Crescita

La cultura come valore: un asset per competere (e sopravvivere) nella globalizzazione

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La cultura come valore, la tradizione e la storia della produzione si propongono quali elementi distintivi di un Made in Italy che ha contribuito allo sviluppo del Paese, creando professionalità e diffondendo benessere, facendo conoscere la cultura italiana nel mondo. Se il passato è fonte di orgoglio, oggi diventa sempre più il volano adatto per affrontare le continue sfide del mercato e cogliere quelle opportunità indispensabili alla crescita dell’Italia. La strada del rinnovamento spinge le aziende a ricercare elementi distintivi nella propria produzione e nella tradizione, valorizzando quella cultura industriale che diventa simbolo di un paese.

Un chiaro esempio di questo rinnovato interesse è l’istituzione degli archivi e dei musei di impresa, una realtà che conta circa 600 strutture dedicate, luoghi di interesse per turisti e per tutti gli appassionati della produzione industriale del nostro Paese: tra i più visitati il Museo della Ferrari che, insieme a quello della Ducati, rappresentano il simbolo della passione per i motori e le corse, quello del cioccolato Perugina e della liquirizia Amarelli, oppure quelli del design come Alessi, e della moda come quello dedicato a Salvatore Ferragamo.

Un sostegno allo sviluppo di questo investimento culturale è legato alla normativa “Misure in materia fiscale” (legge 342/2000) che ha introdotto il principio di piena deducibilità delle erogazioni liberali a favore di arte e di cultura dal reddito d’impresa, migliorando e agevolando così le opportunità di investimento delle aziende in questo settore. Sono noti gli interventi di conservazione del patrimonio artistico-culturale italiano curati dall’Olivetti, come il restauro dei cavalli della Basilica di San Marco a Venezia, le mostre nei principali musei di Londra, New York, Parigi, Città del Messico e Milano, occasioni per presentare nello scenario internazionale l’eccellenza del Made in Italy. Di assoluto richiamo, poi, è stato il finanziamento del restauro del cenacolo di Leonardo Da Vinci a Milano. La testimonianza dell’impegno dell’azienda Olivetti nel valore della cultura italiana mette in luce quanto il sistema produttivo della fabbrica possa trasmettere il valore della competitività della produzione italiana nel mondo.

Per quanto l’Italia sia ancora indietro rispetto ad altri paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, dal 2010, in tre anni, quasi la metà delle aziende hanno investito in cultura (mentre il 23% hanno organizzato progetti autonomamente), il 67% considerano rilevante ed efficace l’investimento in cultura; nel complesso si tratta di circa 2.500-3.000 milioni di euro di investimenti stimati (in concreto riguardano mostre, musei, eventi e spettacoli) (fonte Civita).

L’Italia, in oltre 150 anni di storia, è diventata uno dei più importanti paesi industrializzati al mondo, con un modo distintivo di fare impresa che si riconosce in settori cruciali come quelli dell’energia elettrica, degli idrocarburi, della chimica, della siderurgia, dell’auto e dei più conosciuti comparti del Made in Italy. Nell’immaginario collettivo è la moda, soprattutto quella delle grandi firme come Valentino, Versace, Armani a diventare sinonimo del Made in Italy seguita ad esempio dalla Ferrari, vera e propria icona nel mondo.

Nel Secondo Dopoguerra l’Italia si è distinta per la quantità di prodotti esportati, un successo dovuto oltre al design, anche all’innovazione e alla qualità dei beni come mobili, casalinghi, alimentari e per i servizi proposti per il turismo.

Oggi, più di allora, l’investimento in cultura e la valorizzazione della storia aziendale sono un’occasione di differenziazione e di innovazione in un periodo di crisi come quello degli ultimi anni. Le imprese che scelgono di investire nella propria tradizione si impegnano a perseguire un progetto che permette di rafforzare l’identità dell’organizzazione, attraverso la riscoperta e la valorizzazione della propria storia. E sono, alla fine, le realtà che riusciranno a non farsi schiacciare dai meccanismi del mondo globalizzato.

 

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