove l’azienda italiana, ad esempio, fatica ad arrivare, con un ampliamento della distribuzione.

Non sempre, infatti, con la vendita delle aziende si procede alla delocalizzazione degli impianti produttivi oppure alla riduzione del personale e, dietro la notizia della perdita di un brand italiano, può esserci pure una nuova fase di sviluppo che rappresenta un auspicabile momento di ristoro che segue i gravi effetti della crisi.