Sicurezza

Trump: politica estera, parola d’ordine “negoziare”

di Ranieri Razzante
11 novembre 2016

Il risultato delle presidenziali statunitensi segna il passo verso una nuova era della politica statunitense decretando, contestualmente, la fine di una scuola di pensiero probabilmente non più adeguata a comprendere gli emergenti modelli strutturali sociali, politici ed economici.

Con questa consapevolezza Donald Trump vuole governare adottando nuove categorie dinamiche che consistono nello spostare l’asse dell’azione politica principalmente sulla politica interna e nel limitare, in barba alla vecchia tradizione “imperialista”, le “dirette” ingerenze da sempre esercitate come potenza globale sul resto del mondo. Altri condurranno il grande gioco a perdere sul tavolo globale.

Ma è realmente possibile? E se sì in che termini ed a quale costo?

Le ripercussioni sullo scenario internazionale saranno certamente importanti e contribuiranno a determinare nuove logiche di azione ed ingerenza da parte di terzi attori; prima di tutto viene da pensare ad un progressivo disimpegno statunitense nel Medio Oriente, condizione necessaria per volgere lo sguardo, con tutta tranquillità, al continente asiatico dove gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a contrastare l’egemonia economica cinese che da li si estende fin dentro i confini nazionali.

Questo cambio di strategia lascerà spazio di azione alla Russia che si proporrà come potenza stabilizzatrice in Siria, e non solo; inoltre potrebbe non sorprendere un riconoscimento statunitense della Crimea che costituirebbe un credito da vantare nei confronti della Russia su altri fronti; ciò contribuirebbe a mitigare il clima decisamente teso nell’Est Europa generato dai contrasti con la presidenza Obama che, per induzione politica, ha coinvolto NATO ed Unione Europea.

Stessa cosa potrebbe avvenire in Libia dove la Comunità Internazionale potrebbe dover fare a meno del sostegno militare ed economico USA.

Tutto questo avrà serie ripercussioni politiche per l’Unione Europea che si ritroverebbe senza la consolidata guida statunitense, presente dal secondo dopoguerra, in un momento in cui le divisioni all’interno degli stati dell’Unione sono amplificate dalla incapacità di gestire emergenze comuni; chissà che non possa essere un momento di crescita.

Vari dunque sono i dossier sui quali il nuovo presidente USA. dovrà confrontarsi.

La situazione medio orientale che vede il califfato di Abu Bakr Al Baghdadi in difficoltà sia in Iraq che in Siria non rappresenta l’epilogo di un fenomeno (lo Stato Islamico) temporaneo. Anzi, molto probabilmente, le vere difficoltà devono ancora arrivare. Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella riconquista di Mosul, in supporto alle truppe arabe curde, presuppone che gli USA dovranno prolungare il proprio impegno anche dopo il termine delle operazioni convenzionali nonostante la volontà di Trump di disimpegnarsi da quelle aree. Questo perché il terrorismo, essendo una forma di conflittualità non convenzionale che si manifesta o come fase o come strumento, porterà ISIS a trasformarsi e a regredire in quello che è lo spettro potenzialmente progressivo della conflittualità non convenzionale, passando dalla fase dell’insorgenza a quella di terrorismo. Paradossalmente è pensabile che con la ripresa di Mosul gli attacchi terroristici aumenteranno nella zona e altrove. Questo perché essendo lo Stato Islamico un’entità ideologica continuerà a portare avanti il proprio progetto anche se al momento risulta essere in difficoltà.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti dovrà dunque predisporre una strategia politica funzionale a pacificare la zona o almeno a renderla più gestibile. Compito arduo se si pensa che vicino all’Iraq c’è un teatro di guerra molto più complesso che è la Siria. In questo paese, oltre ad essere in corso una sanguinosa guerra civile, sono attivi vari attori internazionali, tutti con propri interessi e rivendicazioni. La Turchia ad esempio, seppure alleato della NATO, non vede positivamente il coinvolgimento dei curdi nella conquista della città di Raqqa in quanto la vittoria legittimerebbe questi a rafforzare le proprie rivendicazioni di sovranità territoriale e indipendenza in zone che la Turchia considera come proprie. Gli Stati Uniti però supportano i guerriglieri curdi nelle loro strategie. Ecco che si crea un caso di attrito diplomatico tra Ankara e Washington considerando anche che gli USA utilizzano la base aerea di Incirlik (Tuchia) per far decollare i propri caccia in funzione anti Daesh.

Naturalmente non va dimenticato il ruolo della Russia nello scenario siriano la quale, al fine di assicurarsi la presenza di un governo amico che le permetta di continuare ad usufruire della base navale di Tartus, unico sbocco russo sul Mediterraneo, appoggia attualmente il presidente Assad tirandosi dietro le accuse e le minacce diplomatiche di gran parte della comunità internazionale. Gli attriti con la Russia hanno ripercussioni anche in territorio europeo dove i movimenti di truppe e le esercitazioni congiunte sul fronte europeo orientale innervosiscono non poco Putin provocando le tradizionali risposte a colpi di violazione dello spazio aereo di paesi NATO e altre provocazioni simili.

Anche se il terrorismo verrà sconfitto sul campo con l’eliminazione materiale di ISIS, questo continuerà a vivere diffondendosi in zone più lontane ma più feconde, come ad esempio l’Afghanistan e l’Estremo Oriente. Ecco perché sarà necessario intervenire con una concreta ed efficiente agenda politica in vari punti del globo dove sono state aperte crisi senza però risolverle.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America dovrà dunque essere in grado di negoziare e dialogare con tutti questi soggetti coinvolti nei vari scenari internazionali di interesse. Un dialogo che dovrà essere diplomatico ma deciso tenendo conto degli interessi interni e della comunità internazionale tutta.

Infine l’economia. Nonostante alcuni dati macro economici dimostrino il tasso di disoccupazione ai minimi e la crescita economica degli Stati Uniti negli ultimi anni, grazie alle politiche di Obama, il Paese ha comunque grossi problemi. L’impoverimento della classe media, l’innalzamento della tassazione su gran parte della popolazione, le difficoltà statunitensi relative alle dinamiche commerciali, e la situazione economico internazionale globale che porta alcuni Stati tradizionalmente acquirenti del debito pubblico americano a rallentare nell’acquisto di titoli di Stato, graveranno sulle spalle del nuovo presidente.

Staremo a vedere chi avrà le spalle più grandi per sopportare tutti questi pesi.

La, per molti “sconvolgente”, ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca segna un momento di profondo cambiamento e non solo per quello che il nuovo presidente rappresenta ma, soprattutto per tutto quello che i suoi avversari non hanno saputo rappresentare.

Una cosa appare comunque evidente, la vecchia politica interpretata secondo i vecchi schemi non è funzionale in un contesto globale, sociale, economico e politico, in cui tutto è messo in discussione ed in cui l’unica certezza è che non vi sono certezze.

Saggio sarebbe cambiare schemi interpretativi e, per chi ne avesse, mettere in discussione le proprie, vecchie, certezze.