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La guerra dei droni: dalla sperimentazione locale ai conflitti globali

di
redazione

Le guerre di oggi sono anche, come sempre nella storia militare, guerre di tecnologie. Ma rispetto alla corsa agli armamenti del Novecento – combattuta dagli apparati statali e concentrata in Occidente –, quella attuale ha contorni più sfumati: vi partecipano gli eserciti delle grandi potenze, ma anche milizie non statali, gruppi paramilitari e organizzazioni criminali, senza un centro geografico definito. È una guerra delle tecnologie “granulare”, in cui strumenti militari e civili si diffondono e si contaminano tanto nei conflitti tra Stati quanto in quelli interni.

Il contesto di riferimento è quello di un’instabilità diffusa. Nel 2024 l’Uppsala Conflict Data Program ha registrato 61 conflitti armati che coinvolgono almeno uno Stato, il valore più alto dal 1946. Cresce in parallelo il mercato degli armamenti: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, nel quinquennio 2021-2025 i trasferimenti internazionali di armi principali sono aumentati del 9,2% rispetto al 2016-2020, e le importazioni degli Stati europei membri della NATO del 143%, con il caso estremo della Polonia (+852%).

Oggi, nessuna tecnologia racconta questa trasformazione meglio di quella dei droni: sperimentati in conflitti locali, spesso lontani dall’attenzione dei media, sono oggi veri e propri protagonisti su scala globale.

Dalla ricognizione all’attacco

I droni, o aeromobili a pilotaggio remoto (Unmanned Aerial Vehicle, UAV), sono la tecnologia che nell’ultimo decennio ha avuto la maggiore diffusione e il maggiore impatto nei conflitti sul campo. Pilotati a distanza tramite collegamenti di rete, satellitari o via cavo, si distinguono anzitutto per funzione. Quelli da ricognizione, simili ai modelli civili, permettono di osservare le aree di combattimento senza esporre il personale e hanno assunto un ruolo centrale nel supporto all’artiglieria pesante. Quelli armati montano armi leggere o razzi di calibro ridotto azionabili da remoto. I droni suicidi, infine, portano una carica esplosiva che detona all’impatto: sono lanciati contro il bersaglio per non fare ritorno.

La tipologia più recente è quella collegata all’operatore tramite cavi di fibra ottica. I droni tradizionali possono essere neutralizzati con il jamming, cioè con interferenze che interrompono il segnale e fanno perdere il controllo del vettore. Il collegamento fisico, invece, elude queste contromisure e consente di colpire in un raggio di circa 30 km dalla stazione di lancio.

Droni Shahed e Bayraktar

Conta, poi, il raggio d’azione. I droni più piccoli, FPV (First Person View) e quadricotteri, operano a breve distanza, affidati a squadre specializzate che affiancano la fanteria; spesso sono modelli commerciali modificati per la ricognizione o l’attacco.

All’estremo opposto ci sono i droni progettati per scopi militari, più grandi e capaci di colpire obiettivi distanti anche migliaia di chilometri. I più noti sono gli Shahed iraniani (raggio d’azione di circa 2.500 km, apertura alare di circa 2,5 metri), impiegati in Medio Oriente e dalle forze di Mosca in Ucraina, e i Bayraktar della turca Baykar, usati anche dalle forze ucraine, con un’apertura alare di circa 12 metri e un raggio inferiore.

Un mercato che sfugge agli eserciti

L’efficacia dimostrata sul campo ha fatto crescere il mercato: sono nate produzioni locali nei paesi del Golfo e sono aumentate quelle europee e statunitensi. Ma mentre i droni occidentali restano appannaggio dei militari, quelli prodotti da Russia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Turchia raggiungono, tramite accordi indiretti, traffici illegali o rotte di rifornimento non convenzionali, paesi terzi, gruppi armati non statali e organizzazioni criminali. Ne è prova l’espansione del loro impiego nell’Africa subsahariana: tra i gruppi islamisti del Sahel (Niger, Burkina Faso, Mali), nella Repubblica Democratica del Congo e in Sudan, dove le forniture servono spesso a sostenere una delle fazioni, come nel caso delle RSF, che sarebbero appoggiate dagli Emirati.

Dal laboratorio mediorientale al fronte ucraino

I teatri principali restano il Medio Oriente e l’Ucraina. Nel primo, dove si concentrano produttori come Turchia, Iran e Israele e una pletora di gruppi armati, i droni militari hanno conosciuto la nascita e i primi impieghi su larga scala: i conflitti in Yemen, Iraq, Libano e nei territori palestinesi hanno fatto da banco di prova, soprattutto per i droni suicidi, usati da Houthi, Hamas, Hezbollah e milizie irachene.

Il salto di qualità è arrivato con la guerra russo-ucraina, dal 2022. Le forze ucraine hanno ampliato la portata dei droni a lungo raggio fino a colpire in profondità il territorio russo, mentre ai modelli commerciali viene aggiunta una carica esplosiva che li trasforma in armi letali. Ancora più rilevante è l’uso dei droni da ricognizione per guidare l’artiglieria: decisivo nella difesa di Kyiv tra febbraio e marzo 2022, è stato poi replicato lungo tutto il fronte, anche dai russi.

È qui che i droni a fibra ottica sono stati impiegati per la prima volta su vasta scala, favoriti da una guerra di attrito lungo un fronte tendenzialmente statico, e più di recente associati a stazioni di lancio mobili pilotate da remoto. Ed è qui che si sono affermati i droni marittimi (USV, Unmanned Surface Vessel): imbarcazioni senza equipaggio che, nella versione suicida, vengono dirette con il loro carico esplosivo contro l’obiettivo.

Una tecnologia senza padroni

L’Ucraina e gli altri conflitti in corso confermano l’efficacia e l’adattabilità dei droni, nelle mani tanto degli eserciti quanto dei gruppi non statali. In questo àmbito, la guerra delle tecnologie non ha un centro geografico né un paese che prevalga nettamente. E colpisce che una tecnologia così diffusa in àmbito civile sia diventata centrale nei conflitti senza essere appannaggio di singoli attori, riducendo, almeno in apparenza, l’asimmetria tecnologica tra i belligeranti.

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