Superare la “democrazia del ricatto”. Un Piano per la prossima generazione Ue

Un Piano troppo pretenzioso nei desiderata ma, comunque, una sorpresa grande rispetto alle aspettative funeste di inizio pandemia. Al punto che la Commissione è andata oltre le attese – anche se più nel titolo che nei contenuti. Difficile pensare, fino ad un mese fa, che la Germania avrebbe fatto il grande passo, vista la cautela e le dichiarazioni contraddittorie della Merkel. Lo ha fatto? Forse sì, perché ha valutato i rischi che avrebbe corso il suo paese se avesse continuato a lasciare gli altri alla deriva, facendolo capire anche ai tedeschi. Dopo quanto accaduto nel 2008, era impossibile continuare a tirare la corda più di tanto. Non si tratta di un atto di “beneficienza”, ma di una difesa, legittima, degli interessi della Germania, che avrebbe molto da perdere da una rottura dell’Eurozona. In questo caso, il suo “Marco” subirebbe una rivalutazione di circa il 30% con conseguenze, per le sue esportazioni, facili da immaginare – secondo quanto ammesso dallo stesso Theo Waigel, ex-Ministro delle Finanze tedesco. Per ora, si tratta di un passo piccolissimo, anche se importante. Vediamo.

Importante, perché rompe un tabù ed indica una nuova direzione di marcia per l’Unione, con un profondo significato politico. Un’attesa che durava dal 1991, dal Trattato di Maastricht, che non prevede trasferimenti tra paesi né, tantomeno, titoli comuni coperti dal bilancio (QFP) comunitario e finanziato con risorse proprie come, invece, si vorrebbe fare in questa occasione. Risorse e prelievi ancora da definire, sufficienti, però, a far entrare, a livello europeo, la “cultura finanziaria” applicata dagli Stati nazionali. Una premessa, anzi un obbligo, per il passaggio all’Unione politica, perché non può esistere una fiscalità comune senza la politica. Importante perché prevede:

  1. a) un sostegno diretto agli Stati più colpiti dalla pandemia;
  2. b) un aumento dei contributi su alcuni programmi comunitari;
  3. c) il passaggio alla transizione verde;
  4. d) l’istituzione di un salario minimo, l’armonizzazione del Sistema sanitario e dello stato sociale(?);
  5. e) un’industria strategica europea ed una “sovranità industriale” dell’Unione nel mondo, compreso nel settore dell’innovazione.

Molte speranze, ma strumenti economici e politici limitati.

Limitato, perché alle ambizioni della Commissione non corrisponde un impegno forte e convinto degli Stati, mentre gli strumenti sono inadeguati, in particolare per quanto riguarda:

  1. a) la quantità di aiuti messi a disposizione, solo 500 miliardi (si veda la tabella): ne servirebbero almeno il doppio nell’immediato per non gravare tutto sulla BCE, con poteri limitati;
  2. b) i meccanismi decisionali, inadeguati e con tempi lunghi;
  3. c) gli strumenti finanziari, limitati nella durata: non consentono di emettere, come necessario, obbligazioni europee (Union Bonds) a rischio sovrano europeo, senza necessità di garanzie;
  4. d) il prestito di 250 miliardi, che è un debito aggiuntivo per i paesi ed andrebbe, perciò, trasformato in aiuti;
  5. e) la mancanza di indicazioni e di impegni adeguati per l’economia sociale, per la lotta alle disuguaglianze e alle nuove povertà, per la tutela dello stato sociale, rispetto alle previsioni su quanto accadrà in autunno;
  6. f) l’assenza di provvedimenti, o riferimenti specifici, all’Eurozona, anche se per adesso è stato “sospeso” il patto di stabilità;
  7. g) l’abbandono della proposta di uniformare la tassazione sulle imprese a livello europeo.

Indulgente, verso i paesi che “contestano” il provvedimento, non perché “frugali”, ma perché hanno una visione ragionieristica dell’Unione. Infatti, non si tratta di agevolare qualcuno, quanto, piuttosto, di evitare ricadute negative sull’insieme del Mercato unico, fornendo aiuti ai paesi più colpiti dalla pandemia e/o già con economie più deboli a causa degli svantaggi derivanti dai limiti e dagli errori propri e dell’Eurozona. Questi paesi si preoccupano solo:

  1. a) di mantenere i loro vantaggi relativi agli sconti sulla quota di partecipazione al bilancio comunitario;
  2. b) di mantenere i loro privilegi fiscali con i quali praticano, da anni, una concorrenza scorretta all’interno dell’Eurozona;
  3. c) di evitare che ci sia una tassazione comune delle imprese e del capitale all’interno dell’Ue;
  4. d) di impedire, insieme ai paesi di Visegrad, che il provvedimento possa costituire un precedente “pericoloso” verso l’integrazione (della quale sono feroci avversari).

Timido, nella sostanza. Infatti, insieme a scelte strategiche, prevale la preoccupazione di tenersi alla larga dai nodi reali che l’Unione continua a rinviare da tempo e che, fino ad un mese fa, ne stavano decretando la fine. Una fine al momento evitata, a condizione che il Piano della Commissione venga migliorato e non sminuito per venire incontro agli oppositori. Oppositori che rappresentano il 14% del Pil europeo, contro il 64% di Italia, Francia, Germania e Spagna.

È invece necessario, e fondamentale, che:

  1. a) il piano venga approvato rapidamente;
  2. b) gli aiuti vengano distribuiti in base ai danni ricevuti da ciascun paese dalla pandemia e agli squilibri precedenti;
  3. c) venga previsto un prolungamento del Piano ed una estensione degli aiuti (se si vuole andare incontro alle nuove generazioni);
  4. d) si prenda atto del fatto che la crisi ha accentuato l’esigenza di accelerare le riforme avviate per l’Eurozona e di superarne i limiti attuali;
  5. e) gli europei si convincano dei grandi cambiamenti interni e geo-politici che la pandemia ha evidenziato, per procedere, senza ulteriore timidezza, ad una “riforma” dell’Unione attuale – la quale permetta all’Ue di avere i poteri necessari per far fronte all’emergenza, nell’interesse di tutti, senza aspettare la prossima crisi.

È, questo, l’ulteriore passo da fare, senza subire il ricatto di chi, al di là della sua consistenza, usa il diritto di veto come un’arma per impedire che gli altri avanzino. Questa è la “democrazia” del diritto di veto e del ricatto. L’Unione, se vuole sopravvivere, deve passare alla democrazia vera, quella della maggioranza, perché si tratta della sua sopravvivenza. Per questo serve un passo più lungo.

*Coordinatore del Laboratorio Europa dell’Eurispes.

 

 

 

 

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