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Brexit: dal referendum del 2016 al caos 2026 di Downing Street

di
Giovanna Imbesi*

Il referendum del 2016 e l’inizio del divorzio dall’Ue

Il 23 giugno del 2016 la popolazione del Regno Unito è stata chiamata a pronunciarsi sulla permanenza del paese nell’Unione europea. Il referendum, indetto dall’allora Primo ministro David Cameron, nel febbraio dello stesso anno, vide opporsi due pensieri radicalmente antitetici, il “Leave” e il “Remain”. Il Premier avrebbe concesso il voto agli euroscettici nella speranza di rinegoziare alcuni termini di appartenenza all’Unione, un azzardo trasformatosi in un fatale errore di valutazione politica.

Se infatti, alla vigilia del voto le stime indicavano una leggera preferenza per il mantenimento dello Status quo, le urne ribaltarono i pronostici. Il risultato finale vide la vittoria dell’uscita dall’Unione, con il 51,89% dei voti contro il 48,11% (con appena lo 0,08% di schede bianche). Quella notte segnò l’inizio del divorzio dall’Ue.

Il Regno Unito e l’instabilità politica: dopo la brexit sei premier in dieci anni

A luglio 2026, il Regno Unito torna a vacillare per l’ennesima volta. Da qualche settimana, infatti, l’ormai ex Primo ministro britannico Keir Starmer si prepara a lasciare il numero 10 di Downing Street insieme a tanti interrogativi sul futuro della nazione. Questa instabilità ha segnato gli anni dal referendum ad oggi, periodo nel quale si sono succeduti sei Premier; si attende il settimo per metà luglio.

La cronologia dei leader che hanno guidato il paese in questa decade fotografa perfettamente la profondità della crisi: David Cameron (fino a luglio 2016); Theresa May (luglio 2016 – luglio 2019); Boris Johnson (luglio 2019 – settembre 2022); Liz Truss (settembre 2022 – ottobre 2022); Rishi Sunak (ottobre 2022 – luglio 2024); Keir Starmer (luglio 2024 – luglio 2026).

Andy Burnham, il nuovo Premier: comincia l’era del “king of the North”

Il nuovo favorito per la carica è Andy Burnham, ex sindaco di Manchester. Il “King of the North”  ha portato avanti una corsa senza sfidanti, avendo raccolto ben 322 nomine di supporto (nominations) su un totale di 403 deputati che compongono il gruppo parlamentare laburista (Parliamentary Labour Party).

Oggi, 17 luglio 2026, comincia ufficialmente l’era di Burnham. Non essendosi presentati altri sfidanti, non è stato necessario procedere con le votazioni formali ipotizzate per il 15-16 luglio.

Se la transizione dovesse procedere come da programma, il 20 luglio 2026 Keir Starmer salirà a Buckingham Palace per rassegnare le dimissioni definitive a Re Carlo III, che subito dopo conferirà Andy Burnham l’incarico di formare il nuovo governo.

Gli effetti economici della Brexit: il verdetto dei numeri

Non solo sul piano politico ma anche su quello economico e sociale la Brexit ha mostrato effetti devastanti. I dati macroeconomici offrono un verdetto unanime, spogliato da qualsiasi retorica elettorale: la promessa di una Global Britain prospera e deregolamentata ha ceduto il passo a una stagnazione strutturale.

Secondo un recente studio del National Bureau of Economic Research (NBER)[1], l’uscita dal Mercato Unico europeo ha costituito una perdita del 7-8% del Pil pro capite. Peraltro, si stima che gli investimenti privati siano crollati del 12-13%, l’occupazione abbia registrato una contrazione tra il 3% e il 4% e la produttività abbia subito una analoga flessione dal 3% al 4%.

L’economista italoamericana Mariana Mazzucato ha scattato una fotografia nitida di questo decennio. Secondo le sue analisi, il tanto promesso nuovo inizio per il paese si è solo dimostrato una palude difficile da bonificare, le cui prove sono visibili nella vita quotidiana di tutti i giorni[2].

Il declino del welfare state e la crisi dell’NHS

Il declino non ha risparmiato il Welfare State, a partire dal Servizio Sanitario Nazionale (NHS). La Brexit ha aggravato le condizioni del sistema già in forte sovraccarico. Durante la campagna pro-Brexit, uno degli slogan maggiormente sostenuto dal Leave era il finanziamento della sanità pubblica con i 350 milioni di sterline a settimana sottratti a Bruxelles. Dieci anni dopo, l’NHS versa in una crisi cronica senza precedenti, aggravata dall’introduzione delle nuove regole sull’immigrazione: più di 4.000 medici e infermieri europei mancano all’appello rispetto ai trend pre-Brexit [3]..

Il “Bregret”: il pentimento degli inglesi dieci anni dopo

Il ridimensionamento economico inglese ha comportato la rivalutazione del voto del 2016. C’è, infatti, un’innegabile discrepanza tra le promesse di 10 anni fa e la realtà odierna.

La conseguenza immediata è che l’opinione pubblica oggi soffre quello che è stato ribattezzato come Bregret (dalla fusione dei due termini Brexit e regret), ovvero il pentimento del divorzio dall’Unione. Secondo YouGov, ben 6 britannici su 10 pensano che la scelta di lasciare l’Ue sia stata un fallimento[4].

La frattura generazionale: la GenZ guarda a Bruxelles

Nel tessuto sociale del paese c’è dunque un solco che non si è mai ricucito in questi anni che ha alimentato la frattura generazionale. Già al momento del referendum questa tendenza era evidente: infatti, analizzando il voto, i giovani tra i 18 e i 24 anni, avevano mostrato una netta preferenza per il Remain con circa il 64% a favore della permanenza nell’Unione.

Secondo quanto riportato da The Guardian, il divario già osservato nel 2016 si è cronicizzato negli anni. Questo dato significativo dipende dal fatto che 10 anni fa la maggior parte della GenZ non aveva ancora raggiunto l’età necessaria per il diritto al voto. Sono proprio i ragazzi a pagare le conseguenze di questo disastro storico. I giovani, infatti, non hanno più accesso a mobilità accademiche e favorevoli opportunità lavorative nel nostro continente. Proprio per tamponare la sofferenza della GenZ, quest’anno le istituzioni hanno valutato il rientro dello UK nei programmi Erasmus+ finanziati da Bruxelles a partire da gennaio 2027.

Nel frattempo, però, la spinta dal basso non si arresta: 3 ragazzi su 5, di età compresa fra i 18 e i 28 anni, sarebbero favorevoli a riallacciare i rapporti con l’Europa. Sebbene un eventuale rientro formale sia un processo giuridicamente possibile ma inevitabilmente tortuoso, tra le nuove generazioni prevale una forte smania di rapidità: è il desiderio di accelerare i tempi e di sanare subito lo strappo con Bruxelles a spingere i giovani ad auspicare la via di un nuovo immediato referendum.

Nonostante la disillusione collettiva, però, nessun politico ha mai effettivamente proposto un referendum per rientrare nell’Unione, nella consapevolezza del fatto che Bruxelles non lo concederebbe così a buon mercato. Dunque, a conti fatti, la sovranità tanto inseguita in questa decade inizia a somigliare più a un isolamento forzato.

*Giovanna Imbesi, ricercatrice, Economia Internazionale. Eurispes, Laboratorio sui BRICS.

[1] N. Bloom et al., The Economic Impact of Brexit, NBER Working Paper 34459 (2025, rev. 2026),  https://www.nber.org/system/files/working_papers/w34459/w34459.pdf

[2] M. Mazzucato, Brexit è un atto di autolesionismo senza precedenti, Adnkronos, 18 febbraio 2026, https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/mazzucato-brexit-analisi-autolesionismo_5Fk6IVXdSp3tPXIJtlaEzh

[3] Brexit: che cosa accadrà al NHS adesso che la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Ue?, OPI Milano – Lodi – Monza Brianza, 29 giugno 2016,https://opimilomb.it/brexit-che-cosa-accadra-al-nhs-adesso-che-la-gran-bretagna-ha-votato-per-uscire-dallue/

[4] What do Britons think of Brexit 10 yearssince the referendum?, YouGov, 22 giugno 2026, https://yougov.com/en-gb/articles/54925-what-do-britons-think-of-brexit-10-years-since-the-referendum

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