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Italia ed Europa, due distanze da colmare. Le condizioni di vita nel rapporto Eurostat 2026 e le fratture messe in luce dall’Indice di Esclusione

di
Mariarosaria Zamboi*

Nel 2025 quasi 93 milioni di persone nell’Unione europea – il 20,9% della popolazione – vivevano a rischio di povertà o esclusione sociale. È il dato di apertura della quarta edizione di Key figures on European living conditions 2026, la pubblicazione con cui Eurostat restituisce periodicamente una fotografia delle condizioni di vita nei 27 Stati membri e nei paesi EFTA. Rispetto al 2024 il calo è di appena mezzo milione di persone. L’obiettivo fissato dal Piano d’azione del Pilastro europeo dei diritti sociali, invece, prevede entro il 2030 una riduzione di almeno 15 milioni, di cui almeno 5 milioni di bambini.

Dentro questa cifra aggregata, ci sono 5,7 milioni di persone che sperimentano contemporaneamente tutte e tre le condizioni che definiscono l’indicatore: reddito sotto la soglia di povertà, grave deprivazione materiale e sociale, appartenenza a una famiglia in cui quasi nessuno lavora.

L’Italia tra Eurostat e Indice di Esclusione

È in questo quadro che va collocata l’Italia: il Paese, nel confronto europeo, non appare povero in senso stretto ma mostra una fragilità diffusa, fatta di redditi fermi, disuguaglianze persistenti, giovani che non riescono a rendersi autonomi e territori che sembrano appartenere a Europe diverse. È la stessa geometria di divari che l’Indice di Esclusione elaborato dall’Eurispes ha documentato su scala regionale, misurando attraverso 149 indicatori e sette àmbiti (lavoro, economia, diritti sociali, servizi, salute, istruzione e diritti trasversali) la distanza tra i diritti riconosciuti dalla Costituzione e la loro effettiva attuazione.

Leggere insieme le due fonti permette di cogliere con maggiore nitidezza ciò che l’Indice di Esclusione aveva già messo in evidenza: le medie nazionali italiane, già poco rassicuranti nel confronto europeo, nascondono dislivelli interni che in alcuni casi superano quelli tra gli Stati membri.

Un reddito nella media, ma fermo da quindici anni

Il primo dato da considerare è anche il più ingannevole. Nel 2025 il reddito disponibile equivalente mediano nell’Unione europea si è attestato a 22.630 standard di potere d’acquisto (PPS) per abitante. L’Italia si colloca nella fascia compresa tra 22.000 e 27.500 PPS, la stessa di Francia, Germania e Spagna, lontana tanto dagli 11.958 PPS dell’Ungheria quanto dai 37.673 del Lussemburgo. Guardando, però, alla dinamica, la posizione cambia radicalmente. Tra il 2010 e il 2025 il reddito mediano europeo è cresciuto del 25,4% in termini reali, e in Romania l’aumento ha raggiunto il 160,2%. L’Italia si ferma intorno sotto al 10%. Solo due Paesi hanno fatto peggio registrando addirittura segno negativo, la Francia (-0,6%) e soprattutto la Grecia (-22,3%). In quindici anni, dunque, il potere d’acquisto della famiglia italiana “tipo” è rimasto quasi immobile, mentre gran parte dell’Europa centro-orientale ha recuperato terreno e l’Unione nel suo complesso è avanzata di un quarto.

Disuguaglianze sopra la media europea

A questa stagnazione si somma una distribuzione del reddito più diseguale della media. Il coefficiente di Gini europeo è pari a 29,2, e il nostro Paese rientra nella classe compresa tra 30,8 e 33,0, insieme ad altri paesi dell’Europa meridionale (Spagna, Portogallo e Grecia). Solo Bulgaria (37,7), Lettonia (35,6) e Lituania (35,5) superano la soglia dei 33 punti. Il dato è coerente con quanto rilevato dall’Indice di Esclusione su base Istat, che per l’Italia registrava un Gini di 0,323 a fronte di un valore europeo di 0,296. Il dato regionale, però, aggiunge una distinzione che le statistiche nazionali non possono restituire: la disuguaglianza non coincide meccanicamente con la povertà. La Calabria (0,372) è al tempo stesso la regione più diseguale e quella con i redditi più bassi, con un reddito medio disponibile pro capite di 14.991 euro contro i 26.164 del Trentino-Alto Adige. Il Molise, invece, presenta il Gini più contenuto del Paese (0,281) pur in un contesto di redditi modesti. Una bassa disuguaglianza, in altre parole, può essere anche il riflesso di una povertà condivisa.

Povertà ed esclusione colpiscono soprattutto bambini e aree rurali

La scomposizione per età del rischio di povertà o esclusione sociale mostra un tratto che l’Italia condivide con buona parte dell’Unione, ma in forma più accentuata. Nella media europea l’indicatore raggiunge il valore più alto tra i minori (24,3%) e il più basso tra gli over 65 (18,8%). In Italia i bambini e i ragazzi a rischio sono circa il 27%, uno dei valori più elevati tra i Paesi membri, gli adulti in età da lavoro circa il 23% e gli anziani poco più del 19%. Il divario generazionale è confermato da un indicatore soggettivo. La quota di minori che vivono in famiglie che dichiarano di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà sfiora in Italia il 26%, contro il 20,4% della media europea. Anche la composizione familiare pesa: tra le persone che vivono in nuclei con figli a carico il rischio di povertà o esclusione in Italia si avvicina al 25,5%, oltre tre punti sopra il dato europeo (22,1%), e il nostro Paese si colloca subito dopo Spagna, Romania, Bulgaria e Grecia.

Dietro questi numeri c’è una realtà che le statistiche possono solo suggerire: crescere in una famiglia in difficoltà significa spesso rinunciare a una vacanza, a un’attività sportiva, a una casa adeguatamente riscaldata; privazioni i cui effetti non restano confinati al periodo dell’infanzia o dell’adolescenza, ma si traducono in minori opportunità educative e relazionali e alimentano la trasmissione intergenerazionale dello svantaggio che la stessa Eurostat indica tra i fenomeni da monitorare.

Aree rurali: maggiore esclusione dove manca il lavoro

Infine, la dimensione territoriale assume in Italia una forma precisa. Nell’Unione il rischio di povertà o esclusione è leggermente più alto nelle aree rurali (21,4%) che nelle città (21,0%) e nei piccoli centri e sobborghi (20,5%). In Italia la gerarchia è la stessa ma i livelli sono più alti: circa il 24% nelle aree rurali, il 23% nei centri minori e poco più del 21% nelle città e l’Indice di Esclusione aiuta a interpretare questo scarto. Il tasso di occupazione nelle aree rurali è pari al 59,5% a livello nazionale, ma scende al 44,6% in Calabria e al 45,2% in Sicilia mentre supera il 72% in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. 

Il paradosso della media: dalla deprivazione contenuta…

Il confronto sulla grave deprivazione materiale e sociale, cioè la quota di persone che non possono permettersi almeno 7 dei 13 beni e servizi considerati essenziali per una vita dignitosa, sembra a prima vista favorevole al nostro Paese. Con un valore di poco superiore al 5%, l’Italia si colloca al di sotto della media europea (6,3%) e lontanissima da Romania (16,8%), Bulgaria (15,0%) e Grecia (14,9%). Anche qui il divario di genere è presente: le donne deprivate sono circa il 5,5%, gli uomini il 4,8%.

È proprio su questo indicatore, però, che la lettura regionale dell’Indice di Esclusione produce l’effetto più dirompente. Sui dati Istat del 2023, a fronte di una media nazionale del 4,7%, la Calabria raggiunge il 20,7%, un valore superiore a quello di qualunque Stato Ue, mentre l’Emilia-Romagna si ferma allo 0,9%. Il coefficiente di variazione tra le regioni supera il 109%, uno dei più alti tra i 149 indicatori analizzati. La media italiana, rassicurante nel confronto europeo, è quindi il risultato statistico di territori che vivono condizioni paragonabili e talvolta migliori di quelle dei paesi scandinavi, accanto ad altri che vivono condizioni più gravi di quelle dei paesi più poveri dell’Unione.

…alla fatica quotidiana diffusa

Inoltre, se la privazione estrema è relativamente contenuta, la fatica quotidiana è invece diffusa. Nell’Unione il 42,5% delle persone dichiara almeno qualche difficoltà ad arrivare a fine mese, in un intervallo che va dal 18,3% della Germania all’87,1% della Grecia. L’Italia rientra nella fascia compresa tra il 55% e il 70%, insieme ad alcuni paesi dell’Est. È un’evidenza pienamente coerente con le rilevazioni Eurispes confluite nell’Indice: solo il 35,3% delle famiglie italiane dichiarava di arrivare a fine mese senza grandi difficoltà, il 45,3% era costretto a intaccare i risparmi e oltre quattro famiglie su dieci con un mutuo o un affitto segnalavano difficoltà nel sostenerne il pagamento. Il quadro che emerge è quello di un ceto medio che non scivola nella deprivazione ma vive in un equilibrio precario, in cui ogni spesa imprevista può mettere alla prova la tenuta dei bilanci familiari. Non a caso, nella percezione soggettiva, l’Italia si colloca stabilmente tra i paesi con le quote più elevate di persone che si considerano povere.

Le difficoltà della condizione abitativa

La condizione abitativa merita una riflessione a parte, perché gli indicatori europei e quelli dell’Indice sembrano a prima vista divergere. Il tasso di sovraccarico delle spese per l’abitazione, cioè la quota di persone in famiglie che destinano alla casa più del 40% del reddito disponibile, è in Italia inferiore alla media europea in tutte le tipologie di territorio. Nelle città è intorno al 6,7% contro il 9,6% europeo, molto lontano dal 26,4% della Grecia e dal 23,4% della Danimarca. È un effetto in larga parte riconducibile alla diffusione della proprietà dell’abitazione, che protegge molte famiglie dal peso dei canoni. Proprio per questo, però, il disagio abitativo italiano si concentra su chi non ha la protezione della proprietà. L’Indice registrava difficoltà nel pagamento dell’affitto per il 45,9% delle famiglie in locazione e un tasso di grave deprivazione abitativa del 5,8%, che in Sardegna superava il 10%.

L’Italia ultima in Ue per efficientamento energetico

Resta, poi, il capitolo dell’energia. La quota di italiani che non riescono a riscaldare adeguatamente la propria abitazione, intorno all’8,5% e invariata rispetto al 2024, è in linea con la media europea (8,8%). Colpisce, invece, un altro dato: l’Italia è il fanalino di coda dell’Unione per quota di popolazione che vive in abitazioni oggetto di interventi di efficientamento energetico negli ultimi cinque anni. Il valore è di appena il 2,5% circa, contro il 23,9% europeo e oltre il 60% dei Paesi Bassi. Lo scarto tra chi è a rischio di povertà e chi non lo è risulta tra i più ridotti d’Europa (1,4 punti), ma non per un’equità raggiunta bensì per un ritardo condiviso da tutti. 

Il lavoro che non basta e i giovani che restano a casa

Tra i dati del rapporto Eurostat, quello sui giovani adulti è forse il più eloquente per descrivere la condizione italiana. Nel 2025 il 49,8% dei giovani europei tra i 18 e i 34 anni viveva con almeno un genitore, con valori compresi tra il 16,6% e il 25,1% nei paesi nordici. In Italia, la quota si avvicina al 69%: è il terzo valore più alto dell’Unione, a ridosso della Slovacchia e preceduto solo dalla Croazia (75,3%). La composizione di questo gruppo aggiunge un elemento importante. Circa un terzo di questi giovani (33%) lavora a tempo pieno, contro il 36,7% della media europea. La quota di chi lavora part-time (9%) e di chi è disoccupato (9,6%), invece, è superiore a quella europea (rispettivamente 7,2% e 9,0%). Restare in famiglia, dunque, non è sempre il segno di un percorso di studi prolungato: spesso è l’esito di un’occupazione che non consente l’autonomia.

Anche in questo caso, l’analisi Eurispes dell’Indice di Esclusione ne documenta le cause strutturali: il tasso di occupazione giovanile nazionale si ferma al 34,7%, con uno scarto di oltre 28 punti tra il Trentino-Alto Adige (48,6%) e la Calabria (20,3%), solo poco più di un contratto precario su cinque (22,4%) si trasforma in un impiego stabile nell’arco di un anno, e il saldo migratorio dei laureati è negativo per l’intero Paese (-4,5‰), fino a raggiungere il -44,7 ‰ in Basilicata. Il confronto europeo sui NEET richiamato nell’Indice completa il quadro: con il 16,1% di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, l’Italia registra il secondo valore più alto dell’Unione, circa sette punti sopra la media (11,7%). 

Lavoro povero: occupati ma a rischio di povertà

Avere un lavoro, peraltro, non sempre basta a proteggere dalla povertà. Nel 2025 l’8,3% degli occupati europei era a rischio di povertà, mentre in Italia la quota supera il 10%, quarto valore più alto dell’Unione dopo Bulgaria (11,5%), Spagna e Romania, e ben lontano dal 3,1% della Finlandia. Il dato è più elevato tra gli uomini (circa 11,7%) che tra le donne (circa 8,3%), ma questo risultato va letto con cautela. L’indicatore considera infatti solo chi lavora e, in un Paese in cui il tasso di occupazione femminile si ferma al 56,5% contro il 70,2% europeo (dati 2023 richiamati nell’Indice), il minor rischio delle donne occupate riflette anche la selezione di chi riesce a entrare e restare nel mercato del lavoro. L’Indice di Esclusione ricostruisce i meccanismi che alimentano il lavoro povero: part-time involontario al 9,6% (14,8% in Sicilia), occupazione irregolare all’11,3% (19,6% in Calabria), quasi un lavoratore a termine su cinque (18,1%) intrappolato in contratti temporanei da almeno cinque anni. Sul fronte delle famiglie a bassissima intensità di lavoro, il dato italiano per i nuclei con figli a carico (6,5%) coincide con quello europeo, ma quello per le famiglie senza figli (circa l’11%) è leggermente superiore alla media (10,3%).

Il lavoro non protegge gli stranieri dall’esclusione

Emerge, poi, una specificità che merita attenzione. L’Italia è uno dei sette paesi dell’Unione europea in cui la quota di persone tra i 18 e i 64 anni che vivono in famiglie (quasi) senza lavoro è più alta tra i cittadini nazionali (circa 8,9%) che tra i cittadini extra-Ue (intorno al 6%, contro il 14,7% della media europea). I cittadini stranieri dunque, in Italia lavorano, ma questo non li protegge dall’esclusione: il rischio di povertà o esclusione sociale tocca in Italia circa il 38% dei cittadini di altri paesi Ue e oltre il 45% degli extra-Ue, contro circa il 20% degli italiani. Lo scarto tra nazionali e cittadini comunitari (circa 18 punti) è tra i più ampi dell’Unione, dove la differenza media è inferiore ai 10 punti, fattore che restituisce il profilo di un’integrazione lavorativa che avviene prevalentemente nei segmenti meno qualificati e peggio retribuiti del mercato del lavoro.

Il Mezzogiorno sulla mappa d’Europa

La scala regionale adottata da Eurostat (NUTS 2) permette di sovrapporre direttamente la mappa europea a quella dell’Indice di Esclusione, e il risultato è impressionante per coerenza. Nel 2025 solo 26 delle 243 regioni europee per cui sono disponibili dati registravano un rischio di povertà o esclusione pari o superiore al 31%. Tra queste figurano quattro regioni italiane: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Basilicata e Sardegna si collocano nella classe immediatamente inferiore (tra il 22% e il 31%), mentre gran parte delle regioni settentrionali rientra nelle classi più basse della distribuzione europea. La mappa della bassissima intensità di lavoro ripete lo stesso disegno con ancora maggiore evidenza. Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna figurano tra le 23 regioni europee con quote pari o superiori al 13%, mentre il Nord Italia è espressamente indicato da Eurostat tra le aree – insieme all’Est europeo e all’Austria occidentale – in cui si concentrano le 27 regioni con valori inferiori al 3,5%. La Provincia autonoma di Bolzano e l’Emilia Romagna sfiorano appena il 2%, registrando performance fra le migliori in Europa.

Avvicinare le “Italie parallele” verso l’obiettivo europeo per il 2030

È difficile immaginare un’illustrazione più efficace della tesi di fondo dell’Indice di Esclusione, cioè l’esistenza di più “Italie parallele” separate da diverse opportunità, diritti e dignità. Il rapporto Eurostat 2026 conferma la persistenza di questa condizione. Letti insieme, il rapporto Eurostat e l’Indice di Esclusione convergono sulla stessa conclusione: la sfida per l’Italia non è solo ridurre i propri divari interni, ma elevare l’intero sistema-Paese ai livelli europei, perché la convergenza territoriale non avvenga verso standard inadeguati. Il confronto europeo mostra un Paese con redditi mediani allineati a quelli dei grandi Stati membri, ma immobili da quindici anni. La deprivazione estrema è contenuta nella media, ma la fatica quotidiana è molto più diffusa che altrove. Il lavoro protegge meno che nel resto d’Europa dalla povertà, una generazione di giovani non riesce a costruire la propria autonomia, e ampie aree del Mezzogiorno compaiono stabilmente tra le regioni europee più esposte all’esclusione. La lettura regionale mostra che molte medie nazionali “nella norma” sono il risultato di territori che si collocano ai vertici d’Europa accanto ad altri che ne occupano le ultime posizioni. Il divario tra Nord e Sud, in questa prospettiva, non è soltanto una questione nazionale: è una delle principali fratture interne alla stessa cittadinanza europea, e per questo interroga anche le politiche di coesione dell’Unione.

Con la prima Strategia europea contro la povertà e con l’obiettivo di ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio entro il 2030, l’Unione ha fissato un orizzonte comune. Perché quell’orizzonte abbia un significato anche per l’Italia, il contributo del nostro Paese dovrà passare necessariamente per le regioni in cui l’esclusione è più profonda.

*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes

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