Lavoro

“Noi, gli schiavi delle vostre pizze a domicilio”

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La nostra Valentina Renzopaoli ha pubblicato sul quotidiano on line Affaritaliani.it questa intervista che volentieri vi riproponiamo

Rider avanti e indietro per la città, che tentano lo slalom tra le buche, sotto la pioggia o con il sole a 40 gradi, senza assicurazione e senza tutele, con l’unico obiettivo di fare presto, dribblare il traffico, evitare i semafori, per fare il numero più alto di consegne nel più breve tempo possibile.
Sono i nuovi schiavi del lavoro a cottimo. Simbolo della nuova giungla professionale, la nuova frontiera della cosiddetta “gig economy”. Paolo M., 21 anni, studente di Scienze Politiche alla Sapienza, lavora per Deliveroo per arrotondare e pagarsi gli studi. E’ uno dei giovani fattorini che, dopo aver visto un collega rischiare di perdere il lavoro a causa di un incidente stradale, sta cercando di creare un gruppo tra i rider romani e lanciare alcune proposte per migliorare le loro condizioni di lavoro.

Chi sono i rider?
Possiamo dire che esistono due tipi di categorie rider: c’è chi lo considera un lavoro integrativo per la sua flessibilità, chi invece, in mancanza di altro, è costretto a farlo come lavoro principale, arrivando a dedicargli 50, 60, anche 70 ore settimanali. In ogni caso, il rider, dalle aziende, viene considerato un “imprenditore”.

In che senso?
Nel senso che nessun rider ha un contratto di lavoro subordinato e il suo lavoro è considerato “autonomo” tant’è che l’azienda fornisce un kit con il cubo e il giacchetto, ma la strumentazione tecnica, cellulare o tablet che sia, così come il mezzo di trasporto, scooter e bicicletta, sono del lavoratore, che non ha nemmeno l’assicurazione.

Però i turni li decide l’azienda?
Il lavoratore fornisce la disponibilità dei suoi turni, poi in base a una serie di algoritmi segreti, basati su criteri di affidabilità, disponibilità, velocità, etc, l’azienda stabilisce quali turni affidare al lavoratore.

E’ vero che l’azienda decide chi premiare anche in base ai tempi medi di consegna dei singoli rider?
I criteri non sono chiari: il tempo di consegna non è stabilito, ma nel contratto che l’azienda firma con il cliente viene garantita la consegna a 34 minuti dal momento della prenotazione. Ufficialmente quindi non ci sono regole sui tempi, ma implicitamente conta quanto tempo ci vuole e quindi il rider a volte è disposto a mettere a rischio la propria vita pur di far presto.

Senta quanto guadagna un rider?
Al momento la paga è su base oraria: per quanto riguarda Deliveroo, è di 8 euro lordi l’ora, i primi 5mila euro lordi l’anno con il 20% di ritenuta; superata questa cifra, si è costretti ad aprire la partita iva e le tasse arrivano al 30%. Quindi la paga netta diminuisce e arriva a poco più di 5 euro l’ora netti, considerando anche che la benzina è a carico del lavoratore, l’entrata si erode ancora. Negli ultimi mesi, c’è stato un cambiamento in peggio e viene data la doppia possibilità del pagamento a ora oppure del pagamento a cottimo. In quest’ultimo caso, la paga è di 5 euro e 50 a consegna lordi, con un minimo garantito di 1,5 consegne l’ora anche se non si fanno consegne. Questo fino al 31 dicembre, poi cambierà ancora.

E cosa succederà?
Dal 1 gennaio, si elimina la paga oraria e rimane la sola possibilità del cottimo, ma senza il mino garantito. Non le sembra una trappola? E poi c’è anche un altro particolare da non sottovalutare. L’azienda, non avendo l’obbligo di assumere lavoratori subordinati con gli oneri del caso, come tfr, ferie, malattie, etc, può ingaggiare tutti i rider che vuole. Il risultato è che sta aumentando il numero dei fattorini e sta diminuendo il lavoro per ciascuno di loro. Cambiando la modalità di pagamento, il lavoratore rischia di fare poche consegne e non guadagnare, mentre le aziende non rischiano nulla e non sono più obbligate a pagare le ore di lavoro.

A Milano è andato in scena il primo sciopero della storia dei rider. Pensa che ci potranno essere altre iniziative simili?
Purtroppo, lo sciopero di Milano non è stato molto sentito dai rider romani: sono stati pochi quelli che hanno preso un treno per raggiungere la piazza milanese. Questo è un lavoro che tende a individualizzare, non c’è senso di gruppo; e quindi è difficile anche creare una coscienza sindacale.

Eppure qualcosa si è mosso: cos’è successo?
C’è stato anche a Roma un episodio che ha stimolato la reazione di un gruppo di rider. Un ragazzo, durante un turno di lavoro, ha investito una persona al buio, che attraversa fuori le strisce, ed ha rischiato di perdere il posto di lavoro e di andare incontro a problemi serie. E’ stata l’occasione per riflettere sull’esigenza di maggiori garanzie. Si è formato un piccolo gruppo che ha deciso di lanciare alcune proposte.

Quali sono le vostre proposte?
In primis, una ferma opposizione alla paga a cottimo; possibilità di prevedere un doppio contratto, subordinato e autonomo; maggiore sicurezza legata anche alla condizione meteorologica; obbligo per le aziende di stipulare un’assicurazione che copre almeno mezz’ora prima e mezz’ora dopo il turno; mascherine antismog da inserire nel kit.

La Regione Lazio e l’assessorato al Lavoro guidato da Di Berardino, vogliono proporre una legge regionale che riconosca tutele aggiuntive rispetto a quelle stabilite dalle parti, di natura sanitaria, previdenziale e assicurativa. E’ un primo passo?
Assolutamente sì: stiamo collaborando con loro perché la Regione Lazio possa emanare una legge “simbolo”, che dia l’esempio anche alle altre regioni.

I rider sono diventati uno status symbol negativo del nuovo lavoratore schiavo, sorpassando in classifica persino i precari dei call center. Vi sentite davvero così?
In effetti è cosi: siamo lavoratori che dipendono dalla scelte di un’azienda ma non la subordinazione non viene riconosciuta, lavoriamo tante ore settimanali senza un briciolo di sicurezza e in totale soggezione perché possiamo essere licenziati da un momento all’altro. Ci vuole chiamare in altro modo?

Lei è giovanissimo, cosa vuole fare da grande?
Amo la politica ma di politica non si può campare, quindi vedremo.

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