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Giulio Andreotti nasceva (solo) 100 anni fa, ma sembra preistoria

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Il 14 gennaio 2019 sono stati cento anni dalla nascita di Giulio Andreotti. In vita ha sepolto amici, nemici e il suo partito. La Prima Repubblica è morta democristiana, e la Dc esangue che ha continuato a esistere dopo lo smembramento dello Scudocrociato, è finita nella sede di una società che gestiva il patrimonio immobiliare di ex sedi di partito e uffici, attestata in un oscuro indirizzo dell’ex Jugoslavia. Cosa che pochi mai avrebbero previsto, sono molti quelli che ora lo rimpiangono.

Bisogna ringraziare lo scrittore Roberto Cotroneo per aver demolito una leggenda metropolitana nel volume Niente di Personale (La Nave di Teseo): il Divo Giulio era tutt’altro che di modesta statura, in alcune fotografie di gioventù in posa vicino ad attrici dei telefoni bianchi, viene spesso confuso da un occhio inesperto con gli interpreti del film. 27 volte Ministro, 7 volte Presidente del Consiglio, 27 volte inquisito dalla Magistratura e salvato dalle Camere a maggioranza.
I suoi proconsoli erano una corrente da farti correre a chiudere le imposte, come dice la sua segretaria nel film di Sorrentino: Vittorio Sbardella, soprannominato “lo squalo” sorvegliava per lui il bacino elettorale del Lazio. Ciarrapico era il re del saluto romano, delle acque minerali e degli impicci da sbrogliare presto e bene come nella lite De Benedetti versus Berlusconi con il quotidiano La Repubblica al centro, oppure per salvare la sua amata A. S. Roma. Lo chiamava “il Principale” abbassando la voce.
Franco Evangelisti detto “limone” era il factotum di “A Fra’ che te serve?”. Cirino Pomicino, detto “‘O ministro”, a suo nome si è digerito 42 processi e 40 assoluzioni che gli lasceranno in eredità un bel numero di bypass coronarici. Davanti al suo studio di piazza San Lorenzo in Lucina c’era sempre la fila, di politici e non: cosa chiedevano al potente politico? «Domande di aiuto d’ogni genere: dalle raccomandazioni per avere un lavoro alla richiesta per una casa», disse in un’intervista nel 1995 la mitica segretaria-filtro Vincenza Enea Gambogi, buio più totale sui nomi degli illustri questuanti: appena sussurrati quelli di Licio Gelli, Michele Sindona, Marcinkus e Roberto Calvi.

Lei si limitava a ricordare che la processione clientelare cominciava all’alba e proseguiva ininterrottamente: «Lui era mattiniero, e a me toccava decifrare la sua calligrafia a partire dalle sei e mezza del mattino». Rispondeva a tutti Giulio Andreotti. Rispose anche con gelida prontezza a quel terrorista delle Brigate Rosse che nel settembre del 1977, tramite un fiancheggiatore nel Palazzo, riuscì ad avere il suo numero di telefono privato: «Il prossimo anno sarà sottoposto a un processo del popolo». Questo il tono della telefonata. E lui di rimando, senza scomporsi, con la sua voce bassa e flautata: «Meno male, almeno faccio Natale».

Mitologia urbana della narrazione forse, ma i terroristi desistettero ripiegando sul più mite Aldo Moro che alla fine si rivelò molto più ostico di quello che pensavano. Infinita la quantità dei soprannomi che gli sono stati dati, l’ultimo quello affibbiatogli da Bettino Craxi era “belzebù”. Ci scherzava sopra affermando che in qualsiasi delitto avvenuto dalle guerre puniche in poi c’era chi vedeva la sua mano. Poi si recava ad ammirare una tela di Caravaggio in chiesa vicino corso Rinascimento prima dell’alba: luci e ombre.

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