Arch. Diego Franchi all’Eurispes: “Il Ponte Morandi un’opera d’arte trascurata”


 

Arch. Diego Franchi all’Eurispes: “Il Ponte Morandi era un concetto, un’opera d’arte alla quale nel tempo è mancata la giusta cura”. E ancora: “Senza una modifica del codice degli appalti i giovani architetti non potranno mai trovare spazio e lavorare” 

Nella triste ricorrenza del crollo del Ponte Morandi, l’Eurispes attraverso le pagine elettroniche del suo magazine online ha realizzato uno speciale, raccogliendo diversi videocontributi a firma di Emilio Albertario. Tra questi, l’intervista realizzata con l’Arch. Diego Franchi.

Del Ponte Morandi, si diceva che era stato costruito per vivere 50 anni soltanto e poi le crepe si sono viste tutte come pure il degrado. Ecco, come si più pensare – e lo aveva detto lo stesso Morandi – che un’opera potesse avere vita così breve?

Mi ha sempre affascinato il Ponte Morandi perché era un concetto, un’opera d’arte, costruita in un contesto urbanistico non facile perché, nel contesto urbanistico, a parte l’attraversamento del fiume, il Polcevera, c’erano delle costruzioni civili, costruzioni industriali e soprattutto un sistema ferroviario non indifferente. Quindi, nello sforzo progettuale penso che Morandi avesse cercato di creare una macchina che funzionasse per superare tutte queste difficoltà e lo stesso disegno forse è nato cercando di dare una valenza alla parte costitutiva e anche una valenza formale e paesaggistica. Quindi i tre cavalletti che aveva inventato servivano per superare i due innesti autostradali – Savona da una parte e il torinese dall’altra – con quello che sotto c’era ed esisteva. Sempre con il concetto dell’economicità, avendo lui utilizzato calcestruzzo e ferro in maniera moderna.

Dal Ponte Morandi al nuovo ponte, il San Giorgio. Ecco, Lei di questa grande opera, che mi dice?

Non voglio entrare in discorsi relativi alle manutenzioni, però, quando sono stato a San Francisco – il Ponte di San Francisco ha qualche anno in più del Ponte Morandi – la circostanza che mi aveva entusiasmato era il fatto che intere squadre di imbianchini iniziano la manutenzione da una parte, finiscono dall’altra e poi ritornano indietro. È dagli anni Trenta che fanno questo lavoro. Nel Ponte Morandi questo non è successo; inoltre, sempre per quel che riguarda il Ponte Morandi, che sorgeva in un ambiente marino, avevo saputo che gli appalti non avevano avuto i riscontri progettuali circa i materiali. Sicuramente le infiltrazioni di salsedine nei trefoli dei tiranti hanno influito, anche perché era una struttura semplicissima, un concetto statico, costituito da tre archetti; io li chiamo i tre piedi. Essendo un concetto statico, è sufficiente che venga meno uno di questi per portare al collasso, come in un castello di carte. Certo, non c’è stata manutenzione, questo è il concetto. Il Ponte di Renzo Piano ha un concetto più moderno, più smart. Credo che adesso, non so se abbiano cominciato, debbano installare tutti i sensori di controllo dell’umidità e delle vibrazioni, quindi, in pratica, stanno inserendo una centralina come quella delle auto di adesso, che ci dice se la ruota è sgonfia, se manca l’olio o se dobbiamo fare il controllo del tagliando. È un tipo di controllo moderno, che all’epoca non c’era e che forse bisognava fare. Le ricordo: un collaboratore di Morandi fece l’esempio, adattandolo al ponte, di due signori che comprano la stessa automobile. Uno fa il tagliando sempre, la lascia in garage, la lucida, sta attento alle cerniere e a tutto; l’altro, invece, la lascia per strada, tutta ammaccata, non controlla le gomme, non fa il cambio olio. Chiaramente due macchine dello stesso periodo, dopo 50 anni, sono differenti, molto differenti.

Il codice degli appalti: adesso sembra che tutti lo vogliano rivedere, ma sta lì, non abbiamo neanche più il Presidente Cantone a dirigere un organo acefalo. Un giudizio di valore su quel codice e se quest’ultimo ha frenato, più che fatto sviluppare, la nostra economia delle infrastrutture.

Così com’è il codice degli appalti nei vari anni, a partire dalla sua concezione fino ad ora, sta diventando una macchina sempre più complessa, troppo complessa, soprattutto per gli addetti ai lavori, perché sembra quasi ideato da gente che degli appalti non ci capisce niente. Non voglio dire che dobbiamo passare tutti all’incarico diretto o alla scelta diretta dell’impresa, però dobbiamo controllare la professionalità dal punto di vista progettuale, di noi progettisti, e le personalità delle imprese. Ci vuole poco, non ci vogliono mesi, e non si deve chiedere, come fanno anche a noi, i fatturati annui per capire se siamo in grado di progettare qualcosa, perché i poveri giovani, che si iniziano la professione e non hanno fatturati annui – i giovani che ci danno e ci rinfrescano il cervello, ben vengano – non potranno mai lavorare con questo codice degli appalti. E poi, troppo tempo, troppe fasi di approvazione.

 

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