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La “coopetition” come mastice tra Consorzi e imprese

di
Alberto Improda

Indicazioni Geografiche e Consorzi: il nuovo quadro normativo

Le Indicazioni Geografiche e i Consorzi di tutela rappresentano fenomeni di straordinario interesse nel nostro tempo, sia dal punto di vista giuridico che da quello economico e sociale. Si tratta di istituti che recentemente sono stati oggetto di varie e importanti novità di carattere normativo, basti pensare al Regolamento Ue 2024/1143 e al Decreto MASAF 264637/2026.

Nelle ultime settimane, sulla webzine di Eurispes, sono stati pubblicati sul tema gli interventi di due autorevoli studiosi, ai quali mi legano rapporti di stima e di amicizia: Alberto Mattiacci e Alex Giordano.

Il primo – volendo sintetizzarne il brillante contributo – sostanzialmente ritiene che il nuovo quadro normativo sulle Indicazioni Geografiche non vada interpretato in modo limitativo, come un mero aggiornamento delle funzioni attribuite ai Consorzi. Mattiacci, infatti, prefigura la possibilità di un cambiamento più profondo, con un’evoluzione da organismi dediti alla tutela, al controllo e alla promozione delle IG a soggetti strategicamente investiti della gestione di un patrimonio collettivo.

Il secondo, spingendo in avanti il discorso, ritiene che i Consorzi debbano sempre più essere concepiti quali innovative istituzioni preposte ad una effettiva governance economica territoriale. Il territorio, nella prospettiva di Giordano, non rappresenta soltanto lo sfondo narrativo sul quale costruire il racconto del prodotto, ma una fondamentale componente della sua infrastruttura produttiva.

Mi trovo largamente d’accordo con le tesi sopra prospettate, ragion per cui le considerazioni che seguono hanno natura pienamente adesiva e rappresentano un modesto contributo del sottoscritto per calare i principi enunciati nell’operatività.

La centralità dell’impresa nella società contemporanea

Le considerazioni svolte sulle funzioni e sulle potenzialità di Indicazioni Geografiche e Consorzi, infatti, per essere tradotte in iniziative specifiche e azioni tangibili, non possono non tenere conto di un aspetto nettamente caratterizzante il nostro tempo, ovvero della fortissima, cruciale, per qualche aspetto forse patologica, ma certamente indiscutibile centralità che oggi nell’economia e nella società ha assunto il soggetto impresa. Nel grande cambiamento che caratterizza l’attuale periodo storico, con la scomparsa o l’indebolimento di alcuni dei punti fermi che avevano caratterizzato il Novecento, essa rappresenta, infatti, il player più saldamente presente sulla scena del contemporaneo. Nel vuoto di potere e di credibilità da parte di diversi enti di natura pubblica che caratterizza questi nostri anni, di fronte alle sfide di portata epocale che ci troviamo dinanzi, le aziende sempre di più vanno svolgendo attività anche nell’interesse generale.

Ronald Cohen scrive che «i governi non hanno i mezzi per far fronte ai problemi sociali e ambientali causati dagli esseri umani, e non hanno neppure modo di sviluppare approcci innovativi per risolverli – un processo che prevede inevitabilmente investimenti rischiosi, sperimentazioni e di tanto in tanto qualche fallimento» (Impact, Luiss, Roma, 2022, p. 13).

La fiducia nelle Imprese e la “Brand Democracy”

La concentrazione della fiducia delle persone nelle imprese, con conseguente sfiducia verso altri e più istituzionali soggetti della società, trova un significativo e autorevole riscontro nell’Edelman Trust Barometer. Si tratta della più ampia e accreditata indagine, a livello globale, sul tema della fiducia, realizzata dall’agenzia di comunicazione Edelman in decine di paesi e su un campione di diverse decine di migliaia di persone.

Talmente profonda, larga e totalizzante è la fiducia riposta dai consumatori nel mondo delle aziende, che nel documento si utilizza, più o meno provocatoriamente, addirittura l’espressione “Brand Democracy”.

Interessante, e per qualche verso preoccupante, è il parallelo che in queste ricerche emerge tra la perdita di fiducia verso le istituzioni e il contemporaneo aumento di fiducia nei confronti delle aziende: «laddove la perdita di fiducia è estrema, l’impresa costituisce un baluardo».

Imprese e interesse generale: dal profitto al “purpose”

Vittorio Cino e Andrea Fontana estremizzano il discorso e lo focalizzano sulle cosiddette “imprese transnazionali”: «Funzioni e ruoli che in passato erano di esclusiva competenza dei governi sono oggi entrati nella sfera di responsabilità delle imprese transnazionali che, con una potenza economica spesso superiore al valore medio del Pil di molti stati sovrani, l’ascesa simbolica e valoriale dei loro brand globali e l’ampio volume della comunicazione che, grazie anche alla pervasività del veicolo digitale, riescono a mettere in campo, assumono ormai uno status di soggetto attivo all’interno del sistema delle relazioni internazionali, distinto e in gran parte distante dai governi nazionali» (Corporate Diplomacy, Egea, Milano, 2019, p. 15). Le Aziende «oggi giocano un significativo ruolo politico e sociale in aggiunta a quello economico, con un impatto a livello locale, nazionale e transnazionale» (ibidem).

Cino e Fontana colgono con acutezza il punto, anche se poi – concentrati nello sviluppare la tesi sostenuta nel saggio – lo applicano in maniera eccessivamente restrittiva, concentrandolo esclusivamente sulla particolare categoria di imprese messa sotto la lente di ingrandimento nell’opera.

Sulla stessa linea d’onda si pone George Serafeim, secondo il quale «molte imprese rivaleggiano ormai con i governi per dimensioni e portata. Favorite dalla globalizzazione, dallo sviluppo delle scienze manageriali e dalla crescita delle comunicazioni che, abilitate dalla tecnologia, facilitano il coordinamento su larga scala, sotto certi punti di vista le aziende sono ormai diventate entità semigovernative. Possono perseguire programmi per combattere il cambiamento climatico, la fame nel mondo e la disuguaglianza, spesso con progressi reali» (Purpose + Profitto, Egea, Milano, 2022, p. 81).

L’impresa come motore del cambiamento sociale

Il concetto di “purpose”, secondo Stefano Pogutz, «diventa non solo una mission aziendale adattata e un po’ più etica, ma una rinnovata ontologia dell’impresa, in cui vengono riviste alcune delle regole del mercato, come la finanziarizzazione e la speculazione spinta, per garantire un bilanciamento tra stakeholder e shareholder, dove nessuno vieta un congruo profitto a chi apporta il capitale di rischio, ma dove la massimizzazione dei ritorni a breve non è consistente rispetto alla necessità di rispettare i limiti del nostro Pianeta» (Prefazione a Danilo Devigili, La formula della sostenibilità, Egea, Milano, 2026, p. XIV).

Roberto Mania, in Capitalisti silenziosi (Egea, Milano, 2024), riporta una significativa dichiarazione di Andrea Illy: «nel suo insieme l’impresa è quella che crea la società. E se dobbiamo cambiare la società, è il primo attore che lo può fare. Certo, il cittadino è al contempo lavoratore, elettore, consumatore e investitore. È chiaro che se mettessimo tutti i cittadini insieme potrebbero esprimere un potere molto forte, una volontà di cambiamento. Nella realtà, però, è più probabile che siano le imprese a intraprendere un percorso di cambiamento, non fosse altro perché questo è l’unico modo per garantire la loro sopravvivenza e perché chi non lo fa verrà spazzato via dal mercato. In questo momento di transizione sia sociale, sia ambientale le imprese dovrebbero avere una visione molto lunga perché sono le uniche a poterlo fare perché le imprese hanno le conoscenze, il capitale, la volontà intesa come rischio» (p. 116).

Insomma, oggi, come è stato efficacemente scritto, «l’impresa modifica e amplia anche i beneficiari della sua azione e gli interlocutori dei suoi processi decisionali. L’impresa si apre alle comunità di riferimento e ai loro bisogni, entra a far parte di un diverso quadro di azione, partecipando a obiettivi non strettamente connessi con la sua dimensione locale e con la sua attività istituzionale, acquisisce una capacità di ascolto e di dialogo con molti diversi attori sino ad allora estranei alla sua realtà (Alessandro Botti, Il ruolo della società civile per la valutazione della sostenibilità aziendale, in AA.VV., Sostenibilità e valore, ESG, Maggioli, 2023, p. 259).

“Coopetition”: collaborazione tra imprese concorrenti

Questi discorsi non perdono efficacia se calati nella realtà del nostro Paese, caratterizzato da una peculiare densità di Pmi, e nel campo dell’agricoltura, dove spesso le dimensioni delle aziende diventano minuscole.

Le imprese, soprattutto in una situazione come quella italiana e in particolare in un comparto come quello agroalimentare, per operare in modo pieno e incidere efficacemente sul territorio sono chiamate a fare uno sforzo ulteriore. Le aziende tricolori, più di quelle di altri paesi, hanno la necessità di attenuare lo spirito di individualismo che caratterizza sia l’idea stessa di impresa sia il nostro spirito nazionale, per trovare e realizzare innovative forme di collaborazione.

Il concetto trova una valida sintesi nel termine “coopetition”, che identifica un meccanismo ai sensi del quale più imprese, pur mantenendo le proprie identità e continuando a restare concorrenti, stabiliscono effettive forme di collaborazione.

Alfonso Fuggetta ha autorevolmente affermato che la parola “coopetition” «esprime in modo pieno il concetto di fare sistema», ragion per cui «non si tratta di un generico invito al “mettersi insieme”, né a sviluppare atteggiamenti protezionistici o consociativi. È la vera e propria promozione di una collaborazione sistemica, alta e lungimirante» (www.medium.com, 8 dicembre 2014).

Il sottoscritto, più modestamente, ha scritto: «Il termine “coopetition”, derivante dalla contaminazione tra le parole “cooperation” e “competition”, indica una strategia di tipo competitivo/cooperativo tra imprese concorrenti, che collaborano per realizzare congiuntamente attività nell’interesse comune” (Puntare sulla “coopetition” per far ripartire le aziende nel post pandemia, «Linkiesta», 7 aprile 2021). 

Imprese coesive: una svolta culturale che conviene

Si tratta di un cambiamento profondo, a tratti avvertito quasi come innaturale, per aziende tradizionalmente in concorrenza tra di loro e a volte divise da rivalità accese, spesso molto risalenti nel tempo, che implica una vera e propria svolta di stampo culturale.

Secondo Paolo Landoni «le organizzazioni che imparano a collaborare in modo strutturato sviluppano un vantaggio competitivo che è difficile da imitare. Il principale ostacolo non è tecnico ma culturale» («Il Sole 24 Ore», 10 settembre 2026, p. 23).

Nella storia della nostra imprenditoria non mancano casi di precedenti virtuosi e di successo, come per esempio la felice tradizione italiana dei distretti industriali. Nella ricerca Coesione è competizione 2026, a cura di Fondazione Symbola con Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, si utilizza l’espressione “Imprese coesive”. Nel documento si enfatizza il concetto che essere impresa coesiva conviene, in quanto è il capitale invisibile della coopetizione che accresce quello economico. Il report attesta che le aziende particolarmente attente alle relazioni con i competitor sono quelle che ottengono risultati migliori e che negli ultimi cinque anni le imprese coesive sono aumentate sensibilmente, passando dal 37,4% al 43,5% del totale.

Dall’individualismo al fare sistema: la sfida per il Paese

In buona sostanza, affinchè le Indicazioni Geografiche e i Consorzi di tutela possano mettere a terra le proprie enormi potenzialità, è necessario che il sistema Paese compia una vera evoluzione culturale, divulgando tra le Imprese i principi della coopetition.

Per dirla in soldoni, è di fondamentale importanza, al fine di coltivare con successo le prospettive acutamente delineate da Alberto Mattiacci e Alex Giordano, la possibilità di giungere a creare un habitat mentale diffuso nel quale le aziende trovino naturale e vantaggioso mettere a fattor comune quote di risorse, sovranità e visibilità. La coopetition può e deve costituire una sorta di mastice atto a tenere insieme le imprese, per loro stessa natura egocentriche e competitive, e i Consorzi, dallo spirito ontologicamente collettivo e connettivo. Perché la dimensione pubblica insita nelle organizzazioni consortili può attecchire soltanto su un terreno bonificato dalle insidie del nostro endemico individualismo e le Indicazioni Geografiche riescono a fiorire esclusivamente in comunità capaci di regolare la propria vita in modo collegiale e democratico. 

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