Abitudini alimentari tra tradizione e nuovi consumi
Le trasformazioni nei modelli di consumo alimentare sono uno degli indicatori più sensibili dei mutamenti sociali e culturali di una società. Ciò che scegliamo di mangiare non dipende soltanto da gusti individuali o abitudini familiari: riflette stili di vita, appartenenze generazionali, esposizione ai media, accesso alle informazioni e relazione con il proprio corpo. I dati del Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes restituiscono una fotografia complessa e per molti versi contraddittoria degli italiani a tavola: consumatori attenti al benessere, ma anche vulnerabili alle mode alimentari; orientati alla salute, ma spesso privi di una guida professionale affidabile.
L’atto del nutrirsi ha smesso da tempo di essere una mera necessità biologica per trasformarsi in un complesso agire sociale, specchio di identità e appartenenze. In una società liquida, il cibo diventa un terreno di scontro tra la ricerca del benessere psicofisico e le pressioni di un mercato sempre più rapido e tecnologizzato. L’indagine sull’alimentazione evidenzia, tra l’altro, come la disintermediazione culturale colpisca anche la salute, portando i singoli a ridefinire il proprio rapporto con l’autorità scientifica in favore di nuove forme di validazione sociale e digitale.
Frutta secca, integratori e cibi ultraprocessati nel carrello degli italiani
Le abitudini d’acquisto degli italiani mostrano una forte coesistenza tra prodotti percepiti come salutari e alimenti di tipo industriale. Il 68,3% della popolazione dichiara di acquistare abitualmente o spesso mix di frutta secca e semi, seguiti da un 62,1% che fa uso di integratori alimentari. Parallelamente, però, si registra un’elevata diffusione di cibi confezionati e ultraprocessati (62,6%) e di bevande gassate o energy drink e succhi di frutta industriali (64,4%).
Interessante è il dato relativo ai nuovi trend: il 57% dei consumatori acquista alimenti proteici, meglio noti come high protein, che includono barrette, yogurt e bevande specifiche; è presente, ma meno frequente, l’abitudine al consumo di probiotici e prebiotici (49,5%), semi come lino, girasole, canapa, ecc. (48,4%). Al contrario, restano di nicchia i prodotti alimentari contenenti cannabis, acquistati solo dal 21,9% del campione.
Abitudini alimentari: una generazione di nuovi consumatori
Il comportamento alimentare non è uniforme e varia drasticamente con l’età. Gli over 64 rappresentano la fascia più tradizionale, dichiarando spesso di non acquistare nessuna delle nuove categorie di prodotti rilevate. Sul fronte opposto, tra i giovanissimi under 25 si registra il maggior consumo di prodotti a base di cannabis (circa il 37,5% tra consumo abituale e saltuario).
I giovani tra i 18 e i 24 anni sono anche i più sensibili alla moda degli alimenti proteici e mostrano un’elevata propensione verso i cibi ultraprocessati, consumati dal 72,9% di questa fascia d’età. Questo dato si riflette anche nel consumo di bevande energetiche, energy drink e succhi industriali, che raggiunge il 75,7% tra i più giovani.
A chi ci si affida per le scelte nutrizionali?
Un capitolo fondamentale dell’indagine riguarda la scelta delle figure di riferimento per l’orientamento alimentare. Quasi 4 italiani su 10 (36,6%) scelgono di affidarsi a figure professionali qualificate o fonti scientificamente attendibili. Nello specifico, il 12,9% si rivolge a medici anche se non specializzati, il 10,7% a nutrizionisti, il 5,3% a naturopati o erboristi e il 7,7% consulta riviste mediche o siti scientifici.
Tuttavia, esiste una zona grigia rilevante: in molti non si rivolgono a professionisti sanitari qualificati per orientare le proprie scelte nutrizionali, preferendo invece fonti non specialistiche quali Social media, siti privi di validazione scientifica o il consiglio informale di persone vicine, con implicazioni rilevanti in termini di affidabilità e qualità delle informazioni acquisite. In particolare, il 28,8% degli intervistati dichiara di non affidarsi ad alcun professionista, il 10% a consigli non specialistici, provenienti da amici e parenti, il 6,7% a canali Social non medici e/o fitness influencer, il 6,4% a personal trainer o istruttore sportivo, il 5,2% a forum, blog, libri/riviste non mediche e il 6,3% ad ‘altro’.
Il ruolo dei Social media e dei fitness influencer
Il fenomeno della disintermediazione è particolarmente evidente tra i ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni. Quando si parla di alimentazione, questa fascia di popolazione tende a disertare gli studi medici o i nutrizionisti per cercare risposte altrove. I giovani si affidano con maggiore facilità a personal trainer o istruttori sportivi, ma soprattutto seguono con fiducia i canali Social non medici e i consigli dei fitness influencer.
Complessivamente, l’uso di Social per orientare le proprie scelte nutrizionali riguarda il 6,7% della popolazione generale, ma assume un peso specifico molto più alto se isolato nel target giovanile, dove il parere dell’influencer sostituisce spesso la validazione scientifica.
Il divario informativo e i suoi rischi
La coesistenza di comportamenti orientati al benessere, come il consumo di integratori, semi e probiotici, con un’alta esposizione a cibi ultraprocessati e bevande industriali non è una contraddizione superficiale. Questo trend specchia piuttosto la frammentazione dell’identità alimentare contemporanea: un terreno in cui si sovrappongono culture della salute, logiche del consumo di massa e pressioni mediatiche spesso in conflitto tra loro.
Il dato più preoccupante riguarda le fonti di orientamento nutrizionale. La letteratura scientifica internazionale è concorde nel sottolineare i rischi di un’informazione alimentare non validata: diete squilibrate, uso improprio di integratori, esposizione a messaggi commerciali travestiti da consigli salutistici. Il fatto che i giovanissimi siano anche i più esposti a queste fonti non qualificate configura un divario generazionale nell’accesso a una cultura nutrizionale fondata sull’evidenza. Occorre approcciarsi a questo fenomeno considerandolo una questione di salute pubblica che investe la famiglia, la scuola, la comunicazione istituzionale e la regolazione dei contenuti digitali. I dati Eurispes offrono, in questo senso, una base empirica preziosa per riorientare le politiche di educazione alimentare verso i segmenti di popolazione più vulnerabili all’infodemia nutrizionale.

