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Il paradosso del riciclo: quando la materia prima seconda costa più di quella vergine

di
Paolo Scacco

Il caso che apre la crepa: le Marche e il collo di bottiglia Corepla

A far emergere pubblicamente un problema che la filiera del riciclo conosce da tempo è stata, nelle scorse settimane, una segnalazione arrivata dalle Marche. Gli operatori regionali Marche Multiservizi e Cosmari hanno avvertito la Regione che gli impianti di selezione della plastica stanno saturando gli spazi di stoccaggio: la raccolta differenziata continua a funzionare, i cittadini continuano a conferire correttamente, ma il materiale recuperato non trova più uno sbocco di mercato economicamente sostenibile. La causa individuata è il rallentamento nel ritiro delle ecoballe da parte di Corepla, il consorzio nazionale che gestisce il riciclo degli imballaggi in plastica.

Italia virtuosa nel riciclo ma l’industria fa passi indietro

Non si tratta di un episodio isolato o di un problema logistico locale. Secondo i dati di Plastics Recyclers Europe, tra il 2023 e la fine del 2025 il continente ha perso impianti per quasi un milione di tonnellate di capacità di riciclo installata. Una contrazione mai registrata prima nel settore. Il paradosso è evidente: l’Italia sfiora l’obiettivo europeo di riciclo della plastica al 2025, con quasi 1,18 milioni di tonnellate di imballaggi avviati a riciclo e 970.000 tonnellate effettivamente riciclate (49,6% dell’immesso al consumo). Eppure, l’infrastruttura industriale che dovrebbe valorizzare questo risultato arretra pericolosamente.

Perché conviene di più produrre plastica nuova

Il nodo economico è nei numeri di mercato. Nel corso del 2025, secondo i dati di settore, il Pet riciclato in fiocchi (rPet flake) è stato in media di 280 euro a tonnellata più caro del Pet vergine, quello richiesto dalla normativa europea per le bottiglie di bevande. Il differenziale di prezzo rispetto al vergine ha oscillato tra 340 e oltre 460 euro a tonnellata. Il meccanismo è semplice, quanto strutturale: il costo della plastica vergine dipende in larga parte dal prezzo del petrolio e dei suoi derivati, che negli ultimi anni si è mantenuto relativamente contenuto. Il costo della plastica riciclata, al contrario, incorpora i costi fissi della raccolta differenziata, della selezione, del lavaggio e della rigenerazione. Questi sono processi ad alta intensità di manodopera ed energia, che il caro bollette ha reso ancora più onerosi. Quando non esiste un obbligo normativo di utilizzo (come per le bottiglie in Pet), la domanda di materiale riciclato si sposta semplicemente verso il materiale vergine, che è più economico.

Il tessile: il paradosso più estremo

Se nella plastica il sovrapprezzo del riciclato si misura in centinaia di euro a tonnellata, nel settore tessile il divario diventa strutturale e molto più ampio. Secondo le analisi più recenti sulla filiera della moda, produrre poliestere riciclato da rifiuti tessili post-consumo in Europa costa circa più del doppio rispetto al costo medio del poliestere vergine prodotto in Asia.

Anche un rapporto dedicato ai rifiuti tessili della Boston Consulting Group conferma la dimensione del fenomeno.  Il risultato è che, nonostante il poliestere sia oggi oltre la metà della produzione mondiale di fibre (54% nel 2022), solo il 14% viene riciclato, e meno dell’1% di questa quota proviene da tessuti riciclati. La stragrande maggioranza del «poliestere riciclato» in commercio deriva, infatti, da bottiglie in Pet, non da abiti dismessi, perché il riciclo tessile-tessile resta troppo costoso per competere. La conseguenza è un cortocircuito nell’economia circolare tessile. Si dichiara riciclato un capo che in realtà sottrae materia prima a un altro comparto (quello degli imballaggi), senza risolvere il problema a monte dei rifiuti tessili, che restano in larga parte non recuperati.

Carta: l’eccezione parziale che conferma la regola

Il settore della carta racconta una storia in parte diversa, e aiuta a capire che cosa serva perché il riciclo funzioni economicamente. L’Italia è oggi il secondo produttore europeo di carta da macero dopo la Germania. Sono 6,8 milioni le tonnellate prodotte nel 2024 e un tasso di riciclo degli imballaggi cellulosici del 92,5%, ben oltre gli obiettivi Ue fissati per il 2030. In questo comparto la filiera del riciclo genera un fatturato complessivo di circa 4 miliardi di euro ed è considerata una delle eccellenze industriali del Paese.

Anche in questo caso, però, permane un paradosso: la fibra di cellulosa si indebolisce a ogni ciclo di riciclo e, dopo un numero limitato di passaggi, deve essere reintegrata con fibra vergine estratta dal legno. Ciò rende la materia prima vergine strutturalmente insostituibile anche nella filiera più virtuosa d’Europa. E la competitività del comparto resta esposta ai rischi del costo dell’energia, che negli ultimi anni ha eroso parte del vantaggio competitivo accumulato dal riciclo di carta e cartone in Italia. Lo stesso fattore che pesa su plastica e tessile.

Le cause strutturali del paradosso

Mettendo a confronto i tre settori emergono alcuni fattori comuni che spiegano perché il riciclo, pur essendo tecnicamente maturo, resti spesso più caro della produzione da materia prima vergine

Costi energetici: i processi di selezione, lavaggio, rigenerazione e ripolimerizzazione sono energivori, mentre l’estrazione e la prima trasformazione delle materie vergini (soprattutto petrolio) beneficiano di economie di scala globali consolidate da decenni.

Assenza di obblighi normativi diffusi: dove la legge impone quote minime di contenuto riciclato, come per le bottiglie in Pet, che dal 2025 devono contenere almeno il 25% di plastica riciclata, la domanda regge anche a fronte di un sovrapprezzo. Dove l’obbligo non c’è, come per gran parte del tessile e degli imballaggi in plastica rigida, il mercato premia sistematicamente il materiale più economico.

Frammentazione e qualità della raccolta: raccogliere in modo selettivo e puro un flusso di rifiuti (soprattutto tessili, dove la presenza di fibre miste complica il riciclo) costa più che raccogliere un flusso omogeneo di materia prima vergine.

Concorrenza globale asimmetrica: il confronto tra un riciclo europeo, soggetto a normative ambientali e costi del lavoro elevati, e una produzione vergine spesso realizzata in Asia con standard e costi differenti, aggrava ulteriormente lo svantaggio competitivo del materiale rigenerato.

Il fattore Cina: pressione su due fronti

Il quadro fin qui descritto va letto anche alla luce di un fattore esterno che pesa su tutta la filiera europea. La Cina non si limita più a competere sul fronte della plastica vergine, ma è ormai in grado di fornire ai mercati occidentali anche il riciclato a costi sistematicamente inferiori a quelli europei. Sul fronte della materia prima vergine, secondo Plastics Europe, la quota cinese sulla produzione mondiale di plastica è salita dal 21% al 32% tra il 2006 e il 2022. Quella europea è scesa dal 22% al 14% nello stesso periodo. Pechino è diventata negli ultimi anni esportatrice netta anche di Pet e Pvc, oltre che di polipropilene. Il differenziale di costo industriale tra Europa e Asia per la produzione di Pet, è salito da circa 150 dollari a tonnellata fino a un picco di 350 dollari, spinto soprattutto dal rincaro dell’energia in Europa dopo la crisi russo-ucraina. Di conseguenza l’Europa, che consuma circa 4 milioni di tonnellate di Pet l’anno, ne importa oggi tra 800.000 e 1,4 milioni di tonnellate.

Il riciclato cinese costa meno

Ma è sul fronte del riciclato che la pressione cinese produce l’effetto più diretto. Tra il 2021 e il 2022 le importazioni di Pet nell’Ue sono raddoppiate, raggiungendo 1,9 milioni di tonnellate, con Cina, India e Turchia tra i principali esportatori. Le importazioni sono così passate dal 23% al 30% della domanda totale di Pet in Europa. La ragione risiede nella maggiore competitività del prezzo del riciclato cinese e anche, come denunciato da Plastics Recyclers Europe, dall’utilizzo di codici doganali che non distinguono tra polimeri vergini e riciclati. È difficile, quindi, verificare se il materiale importato a basso costo rispetti realmente gli standard europei sul contenuto riciclato e sulla sicurezza alimentare.

Prospettive: dalla volontarietà all’obbligo

Il caso marchigiano e i dati di filiera raccontano la stessa cosa da due angolazioni diverse. La raccolta differenziata, da sola, non è sufficiente a rendere sostenibile un modello di economia circolare se a valle non esiste una domanda strutturata per il materiale recuperato. Gli strumenti che finora hanno funzionato, ovvero le quote minime obbligatorie di contenuto riciclato, come nel caso del Pet per bevande, indicano la direzione.

Senza un intervento regolatorio che riequilibri il differenziale di costo tra vergine e riciclato (attraverso obblighi di utilizzo, incentivi fiscali mirati, o meccanismi come l’estensione della responsabilità del produttore), il mercato continuerà a premiare la materia prima vergine, e questo vanificherà in parte gli sforzi compiuti a monte da cittadini e amministrazioni nella raccolta differenziata.

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