Società

Singapore mon amour

di Redazione
26 novembre 2015

Secondo i dati dell’Aire, l’Anagrafe italiani residenti all’estero, nel 2014 sono emigrate 90mila persone dal nostro Paese. E il dato è in continua crescita. Storicamente i paesi con più oriundi italiani sono Brasile, Argentina e Stati Uniti. Oggi non è cambiato molto, anche se l’Asia sta emergendo tra le destinazioni: l’Italia continua a guardare a Oriente con crescente interesse, tanto che sono stati 876 gli italiani emigrati in Cina nel 2014 e 458 i connazionali che si sono trasferiti a Singapore. Ad oggi il numero di italiani residenti in Malesia supera i 2.000 connazionali.

Singapore, in particolare, offre vari input in termini di attrattiva: la discrezione dei servizi finanziari rivolti a una clientela upper, prima di tutto, e la qualità della vita, fiscale, finanziaria, e non solo. Base di molti trust, strutture di private banking, fiduciarie, è presumibile che Singapore attragga principalmente due tipologie di soggetti: il pensionato che si occupa esclusivamente della propria vecchiaia – chi per anni ha trasportato, custodito, amministrato e investito il proprio denaro all’estero, talvolta decide di trascorrere la vecchiaia fuori dai confini nazionali, infatti l’Inps eroga all’estero quasi 400mila pensioni per circa 1,12 miliardi di euro ogni anno – e coloro che invece proseguono la propria attività professionale.

Naturalmente, tra chi sceglie di emigrare a Singapore non mancano i giovani, spinti dalla facilità di fare business e dalla prospettiva di una vita agiata. Da anni ormai in Italia si parla della perdita di capitale umano. In inglese si chiama brain drain, cioè “fuga dei cervelli”, e nel nostro Paese è un fenomeno di entità significativa.

Per i nostri ragazzi, nella classifica delle destinazioni per emigrare, Singapore è quasi in pole position, quinta solo dopo Quatar, Australia, Svezia e Kuwait.

Per quanto riguarda l’Asia, infatti, Singapore primeggia per Pil e, soprattutto, libertà economica. Tuttavia, preoccupa il rapporto debito/Pil al 105%, che è parametro importante in quanto predice se il paese continuerà a essere ricco nel medio periodo.

La facilità di fare business si calcola dal cosiddetto “business freedom index”: compilato dalla Heritage Foundation, tiene conto della facilità di aprire e chiudere un’attività e quella di ottenere una licenza. Per chi emigra, infatti, le barriere all’entrata nel paese di destinazione sono deleterie, e quindi sono più desiderabili i paesi con barriere più basse.

Non solo: le imprese italiane che investono nel Sudest asiatico hanno una sponda in più cui appoggiarsi. L’appoggio strategico arriva dall’accordo siglato dalla Camera di commercio italiana a Singapore con l’Ubae (istituto di credito nato nel 1972 come Unione delle banche arabe ed europee). La partnership ha come obiettivo quello di sostenere e sviluppare l’internazionalizzazione delle imprese italiane che operano nell’area: Singapore è infatti porta di accesso prioritaria verso i mercati dell’Asean.

Per capire l’importanza dell’accordo basta scorrere i dati relativi alla presenza italiana a Singapore e al suo interscambio con l’Italia. Oggi il paese asiatico (secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio) ha un Prodotto interno loro di 276 miliardi di dollari con una crescita media del 5% all’anno (il trend si riferisce al periodo 2007-2012). Ma, per le imprese è estremamente interessante il fatto che è stato recentemente siglato con l’Unione Europea un accordo di libero scambio che, appena ratificato dal Parlamento Ue, comporterà l’eliminazione dei dazi doganali e di varie procedure burocratiche. A questo bisogna anche aggiungere che nel 2015 l’Asean ha iniziato l’iter per diventare un mercato unico grazie all’abbattimento delle dogane, con oltre 600 milioni di consumatori e un Pil aggregato di oltre 2.300 miliardi di dollari.

In questo contesto, l’export italiano è nell’ordine dei 2 miliardi, con una crescita media annua prevista per il prossimo triennio dell’8%. Già oggi operano direttamente nel Paese 200 aziende nostrane.

Vertice Cina-Taiwan

Lo scorso 7 novembre ha avuto luogo proprio a Singapore lo storico incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e quello taiwanese Ma Ying-jeou. È il primo faccia a faccia tra un leader della Repubblica Popolare Cinese e uno della Repubblica di Cina, il nome ufficiale di Taiwan da quando – nel 1949 – gli esponenti del Partito Nazionalista si rifugiarono sull’isola dopo essere stati sconfitti nella guerra civile dai comunisti guidati da Mao Zedong. I due leader si sono stretti la mano prima di cominciare il colloquio. Apparentemente tutto tranquillo e molti proclami di fratellanza, pace e solidarietà. L’ultimo incontro tra i massimi dirigenti delle due parti vide come protagonisti Mao e il leader nazionalista Chiang Kai-she e avvenne nel 1945 – 66 anni fa – a Chongqing, allora capitale della Cina appena liberata dall’occupazione giapponese.

“Nessuna forza può separare” Cina e Taiwan, ha affermato il presidente cinese Xi Jinping, incontrando il presidente di Taiwan Ma ying-Jeou. Il leader cinese ha detto che i popoli “delle due sponde dello Stretto di Taiwan sono una sola famiglia”. “Il sangue – ha aggiunto il leader cinese – è più denso dell’acqua”. Il presidente taiwanese Ma Ying-jeou, secondo agenzia Ap, ha detto che “entrambe le parti devono rispettare i valori e il modo di vivere dell’altro”.“Siamo qui per evitare che si ripetano le tragedie del passato”. La Cina non ha missili puntati su Taiwan. È quanto il presidente cinese Xi Jinping ha detto nel corso del suo incontro col leader taiwanese Ma Ying-jeou, secondo quanto ha riferito lo stesso Ma in conferenza stampa al termine dell’incontro a Singapore. Secondo l’agenzia taiwanese Central News Agency il presidente di Taiwan Ma Ying-jeou ha presentato al collega cinese Xi Jinping una proposta in cinque punti per migliorare le relazioni “tra le due sponde dello Stretto di Taiwan”, l’espressione usata per evitare che si possa pensare ad un riconoscimento formale dell’altra parte. Il punto principale è la creazione di un fil rouge tra le due agenzie che si occupano delle relazioni tra le due sponde.

Occorre tener presente che a tutt’oggi Pechino considera Taiwan una provincia ribelle che, prima o poi, dovrà essere riunita alla madrepatria, tanto che nel 2005 si è data una legge che la obbliga a intervenire militarmente in caso l’isola prenda misure decisive per avvicinarsi all’indipendenza. Taiwan è dal 1996 una piena democrazia e il Guomindang si alterna al potere con il Partito Democratico Progressista (Dpp), che non ha mai riconosciuto l’appartenenza dell’isola alla Cina.

Esponenti del Dpp hanno severamente criticato il comportamento di Ma che, a loro parere, “non rappresenta la volontà del popolo”. Ma Ying-jeou è al termine del suo secondo mandato presidenziale e la legge elettorale taiwanese gli impedisce di ripresentarsi. I sondaggi sono concordi nell’indicare nella candidata del Dpp Tsai Ing-wen la favorita alle elezioni presidenziali che si terranno a Taiwan il prossimo 16 gennaio. L’opposizione ritiene che il vertice non sia altro che un tentativo del Guomindang di guadagnare terreno, con la complicità del governo di Pechino.

L’incontro è stato comunque una pietra miliare nei rapporti “tra le due sponde dello stretto di Taiwan” – l’espressione che viene generalmente usata dai diplomatici per evitare di sottintendere un riconoscimento formale dell’altra parte. Nonostante queste difficoltà politiche, le relazioni commerciali ed economiche tra “le due sponde” sono ottimi e hanno avuto un ulteriore sviluppo nel periodo nel quale Ma Ying-jeou è stato presidente.