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Come costruire una difesa comune europea, intervista al prof. Umberto Triulzi

di
Giovanna Imbesi*

La proposta progettuale per una difesa comune europea è stata presentata e discussa per la prima volta nel settembre 2025, in occasione di un incontro organizzato dal Laboratorio Europa dell’Eurispes – coordinato dal  Prof. Umberto Triulzi – in collaborazione con  l’Associazione Elec-Italia, presieduta dal prof. Paolo Garonna  (Università Luiss). Successivamente, è stata approfondita e verificata in una serie di incontri svolti in Italia e in àmbito europeo. Il prossimo 1 ottobre 2026 sarà discussa a Bruxelles in un forum dei think tank europei organizzato in collaborazione con il Comitato economico e sociale europeo Cese/Eesc. Pubblichiamo di seguito l’intervista al prof. Umberto Triulzi, coordinatore Laboratorio Europa dell’Eurispes, docente di Politica economica europea, Sapienza Università di Roma; membro del Direttivo della Fondazione Jean Monnet; già Consulente del Comitato economico e sociale Europeo Cese/Eesc.

Qual è il reale valore aggiunto del dibattito sulla difesa comune europea tramite le società civili? Cioè, qual è il valore aggiunto che proviene direttamente dalle società civili anziché dai soliti canali diplomatici o governativi?

Questa iniziativa nasce dal desiderio di ricercatori e studiosi di alcuni think thank europei, come l’Eurispes, l’Isme, l’Elec, la Fondazione Jean Monnet, ma anche il “Master Center for European Studies”, di riflettere insieme su un tema importante, e anche molto attuale, quello della politica di difesa e di sicurezza europea. Ora, il valore aggiunto sta nel fatto che noi riteniamo che questo tema non possa non vedere la partecipazione, la più estesa possibile e la più informata possibile, della società civile. Parlare oggi della politica di difesa e sicurezza europea – un tema sul quale l’Unione europea ha prodotto molto poco perché non è nelle sue competenze esclusive o concorrenti – significa a nostro avviso avviare un dibattito approfondito per informare la società civile su quali sono i rischi ma anche i costi derivanti da una politica di difesa perseguita in modo autonomo dai 27 Stati membri; quali le soluzioni alternative; da dove partire e con quali obiettivi, tenendo conto che non è possibile costruire in tempi brevi un sistema di difesa che richiederà evidentemente tempi lunghi per essere realizzato.

Nella presentazione dell’evento di Bruxelles viene evidenziato come l’opinione pubblica sia purtroppo spesso frammentata anche su posizioni molto distanti quando si parla proprio del tema militare e della difesa europea. In che modo questa conferenza e il vostro approccio puntano concretamente a ridurre e ricucire queste distanze?

Questa domanda si collega al motivo per cui abbiamo scelto che questa iniziativa debba diventare un’iniziativa della società civile. Quando si affronta il tema della difesa, come spesso è accaduto in questi ultimi mesi, abbiamo sentito parlare di obiettivi indesiderati o comunque poco definiti, come quelli connessi al riarmo dell’Europa. L’Europa non si deve riarmare perché non deve e non vuole fare la guerra a nessuno, non ha territori da rivendicare; ma al tempo stesso, vedendo quello che negli ultimi quattro anni è accaduto all’Ucraina e sta accadendo più in generale nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente anche a seguito della politica estera portata avanti dalla Presidenza Trump, deve dotarsi di un sistema di difesa che impedisca a un eventuale Stato non appartenente all’Ue di potere aggredire uno o più Stati membri sapendo che attualmente l’Ue è molto lontana dall’avere avviato una politica comune che garantisca la difesa e la sicurezza di tutti i cittadini europei.

Di qui la necessità di affrontare un argomento complesso che vede l’opinione pubblica schierata generalmente su posizioni tra loro molto distanti: quella espressa da coloro che sono “a favore in ogni caso” e quelli che sono “contrari in ogni caso”, senza alcuna possibilità di un confronto libero e argomentato in grado di portare a superare le contrapposizioni ideologiche e a cercare soluzioni di mediazione. La politica espressa dai partiti, al governo e all’opposizione, in relazione alla difesa e alla sicurezza europea, in Italia come nel resto degli Stati membri dell’Ue, interpreta e favorisce in modo magistrale l’incomunicabilità tra i due schieramenti, rendendo impossibile la promozione di uno spazio di discussione aperto a tutti i cittadini che aiuti a scegliere con più consapevolezza.

Come è possibile creare una politica europea di difesa che sia di difesa integrata, ma che allo stesso tempo rispetti strutturalmente le idee di peace building, di diritti umani e di cooperazione globale?

Esatto, e qui si entra nel cuore del tema. Innanzitutto, la nostra proposta intende rafforzare politicamente l’Ue dandole maggiore autorevolezza come attore globale, parlando con una sola voce e agendo in modo più efficace sul piano diplomatico e negoziale. L’obiettivo finale è lavorare, come sostenuto dai Sommi Pontefici Francesco e Leone XIV, per la costruzione di una pace giusta e duratura in Europa e nel mondo, un obiettivo che è sempre stato presente fin dalla costituzione  dell’Ue, dopo gli errori e gli orrori del fascismo e del nazismo e delle guerre europee e mondiali del secolo scorso. Per raggiungere questo obiettivo, è evidente che occorre alzare il livello della discussione e soprattutto presentare una proposta di breve, medio e lungo periodo per la costruzione progressiva di un’industria europea della difesa, fondata sulla razionalizzazione delle produzioni, la standardizzazione dei sistemi d’arma, la condivisione delle capacità tecnologiche e industriali già esistenti, e l’utilizzo comune delle piattaforme militari. 

Nella sessione centrale dellevento del 1° ottobre è previsto anche il lancio di una proposta molto forte, cioè l’istituzione di un “Comitato Delors della difesa”. Come si può applicare la metodologia che portò storicamente alla nascita dell’euro (Maastricht, 1992) alla sfida della sicurezza e della politica estera odierna con questa roadmap strutturata di dieci mesi?

Intanto, il riferimento al Comitato Delors costituito nel 1988, rinvia a una esperienza più che positiva presieduta dall’allora Presidente della Commissione europea, Jacques Delors, e dai governatori delle 11 banche centrali che facevano parte del Sistema Monetario Europeo (SME) e che ha portato in dieci mesi all’approvazione del Piano Delors (1989), successivamente al Trattato di Maastricht (1992) e all’avvio in dieci anni dell’Unione economica e monetaria (1999). L’avvio di un nuovo Comitato Delors viene qui proposto nel duplice intento di superare i limiti incontrati nell’esperienza della cooperazione europea in materia di politica di difesa, una politica risultata troppo frammentata e inconcludente come è avvenuto con l’istituzione della PESCO, e di proporre al tempo stesso una Agenda dei lavori per la costruzione progressiva di un’industria europea della difesa che deve garantire l’indipendenza e la competenza dei membri partecipanti, la doppia valenza tecnica e politica del progetto, unendo il contributo del settore industriale e degli stakeholders privati a una visione dello sviluppo dell’integrazione europea in un quadro coerente, capace di ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero e di fare avanzare l’autonomia strategica dell’Unione verso una maggiore integrazione delle politiche, a partire da quella estera e di sicurezza europea.

Questo metodo si scontra inevitabilmente con il nodo della sovranità nazionale. Voi proponete apertamente il superamento del diritto di veto a favore del voto a maggioranza qualificata. Alla luce di recenti moniti del rapporto Draghi sull’urgenza di riforme strutturali, Lei ritiene che i partner europei siano pronti a cedere quote così importanti di sovranità?

Gli Stati membri dell’Ue non sono ancora pronti a cedere elementi di sovranità in un settore così delicato come quello della difesa e della sicurezza, né tanto meno disponibili a farsi carico degli ingenti investimenti previsti per la sua realizzazione. Draghi, nel suo Rapporto per il rilancio della competitività europea, parlando della capacità industriale per la difesa e lo spazio, accennava ad un fabbisogno di 750-800 miliardi annui, in parte finanziabili con strumenti di debito comune. Noi riteniamo che l’importo stimato sia assolutamente insufficiente e che non sia immaginabile che le risorse necessarie da reperire provengano soltanto da fondi europei. Ed è questo il motivo che ci ha portati a ipotizzare – non potendo modificare i trattati per l’assenza dell’unanimità – l’avvio di un progetto di difesa portato avanti da un gruppo ristretto di Stati membri con significative esperienze di cooperazione industriale maturate nel settore militare. Pensiamo a paesi come Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Svezia, a cui potrebbero aderire come partner strategici anche la Gran Bretagna e la Norvegia, paesi con i quali sono stati avviati da tempo progetti per razionalizzare e standardizzare produzioni militari (nel settore aeronautico, navale, missilistico) e per realizzare produzioni industriali integrate.

Man mano che la funzionalità del modello proposto diventerà più chiara e i vantaggi resi evidenti dalla realizzazione di economie di scala, allora sarà possibile vedere crescere la condivisione del progetto da parte di altri Stati membri. È quindi per superare il problema del voto all’unanimità nel Consiglio e dei poteri di veto degli Stati membri a esso collegati che noi suggeriamo di partire con un gruppo ridotto di paesi con esperienze significative nell’industria della difesa e che intendono promuovere azioni coordinate per ridurre i costi dei sistemi nazionali derivanti dalla frammentazione delle catene di produzione e dalla duplicazione delle strategie di approvvigionamento, favorendo anche il ricorso a una maggiore mobilitazione di capitali privati e non solo pubblici. I guadagni di efficienza derivanti da tali azioni non sono soltanto un modo per contenere la spesa, ma la condizione di base che rende quella spesa finanziabile.

Un altro punto di forte impatto politico riguarda i partner strategici. Sostenete che l’Ucraina non debba essere semplicemente aiutata o assistita, ma posta proprio al centro di una nuova architettura. Qual è il contributo strategico, militare e tecnologico che l’Ucraina, oltre ai paesi che ha elencato, può dare per costruire questa coalizione?

Questa idea di introdurre l’Ucraina da subito nell’architettura della sicurezza europea nasce dal fatto che l’Ucraina, per i motivi che conosciamo, da quattro anni subisce una guerra sul suo territorio da parte della Russia e appare difficile ritenere che Putin abbandoni l’obiettivo che si è prefisso, cioè l’occupazione delle regioni orientali del Donbass (Donetsk e Luhansk). L’Ucraina sta, tuttavia, dimostrando una capacità di reazione e anche di difesa militare estremamente avanzata. Meno dotata di sistemi missilistici, in gran parte forniti dagli Stati Uniti e dalla Germania (per le batterie Patriot) e dalla Gran Bretagna (per i sistemi missilistici LMM), ha però sviluppato una produzione di droni intelligenti che stanno generando danni non indifferenti all’economia e alle infrastrutture della Russia. Rafforzare la collaborazione bilaterale e sviluppare l’innovazione nell’industria militare con l’Ucraina non risponde solo agli interessi ucraini ma rafforza una politica europea di resilienza che porta a sperimentare, in una regione cruciale per i nuovi equilibri geopolitici che si stanno definendo a livello europeo e globale, tecnologie e innovazioni industriali che sono diventate una parte importante dell’ecosistema di sicurezza globale degli Stati dell’Ue.

La sicurezza non è solo un fatto militare, ma richiede riforme strutturali nell’industria, nella ricerca e nell’integrazione dei mercati dei capitali. Quali sono i primi passi istituzionali e finanziari concreti che vi aspettate che la Commissione compia il giorno dopo l’evento a Bruxelles, considerando anche l’invito rivolto al capo di gabinetto di Ursula von der Leyen?

Intanto bisogna chiarire che l’interlocutore, il capo di gabinetto della von der Leyen, ancora non è confermato. Abbiamo voluto ovviamente invitarlo perché ci sembrava fosse una presenza importante. Il problema è che oggi l’Ue si trova ad affrontare una convergenza inedita di crisi geopolitiche e strategiche difficili da risolvere senza la condivisione di una strategia unitaria. Se noi pensiamo alla politica di bilancio, alla politica industriale, all’energia, alle nuove tecnologie, alle politiche di coesione, al mercato interno, all’agricoltura, ci troviamo di fronte a un ampio spettro di temi che vedono i 27 Stati membri schierati su soluzioni spesso divergenti.

L’avvio di una politica industriale europea della difesa rappresenta non solo una risposta urgente alle minacce esterne, ma anche un passaggio chiave per rafforzare la coesione politica e istituzionale dell’Ue, portando a completamento i pilastri incompiuti dell’integrazione europea (mercato unico, moneta unica, unione bancaria, unione fiscale, unione energetica). La difesa non è l’unico obiettivo, ma lo strumento di una strategia politica e di sicurezza più ampia in Europa e nella Nato. Tale strategia corrisponde a una visione di politica estera a lungo termine dell’Ue nei confronti dei suoi vicini e nel mondo, ispirata alle tradizioni, ai principi e ai valori identitari degli europei.

In conclusione, il finanziamento di una politica di difesa europea non deve essere inquadrato come una questione di spesa pubblica aggiuntiva (con la richiesta di un aumento delle spese militari sino al 3,5-5% del Pil), ma come un problema di più efficiente allocazione dei capitali e dei risparmi esistenti nell’Ue. Combinando i guadagni di efficienza derivanti dall’integrazione industriale con la mobilitazione strategica di capitali pubblici, privati e di risparmi europei nelle tecnologie militari, incluse quelle dual-use, l’Europa può costruire un ecosistema di difesa finanziariamente sostenibile, tecnologicamente avanzato e pienamente coerente con i suoi obiettivi politico-militari, economici e di welfare sociale.

*Giovanna Imbesi, ricercatrice, Economia Internazionale. Eurispes, Laboratorio sui BRICS.

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