Le capitali sono qualcosa di più che grandi città. Vi si concentrano le istituzioni, le infrastrutture strategiche e una parte sproporzionata della ricchezza nazionale. Per questo, quando un’ondata di calore o un nubifragio le colpisce, il danno non resta locale e diventa una questione di Stato. Negli ultimi anni molte capitali hanno smesso di trattare il cambiamento climatico come un tema da rinviare. È iniziato l’adattamento climatico delle grandi città. Ne è nato un laboratorio globale in cui convivono soluzioni molto diverse. Alcune sono grandi opere di ingegneria idraulica, altre sono migliaia di microinterventi diffusi nei quartieri. Altre ancora sono nuove figure amministrative, e in un caso estremo si è arrivati alla scelta di abbandonare la capitale stessa. Questo articolo le mette a confronto, partendo da Roma.
Roma: dalla Strategia di adattamento al primo Piano Caldo
Roma è arrivata all’appuntamento più tardi di altre capitali europee, ma negli ultimi due anni ha accelerato. Il 14 gennaio 2025 l’Assemblea capitolina ha approvato la prima Strategia di adattamento climatico della città. Il documento fissa priorità, obiettivi e misure con un orizzonte al 2050. Le cifre di partenza sono eloquenti. Quasi 400.000 romani vivono in aree a rischio idrogeologico e il 9% dei residenti abita in quartieri esposti durante le ondate di calore prolungate. Il monitoraggio del Cmcc la tendenza. Nel 2025 Roma ha vissuto il terzo anno più caldo dal 1991, senza alcun giorno di gelo. Le notti tropicali, con minime mai sotto i 20 gradi, sono state 101.
Il passo successivo è arrivato a luglio 2026 con il primo Piano Caldo. Presentato in Campidoglio il 2 luglio, prevede 50 milioni di euro in cinque anni, articolati in 10 linee d’azione e 30 misure. Le risorse vanno a verde, depavimentazione, acqua, ombreggiamento e rifugi climatici. Alcuni risultati sono già misurabili. Dal 2022 il patrimonio arboreo è cresciuto di 38.000 alberi. Dal 2024, inoltre, 40 interventi su strade, piazze e marciapiedi hanno depavimentato 44.501 metri quadrati. Il piano valorizza anche un patrimonio storico unico, cioè la rete di 3.294 “nasoni” e fontanelle, a cui si affiancano 59 case dell’acqua. È inoltre in corso l’installazione di 475 pensiline ombreggiate alle fermate degli autobus. La rete dei rifugi climatici conta 178 luoghi al chiuso e 482 all’aperto, con l’obiettivo di ampliarla a partire dai quartieri più vulnerabili.
Sulla carta è un impianto serio, fondato su dati scientifici e su un criterio di equità territoriale. La sua attuazione, però, è arrivata in un clima politico acceso. Nell’estate 2026 la gestione del verde romano è finita al centro dell’attenzione internazionale. «Le Monde» ha accusato la città di abbattere troppi alberi e di curare male quelli esistenti. Secondo il quotidiano francese, estati sempre più roventi imporrebbero di proteggere la vegetazione, non di eliminarla.
A fine luglio la Cnn ha dedicato un servizio alle «piazze incandescenti» della Capitale. Si tratta di spazi pubblici riqualificati con milioni di euro ma rimasti senza ombra. Per residenti e turisti sono diventati isole di calore. Il caso più citato è piazza Risorgimento, a due passi dal Vaticano. I rendering del Comune promettevano una piccola foresta urbana, mentre nella piazza realizzata ci sono pochi alberi in vaso, alcuni sofferenti o secchi. L’opposizione ha contestato i 14 milioni di euro spesi per l’intervento. Più in generale, ha criticato la trasformazione delle piazze giubilari in superfici minerali, che d’estate raggiungono temperature elevatissime.
Sullo sfondo c’è la crisi dei pini domestici, che la stampa internazionale segue da anni. Dal 2018 la cocciniglia tartaruga (Toumeyella parvicornis), un parassita arrivato dal Nord America, attacca i pini della città. Ne sono censiti circa 380.000, e l’insetto li indebolisce fino a farli morire. A questo si aggiungono l’età e la stabilità degli alberi. Lungo via dei Fori Imperiali molti esemplari superavano i 120 anni. Il loro abbattimento per il rischio di crolli ha cambiato uno degli scorci più riconoscibili della città. Ha anche tolto ombra a una delle aree più frequentate. Il Comune ha annunciato che li sostituirà con pini della stessa specie e di età diverse. Così un intero filare non arriverà più a fine vita nello stesso momento. Le associazioni di cittadini, però, denunciano l’abbattimento di alberi ancora sani e i ritardi nelle cure promesse.
Al di là delle posizioni di parte, la vicenda pone due domande. La prima è se la scala degli investimenti sia all’altezza di quella del problema. La seconda è se tutte le scelte della città, comprese le grandi opere, siano coerenti con il piano. Il confronto con le altre capitali aiuta a rispondere.
Parigi: la città che si prepara ai 50 gradi
Parigi ha scelto di pianificare partendo dallo scenario peggiore. Il Piano Clima 2024-2030 mette al centro l’adattamento al caldo estremo. Parte da proiezioni secondo cui la città potrebbe toccare i 50 gradi nei prossimi decenni. Punta su verde, superfici permeabili e soluzioni passive, limitando la diffusione dei condizionatori.
Il programma più imitato è quello dei cortili scolastici. Con i Cours Oasis la città sostituisce l’asfalto delle scuole con suoli permeabili, alberi, fontane e zone d’ombra. Dal 2017 sono stati trasformati 203 cortili e cinque asili, con l’obiettivo di arrivare a 360 entro il 2030. Alcuni restano aperti il sabato e durante le vacanze come luoghi freschi per le famiglie. Il modello funziona perché non richiede nuovi terreni: riconverte un patrimonio pubblico già esistente in infrastruttura climatica diffusa. A questo si aggiunge il Plan Arbre, che punta a 170.000 nuovi alberi tra il 2020 e il 2026. Anche lo strumento finanziario è interessante. Il Comune ha emesso obbligazioni climatiche per finanziare parte degli interventi. Tra questi ci sono 20.000 alberi, costati 18 milioni di euro, e nuovi parchi stimati in 67 milioni.
Vienna e Berlino: togliere asfalto, trattenere la pioggia
Vienna ha trasformato la depavimentazione in un programma politico con un nome preciso, Raus aus dem Asphalt (“Fuori dall’asfalto”). Dall’inizio della legislatura la città ha finanziato e realizzato oltre 344 progetti in tutti i 23 distretti, togliendo asfalto, piantando alberi e installando elementi rinfrescanti. L’investimento per la legislatura è di 100 milioni di euro, concentrati nelle aree più densamente edificate. Tra gli obiettivi dichiarati c’erano 400.000 metri quadrati di nuovi parchi e 25.000 alberi entro il 2025. L’intervento più simbolico è il Praterstern, dove le aree verdi sono raddoppiate fino a 8.000 metri quadrati e gli alberi sono passati a 100.
Berlino ha lavorato soprattutto sull’acqua, con il modello della Schwammstadt, la “città spugna”. Dal 2016 la trasformazione è inserita negli accordi di coalizione del Senato. Dal 2018 chi costruisce o ristruttura a fondo un edificio deve gestire l’acqua piovana sul proprio lotto. Lo scarico in fognatura è ammesso solo in casi eccezionali. Per accompagnare la norma è nata un’agenzia dedicata. La Berliner Regenwasseragentur, fondata nel 2018 dal Land e dall’azienda idrica cittadina, offre consulenza a pubbliche amministrazioni, costruttori, proprietari e cittadini. L’obiettivo politico è ridurre ogni anno dell’1% le superfici che scaricano direttamente nella rete fognaria mista. Il principio è quello dell’invarianza idraulica, già noto in Italia. A Berlino, però, è diventato un obbligo edilizio con una struttura pubblica che ne sostiene l’applicazione.
Copenaghen e Atene: rispondere alla crisi con una strategia
Copenaghen resta il caso di scuola di una città che ha trasformato un trauma in pianificazione. Il 2 luglio 2011 un nubifragio scaricò circa 150 millimetri di pioggia in poche ore, con danni stimati attorno al miliardo di euro. La capitale danese ha risposto con il Cloudburst Management Plan. Nel quartiere di Sankt Kjeld strade e piazze sono state ridisegnate per convogliare l’acqua verso aiuole, microparchi e bacini di laminazione. Nei giorni asciutti restano spazi pubblici fruibili.
Atene ha innovato sul piano della governance. Nel 2021 ha nominato Eleni Myrivili Chief Heat Officer, la prima figura di questo tipo in Europa e la seconda al mondo dopo Miami. Tra le sue priorità c’erano le «rotte fresche» attraverso la città e la revisione dei materiali. Circa l’80% delle superfici ateniesi, infatti, è scuro e trattiene calore. Il progetto più suggestivo recupera un’infrastruttura antica. L’acquedotto di Adriano, completato intorno al 140 d.C. e lungo circa 23 chilometri, viene riattivato per irrigare nuovi spazi verdi nella capitale greca. Per Roma, che ha un patrimonio idraulico storico ancora più ricco, è un precedente da studiare.
Singapore e Freetown: tecnologia avanzata e soluzioni a basso costo
Singapore, che è insieme città e Stato, affronta il caldo con un approccio fondato sui dati. Il progetto Cooling Singapore 2.0, finanziato dalla National Research Foundation tra il 2020 e il 2023, ha costruito un gemello digitale del clima urbano. Serve a simulare scenari futuri e a ricavarne linee guida di progettazione. Le simulazioni hanno già prodotto interventi concreti. Nel quartiere di Tampines circa 130 edifici sono stati trattati con vernici riflettenti. Dopo due anni di monitoraggio la temperatura ambientale risultava più bassa fino a 2 gradi. Nel 2025 è stata annunciata l’estensione a tutti i complessi di edilizia pubblica entro il 2030.
All’estremo opposto per risorse c’è Freetown, capitale della Sierra Leone, che dimostra come l’adattamento non sia un lusso delle città ricche. Nel 2022 il Comune ha avviato un progetto di coperture ombreggianti in tre mercati all’aperto, per 669 metri quadrati complessivi. Le coperture usano materiali riflettenti e integrano pannelli solari che forniscono luce la sera. L’iniziativa è stata promossa dalla Chief Heat Officer Eugenia Kargbo. Protegge dal caldo soprattutto le donne che lavorano nei mercati e allunga gli orari di vendita, con effetti diretti sui redditi familiari.
Città del Messico e Giacarta: quando l’acqua manca o sommerge
Due capitali mostrano i limiti dell’adattamento. Città del Messico soffre allo stesso tempo di scarsità d’acqua e di sprofondamento del suolo, due problemi legati tra loro. Il pompaggio dalla falda supera di molto la ricarica naturale, e la subsidenza spacca le tubature. Si stima che circa il 40% dell’acqua potabile vada perso nella rete. Una delle risposte è la raccolta della pioggia. Il programma avviato nel 2016 per le aree emarginate ha installato quasi 500 sistemi di raccolta e purificazione, a beneficio di oltre 56.000 persone. Nel quartiere di Iztapalapa, il parco La Quebradora dello studio Taller Capital fonde spazio pubblico e raccolta dell’acqua piovana in un unico sistema.
Giacarta rappresenta il caso limite. La parte nord della città, affacciata sul Mare di Giava, si è abbassata di circa due metri e mezzo in dieci anni. Tra il 40 e il 50% della capitale si trova già sotto il livello del mare. Il Governo indonesiano ha scelto di trasferire la capitale amministrativa. Nell’agosto 2024 il presidente Joko Widodo ha inaugurato Nusantara, nel Borneo, come nuova sede istituzionale. È la prova che, oltre una certa soglia, l’adattamento lascia il posto alla ritirata, con costi economici e sociali enormi.
Fuori dalle capitali: Medellín e Rotterdam, i modelli che le capitali copiano
Due delle esperienze più studiate al mondo non vengono da una capitale. Proprio per questo sono utili: dimostrano che la resilienza non dipende dal rango istituzionale di una città, ma dalla coerenza delle sue scelte.
Medellín, seconda città della Colombia, ha affrontato il caldo con la natura. Tra il 2016 e il 2019 ha realizzato oltre 30 Corredores Verdes, una rete continua di verde urbano che collega spazi già esistenti. Diciotto corridoi seguono le grandi arterie stradali e dodici i corsi d’acqua. L’investimento iniziale è stato di 16,3 milioni di dollari. Ha prodotto oltre 70 ettari di verde, compresi 20 chilometri di percorsi ombreggiati per pedoni e ciclisti. Dopo una prima fase di circa 12.500 alberi, entro il 2021 la città ne ha piantati altri 880.000. A questi si sono aggiunte 2,5 milioni di piante più piccole.
Secondo il Comune, dal 2018 l’effetto isola di calore si è ridotto di 2 gradi. Il progetto ha vinto nel 2019 l’Ashden Award ed è stato replicato a Bogotá e Barranquilla. Due aspetti lo rendono particolarmente istruttivo. Il primo è la dimensione sociale. Il Giardino botanico cittadino ha formato come giardinieri persone in condizioni di vulnerabilità, tra cui sfollati del conflitto armato e migranti dalle campagne. Il secondo è la manutenzione, che costa circa 625.000 dollari l’anno ed è prevista nel bilancio fin dall’inizio.
Rotterdam ha invece lavorato sull’acqua, trasformando lo spazio pubblico in infrastruttura idraulica. Il Benthemplein, inaugurato nel dicembre 2013, è stata la prima piazza d’acqua al mondo realizzata su scala reale. Nei giorni di pioggia intensa raccoglie fino a 1.700 metri cubi d’acqua dalle strade e dai tetti circostanti in tre vasche di profondità diversa. Nei giorni asciutti le vasche diventano un campo sportivo, uno skate park e un’arena all’aperto.
La piazza è stata progettata dallo studio De Urbanisten in tre laboratori con scuole, parrocchia, palestra e abitanti del quartiere. È stata finanziata in gran parte con fondi destinati alla gestione idrica e con contributi per l’innovazione. Il Benthemplein è la prima di nove piazze d’acqua in città. Il responsabile della resilienza di Rotterdam ne ha sintetizzato così la filosofia. Invece di costruire fogne più grandi, la città ha scelto di ridisegnare lo spazio pubblico, rendendo i quartieri più vivibili.
Le due esperienze parlano direttamente a Roma. Medellín mostra che il verde funziona come infrastruttura climatica solo se è continuo, connesso e mantenuto nel tempo. Rotterdam dimostra che la gestione delle piogge intense può diventare un’occasione di rigenerazione urbana, invece che un costo nascosto sottoterra.
Che cosa può imparare Roma
Il confronto suggerisce alcuni modelli. Il primo è l’infrastruttura verde e blu diffusa di Parigi, Vienna, Berlino e Copenaghen, fatta di migliaia di interventi piccoli, replicabili e visibili. I suoi prototipi sono i corridoi verdi di Medellín e le piazze d’acqua di Rotterdam. Un altro riguarda la governance e la protezione sociale. Si basa su figure dedicate, come i Chief Heat Officer di Atene e Freetown, e su strumenti costruiti per i gruppi più vulnerabili.
Roma ha imboccato alcune di queste soluzioni. Ha una strategia fondata su dati scientifici, un Piano Caldo orientato all’equità e una rete di rifugi climatici. Ha anche un patrimonio idrico storico che poche capitali possono vantare. Il divario rispetto alle esperienze più mature riguarda la scala, la continuità e la coerenza. Le polemiche dell’estate 2026 sulle piazze del Giubileo e sugli alberi lo confermano. Mostrano quanto pesi, anche sulla fiducia dei cittadini, la distanza tra le promesse dei progetti e la città realizzata.
Le esperienze più mature indicano la strada. Vienna ha stanziato 100 milioni in una legislatura solo per la depavimentazione dello spazio pubblico. Berlino ha trasformato la città spugna in un obbligo edilizio sostenuto da un’agenzia dedicata. Parigi ha legato gli interventi a strumenti finanziari propri. La lezione delle capitali più avanzate è chiara. L’adattamento funziona quando smette di essere un progetto e diventa una regola: nel regolamento edilizio, nel bilancio ordinario e nella manutenzione quotidiana della città.

