Politica

Una proposta dalla Russia. Gromyko: vietare le sanzioni economiche

La Russia possiede minori capacità dell'Occidente a questo riguardo: essa è più vulnerabile ai danni causati da conflitti economici di quanto lo sia l'Occidente.
di Alexey Gromyko e Valentin Fedorov
4 luglio 2015

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Le sanzioni economiche possono riferirsi sia all’embargo, al boicottaggio oppure ad un blocco. E’ sufficiente ricordare le liste Co-Com(1) risalenti agli anni della Guerra Fredda. Qualunque sia il termine utilizzato, il significato è lo stesso: le sanzioni hanno lo scopo di infliggere un danno al soggetto individuato.

Guardando alla sostanza delle sanzioni economiche si può dedurre che esse dovrebbero essere vietate dalla prassi internazionale. Le sanzioni mirano a eliminare o controllare i regimi politici. Ma nei fatti le sanzioni colpiscono soprattutto le persone, peggiorando il tenore di vita e determinando stagnazione sociale e tecnologica. Le sanzioni non sono altro che un attacco alle persone. I funzionari governativi trovano sempre un modo per evitare gli effetti delle sanzioni, sia nei settori legati agli affari, sia negli ambiti che riguardano gli interessi personali. Gli effetti delle sanzioni sono molto diversi sui diversi ambiti della società. Avendo una lunga storia, queste misure punitive dovrebbero essere vietate in modo permanente nelle relazioni interstatali e il loro uso dovrebbe essere interrotto da parte delle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite. Un simile orientamento dovrebbe essere recepito dal diritto internazionale per mezzo di una convenzione.

Le sanzioni sono incompatibili con le idee umanistiche della società globale moderna la quale promuove i valori umani universali a cui si collega sicuramente il diritto di tutti i popoli e di ogni individuo di vivere una vita dignitosa senza interferenze esterne. Un regime di sanzioni orchestrato ed imposto da un certo numero di paesi non giustifica questo strumento; tale approccio non rende legittime le sanzioni, anche se esse sono praticate in maniera unitaria da più stati o promosse da singoli stati.
Il richiamo all’esempio di due esperienze di sanzioni internazionali serve ad illustrare le ragioni diverse che in ciascun caso sono sottintese nel ricorso a questo tipo di strumento di pressione. Cinquant’anni spesi nel blocco di Cuba da parte degli Stati Uniti non hanno minato l’economia cubana né rovesciato i dirigenti politici cubani. Sono gli Stati Uniti che hanno dovuto cambiare il loro orientamento politico. Ora Washington ovviamente spera di far cadere il regime operando dal lato opposto del “mercato”.

Un altro caso. I Paesi occidentali hanno annunciato il blocco della Crimea in tutti i settori di rilievo. Il tempo ha dimostrato e dimostrerà ancora una volta che questo approccio è stato un errore. Vale la pena di notare che i paesi occidentali, inclini a dar lezioni sulla promozione dei diritti umani e della democrazia, criticano il popolo di Crimea solo perché il voto referendario non ha corrisposto alle aspettative dell’occidente.

Oltre al loro impatto diretto, le sanzioni producono degli effetti concreti anche in modo indiretto. Tali effetti si manifestano sotto la forma del venir meno della volontà o del timore da parte dei paesi terzi a promuovere le relazioni con il governo che è stato dichiarato sotto sanzione a causa delle incertezze che si creano nelle prospettive nazionali o internazionali circa gli andamenti dei mercati, come nelle previsioni relative alle dinamiche dei commerci e del movimento dei capitali.
Le iniziative internazionali hanno portato all’adozione di una serie di disposizioni, obbligatorie per tutti, che riguardano la protezione dei civili esposti ai conflitti bellici. In particolare, tali disposizioni sono incorporate nella Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 sulla protezione dei civili durante i conflitti militari. Il corpo principale della convenzione contiene 159 articoli. Questi articoli ed altre disposizioni sono spesso ignorati dalle parti in conflitto. Tuttavia queste disposizioni possono essere utilizzate come guida per contenere la politica entro limiti ammissibili a livello internazionale. Il divieto delle sanzioni economiche potrebbe funzionare come una barriera aggiuntiva all’escalation tra le parti in conflitto. Attraversare tale barriera significherebbe operare una grave violazione del diritto internazionale con le critiche da parte della comunità internazionale che un tale atto implicherebbe.

Rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio 2015, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha invitato a rifiutare il sostegno ai governi che giungono al potere in modo incostituzionale, vale a dire mettere al bando i colpi di Stato. Interrompere la pratica della imposizione di sanzioni economiche o vietarle del tutto potrebbe essere un passo logico successivo.
Nella maggior parte dei casi, i paesi che avviano le repressioni economiche su altri stati finiscono per dover riconoscere che tali misure sono controproducenti. La popolazione dello stato sottoposto a sanzioni le considera come una minaccia esterna alla sovranità del proprio paese, un intervento negli affari interni del proprio stato e, in generale, come un atto di politica ostile. La gente accusa le forze esterne per il peggioramento delle proprie condizioni di vita che deriva dalle sanzioni. Di conseguenza, le sanzioni portano ad una maggiore, non minore coesione del popolo del paese punito. Alla fine, dopo aver causato danni agli stati sottoposti alle sanzioni, ma comunque senza essere riusciti a eliminare (o correggere) la linea di condotta dei governi di tali stati, i promotori delle sanzioni devono fare marcia indietro fino a porre termine alla guerra economica.

Si ritorna allora nuovamente al “business as usual”, in attesa di una nuova occasione per punire un altro stato che sia stato giudicato colpevole; ma ancora una volta con lo stesso risultato. Nella legislazione di alcuni paesi esiste un principio secondo il quale un ricorso, anche se respinto, non deve comunque mai portare a un aggravamento del verdetto iniziale. Lo stesso principio dovrebbe essere applicato quando si tratta della questione relativa alle sanzioni. Anche se i rapporti tra alcuni paesi sono soggetti a revisione, ciò che dovrebbe essere escluso è una qualsiasi aggressione contro il benessere dei cittadini degli stati sanzionati. E’ qui che il mandato di Ippocrate dovrebbe avere pieno valore.
Va notato anche che vi è una certa contraddizione nella politica della Russia nei confronti delle sanzioni. Un punto di domanda è ancora aperto: se il rispondere con contro-sanzioni sia una decisione effettivamente utile. La Russia possiede minori capacità dell’Occidente a questo riguardo: essa è più vulnerabile ai danni causati da conflitti economici di quanto lo sia l’Occidente. Per di più, la principale leva di pressione economica sull’Occidente, che è nelle restrizioni sulle forniture di idrocarburi, è un tabù. Di conseguenza, un tale approccio finisce per riflettersi sulla importazioni di mele provenienti dalla Polonia o di arance dall’Italia. Essere impegnati, dall’ agosto 2014, nel far rispettare il divieto delle importazioni illegali in Russia di prodotti provenienti da paesi terzi, come ad esempio la Bielorussia, fa sì che la dogana russa faccia deviare tali merci verso altre destinazioni ovvero ne causi il rinvio al paese di origine. Ciò equivale a centinaia di tonnellate di prodotti respinti.

Ci si potrebbe chiedere perché la Russia stia facendo ciò, dal momento che, alla fine della giornata, finiamo per danneggiare il nostro mercato e nel lungo termine per danneggiare la collaborazione con i nostri fornitori. Tali contromisure portano solo effetti aggiuntivi a quelli causati dalle sanzioni originariamente comminate. Si deve inoltre tenere presente che, anche facendo uso di tutta la propria forza e agendo al meglio delle sue capacità, il livello di danno che la Russia può potenzialmente arrecare all’economia dell’Occidente è a livello di singole imprese (nemmeno industriali) mentre al contrario la Russia soffre a livello di economia generale. “Uno dovrebbe essere consapevole di quali sono i propri punti deboli”.
Le contromisure della Russia costituiscono una contraddizione in sé poichè, da un lato, finiscono per chiudere le porte del nostro paese a talune importazioni “indesiderate”, ma, d’altro, come russi, guardiamo con favore alla possibilità di condurre affari con alcune società provenienti dagli stessi paesi occidentali, a condizione che continuino a cooperare con noi, nonostante il regime delle sanzioni.
Questa situazione è molto ben illustrata dal caso della Germania. Circa il 5% dei suoi prodotti agricoli esportati sono stati bloccati dalle contro-sanzioni della Russia. Sorprendentemente però il numero totale delle imprese tedesche che conducono affari in Russia, tra cui ci sono le società più grandi, ha superato le seimila unità. Ancora di più: il loro numero è destinato a crescere nel lungo termine.

Per riassumere, le sanzioni internazionali dovrebbe essere messo al bando. Tutti i paesi, compresa la Russia, hanno bisogno di vietarle; in questo modo non ci sarà più alcun bisogno anche di imporre le contro-sanzioni. Le sanzioni non possono essere giustificate facendo riferimento ai diritti umani o altri principi, dal momento che le sanzioni in quanto tali non sono altro che un anacronismo.

E’ stato dimostrato da tempo che esiste un conflitto permanente tra i principi che riguardano l’autodeterminazione nazionale e l’inviolabilità dei confini di stato. Ogni volta che questi principi entrano in conflitto, ogni volta emerge soluzione diversa, a seconda dell’equilibrio concreto delle forze opposte. E’ impossibile immaginare quale dei due principi avrà il sopravvento quando vi sarà una prossima volta, soprattutto considerando il fatto che gli elementi costitutivi di un paese (come i territori autonomi o le repubbliche) nella loro struttura (configurazione) politica sono simili a stati sovrani. Un fatto che si traduce in un accumulo molto grande ed esplosivo di contraddizioni.

Si può essere assolutamente sicuri che molti paesi in tutto il mondo saranno testimoni e coinvolti in un numero sempre più ampio di conflitti interetnici. Purtroppo, nessuna guerra può essere fermata semplicemente mettendo un divieto. Tuttavia, è del tutto possibile vietare e mettere fuorilegge un fenomeno come le sanzioni. Tradurre in pratica questo concetto servirebbe a rendere migliore la situazione nel mondo.

 

 

di Alexey Gromyko * Direttore dell’Istituto per l’Europa, Accademia delle Scienze di Russia

e Valentin Fedorov, Vice Direttore dell’Istituto per l’Europa, Accademia delle Scienze di Russia

(1)
Il Comitato di Coordinamento è stato istituito dai paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti per controllare il commercio internazionale nell’URSS e negli altri paesi socialisti e filtrare le forniture di prodotti di importanza strategica. Il Comitato è stato operativo dal 1949 al 1994. In numerose occasioni gli Stati Uniti ed alcuni altri paesi hanno imposto l’embargo sulle forniture all’Unione Sovietica di tubi di grande diametro necessari per la costruzione di oleodotti e gasdotti, sulle esportazioni di grano e di altri beni e materie prime.

*Il Direttore Alexey Gromyko è membro del Comitato Scientifico di Eurispes

L’articolo, working Paper n.4-2015, è scaricabile sul sito della Rivista “Europa Contemporanea” dell’Istituto per l’Europa: http://ieras.ru/newspub.htm