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Il dominio cyber nella guerra ibrida permanente

di
Emanuele Oddi*

Le guerre contemporanee non si combattono più soltanto con i sistemi d’arma schierati sul campo. Ai domini terrestre, marittimo e aereo si è affiancato ora quello cibernetico, dove le armi sono virtuali e i bersagli sono reti governative, militari e civili. Vi si ritrovano i tratti della guerra delle tecnologie contemporanea: strumenti diffusi a livello globale, senza un centro geografico, alla portata tanto degli Stati quanto di attori non statali.

Lo sfondo è quello di un’instabilità diffusa: nel 2024 l’Uppsala Conflict Data Program ha registrato 61 conflitti armati che coinvolgono almeno uno Stato, il valore più alto dal 1946. Ma nel dominio cibernetico il conflitto non ha fronti né tregue, e raggiunge anche paesi che sul campo non combattono.

Attacchi senza firma

Più ancora che nel caso dei droni, la guerra cibernetica coinvolge gruppi criminali e paramilitari intrecciati con apparati statali ed eserciti regolari. Gli attacchi sono compiuti per lo più da gruppi criminali, o sedicenti tali, che risponderebbero in ultima istanza a un decisore politico definito. Ma questi legami sono difficili da dimostrare, se non con complesse indagini forensi o inchieste giornalistiche strutturate e ad alto rischio.

Se per un attacco con droni è agevole – anche grazie ai satelliti – individuare il luogo di partenza e il tipo di vettore, e quindi risalire a chi lo ha lanciato, per le azioni cibernetiche l’attribuzione risulta spesso infruttuosa (si vedano i gruppi complessi come Anonymous, Killnet e NoName, che per loro natura sfuggono alle consuete categorie dei gruppi criminali o armati).

Guerra ibrida, conseguenze concrete

Molto meno sfumate, invece, sono le conseguenze, drammaticamente concrete per apparati statali e società private, sul piano militare e istituzionale come su quello economico e con ricadute dirette sui civili. Gli attacchi contro obiettivi governativi, militari, infrastrutture critiche e aziende non sono una novità assoluta, ma nell’ultimo decennio sono cresciuti per frequenza, sofisticazione e impatto. Essi sono oggi uno strumento di pressione politica ed economica tra paesi in conflitto, diretto o indiretto, e hanno ampliato il concetto di guerra ibrida: nello spazio, teoricamente globale, e nel tempo, perché la guerra cibernetica è permanente.

APT, wiper e DDoS

Tra le operazioni più rilevanti ci sono quelle degli APT (Advanced Persistent Threat): gruppi di hacker altamente specializzati, spesso riconducibili indirettamente a strutture parastatali, che conducono nel lungo periodo attività di spionaggio, sabotaggio e raccolta di dati sensibili. Si infiltrano nelle reti dei propri obiettivi e vi restano per mesi, se non anni, per sottrarre informazioni riservate o prepararsi a colpire nei momenti critici, al pari di cellule dormienti. Emblematico il caso, documentato nel 2025, di un gruppo di spionaggio di matrice iraniana che avrebbe mantenuto per circa otto anni l’accesso alle reti governative curde e irachene, sfruttando backdoor personalizzate.

A queste operazioni si affiancano i wiper, malware progettati per cancellare o corrompere in modo irreversibile i dati dei sistemi colpiti, così da paralizzarne le infrastrutture informatiche. Più noti e diffusi sono gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), che saturano server e reti rendendoli temporaneamente inaccessibili. Meno sofisticati degli APT, sono però facili da replicare e producono effetti su larga scala, soprattutto se condotti in concomitanza con operazioni militari convenzionali. Nel novembre 2025 il gruppo russo NoName057 ha rivendicato una serie di attacchi DDoS contro siti istituzionali belgi, nei settori delle telecomunicazioni, della sanità e della difesa, in risposta al sostegno di Bruxelles all’Ucraina: la conferma che queste azioni sono ormai uno strumento sistematico di pressione sui paesi europei.

Dall’Ucraina alla Corea del Nord

Anche in questo dominio la guerra russo-ucraina e i conflitti in Medio Oriente hanno fatto da banco di prova. Nelle settimane a cavallo dell’invasione del febbraio 2022, l’Ucraina è stata colpita da attacchi coordinati: wiper contro ministeri, banche e fornitori di servizi energetici, DDoS contro i siti istituzionali. Dinamiche analoghe si sono viste nelle tensioni tra Israele e Iran, dove le operazioni cibernetiche offensive hanno affiancato con continuità le azioni militari convenzionali.

La stessa logica guida il gruppo nordcoreano Lazarus, le cui attività vanno dal furto di criptovalute per finanziare Pyongyang allo spionaggio industriale ai danni di aziende europee della difesa, compresi produttori di componenti per droni. Il dominio cibernetico è ormai un teatro trasversale, in cui obiettivi finanziari, militari e geopolitici si sovrappongono.

Una guerra che non si dichiara

È questa logica di conflitto permanente a rendere il dominio cibernetico diverso dagli altri àmbiti della guerra delle tecnologie. Vi sono coinvolti anche paesi, come quelli europei e la Cina, che non partecipano a conflitti militari sul campo ma sono di fatto in guerra virtuale. Una guerra senza linea del fronte e senza firma certa, i cui effetti ricadono però su istituzioni, imprese e cittadini.

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