Per oltre trent’anni la globalizzazione è stata interpretata come il punto di approdo della storia economica contemporanea. La fine della Guerra fredda, la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la liberalizzazione dei mercati e la crescente integrazione finanziaria sembravano aver inaugurato una stagione nella quale l’interdipendenza economica avrebbe progressivamente ridotto il peso della competizione geopolitica. L’assunto di fondo era semplice: più commercio avrebbe significato meno conflitti, più investimenti avrebbero favorito maggiore cooperazione e una più intensa integrazione economica avrebbe progressivamente attenuato le rivalità strategiche tra gli Stati. La realtà si è rivelata assai più complessa. La pandemia di Covid-19, la guerra in Ucraina, la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina, le tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, la crisi delle catene di approvvigionamento, la competizione per i semiconduttori e l’accelerazione della transizione energetica hanno dimostrato che la globalizzazione non ha eliminato la geopolitica. Ne ha semplicemente modificato le forme.
La globalizzazione non ha ridotto il peso della geopolitica, ha semplicemente spostato il luogo nel quale essa si esercita: dal controllo diretto dei territori al controllo degli snodi dell’interdipendenza
La globalizzazione non ha ridotto il peso della geopolitica. Ha semplicemente spostato il luogo nel quale essa si esercita: dal controllo diretto dei territori al controllo degli snodi dell’interdipendenza. La competizione internazionale non si svolge più esclusivamente attraverso la conquista, la difesa o il presidio dello spazio geografico, ma attraverso la capacità di orientare, controllare o interrompere i flussi materiali e immateriali che attraversano l’economia globale: energia, merci, dati, capitale, tecnologie, materie prime, conoscenza e capacità computazionale. L’interdipendenza non è scomparsa; al contrario, è diventata ancora più intensa. Tuttavia, ciò che in passato veniva percepito prevalentemente come fattore di efficienza economica è oggi considerato anche una fonte di vulnerabilità strategica. La domanda che guida le decisioni delle grandi potenze non è più soltanto dove sia più conveniente produrre, ma da chi dipenda la propria capacità di continuare a produrre in condizioni di crisi. L’efficienza non è più l’unico criterio ordinatore della globalizzazione. Accanto a essa emergono la resilienza, la sicurezza degli approvvigionamenti, il controllo delle tecnologie critiche e la riduzione delle dipendenze strategiche.
Gli Stati che occupano posizioni centrali nelle reti economiche globali possono trasformare l’interdipendenza in uno strumento di pressione politica
La globalizzazione contemporanea non coincide dunque con la sua fine, bensì con la sua politicizzazione. Essa continua a poggiare su reti globali di produzione, commercio, finanza e informazione, ma tali reti sono sempre più oggetto di competizione politica. Come hanno evidenziato Henry Farrell e Abraham Newman, gli Stati che occupano posizioni centrali nelle reti economiche globali possono trasformare l’interdipendenza in uno strumento di pressione politica, esercitando capacità di sorveglianza, esclusione o coercizione attraverso il controllo dei principali nodi della rete globale. Questa trasformazione impone anche un ripensamento della geopolitica classica. Alfred Thayer Mahan individuava nel dominio delle rotte marittime e nella superiorità navale la condizione essenziale dell’egemonia. Halford J. Mackinder sosteneva che il controllo dell’Heartland euroasiatico rappresentasse la chiave della supremazia mondiale. Nicholas Spykman attribuiva invece al Rimland, la fascia costiera dell’Eurasia, il ruolo decisivo nella competizione tra le grandi potenze. Pur nelle loro differenze, queste teorie condividevano un presupposto fondamentale: il potere internazionale derivava principalmente dal controllo dello spazio. Nel XXI secolo questa impostazione non è superata, ma è insufficiente. Lo spazio continua a contare; mari, stretti, canali, rotte terrestri, basi militari, aree cuscinetto e frontiere restano elementi essenziali della competizione internazionale. Tuttavia, alla geografia fisica si è sovrapposta una geografia funzionale, fatta di reti energetiche, infrastrutture digitali, sistemi finanziari, piattaforme tecnologiche, catene del valore, porti, data center, cloud, satelliti, cavi sottomarini e semiconduttori. Nel Novecento il potere coincideva prevalentemente con il controllo dello spazio. Nel XXI secolo coincide sempre più con il controllo delle reti che attraversano quello spazio.
La geopolitica degli snodi può essere definita come l’insieme delle strategie mediante le quali gli Stati cercano di controllare i punti di concentrazione materiale e immateriale delle reti globali
In questa prospettiva, la geopolitica degli snodi può essere definita come l’insieme delle strategie mediante le quali gli Stati, ma anche grandi attori economici e tecnologici, cercano di controllare i punti di concentrazione materiale e immateriale delle reti globali, allo scopo di aumentare la propria capacità di influenza, ridurre le vulnerabilità e condizionare il funzionamento dell’interdipendenza internazionale. Gli snodi sono i luoghi, fisici o digitali, nei quali convergono flussi decisivi: merci, energia, dati, capitali, tecnologie, risorse naturali, standard, informazioni e conoscenze. Questa chiave interpretativa consente di mettere in dialogo la geopolitica classica con le principali teorie contemporanee dell’economia politica internazionale. Robert Keohane e Joseph Nye avevano mostrato, con il concetto di interdipendenza complessa, che la forza militare non esaurisce il potere e che le relazioni internazionali moderne sono attraversate da una pluralità di canali economici, sociali, istituzionali e transnazionali. Susan Strange aveva individuato nel potere strutturale la capacità di plasmare i contesti entro cui gli altri attori sono costretti ad agire: sicurezza, produzione, finanza e conoscenza. Saskia Sassen ha mostrato come la globalizzazione non cancelli il territorio, ma lo riorganizzi attraverso nuove forme di autorità, reti urbane, piattaforme finanziarie e infrastrutture transnazionali. Il potere degli snodi nasce precisamente dall’incrocio di queste intuizioni. Non è semplice dominio territoriale, ma capacità di agire sulle condizioni di funzionamento del sistema. Non è soltanto forza militare, ma influenza sulle infrastrutture della produzione, della finanza, della conoscenza e della comunicazione. Non è autarchia, ma capacità di partecipare all’interdipendenza senza esserne ostaggio.
La globalizzazione entra in una fase nuova: gli Stati non rinunciano all’apertura, ma cercano di selezionare, proteggere e governare i legami strategicamente sensibili
Anche il pensiero economico aiuta a comprendere questa trasformazione. Michael Porter aveva mostrato che il vantaggio competitivo delle nazioni non dipende esclusivamente dal costo dei fattori produttivi, ma dalla qualità degli ecosistemi industriali, dall’innovazione, dalle competenze, dalle infrastrutture e dalla capacità di creare cluster competitivi. Dani Rodrik ha evidenziato la tensione strutturale tra globalizzazione profonda, sovranità nazionale e democrazia, mostrando come l’integrazione economica possa comprimere gli spazi della decisione politica. Joseph Stiglitz ha criticato le asimmetrie della globalizzazione neoliberale, sottolineando come l’apertura dei mercati produca benefici diseguali quando non è accompagnata da istituzioni capaci di governarne gli effetti sociali e strategici. Mariana Mazzucato ha restituito centralità allo Stato come attore capace di orientare missioni innovative, assumere rischi e costruire mercati, mentre Klaus Schwab ha collocato la quarta rivoluzione industriale al centro della trasformazione economica e sociale contemporanea. Letti congiuntamente, questi contributi consentono di comprendere perché la globalizzazione sia entrata in una fase nuova. Non siamo di fronte a un ritorno puro e semplice al protezionismo, né a una deglobalizzazione integrale. Siamo di fronte a un’interdipendenza controllata: un sistema nel quale gli Stati non rinunciano all’apertura, ma cercano di selezionare, proteggere e governare i legami considerati strategicamente sensibili. L’obiettivo non è uscire dalla rete globale, ma evitare che la rete diventi una trappola.
La competizione sui semiconduttori rappresenta il caso più evidente della trasformazione in atto
La competizione sui semiconduttori rappresenta il caso più evidente di questa trasformazione. I chip costituiscono ormai l’infrastruttura invisibile dell’economia contemporanea. Essi alimentano automobili, satelliti, sistemi militari, infrastrutture energetiche, reti di telecomunicazione, dispositivi medici, supercalcolatori e applicazioni di Intelligenza artificiale. La produzione dei semiconduttori più avanzati rimane fortemente concentrata a Taiwan, dove TSMC realizza una quota largamente maggioritaria dei chip di ultima generazione. Questa concentrazione ha trasformato l’isola in uno dei principali snodi strategici dell’economia globale. Non sorprende quindi che gli Stati Uniti abbiano progressivamente limitato l’accesso cinese alle tecnologie più avanzate attraverso controlli sulle esportazioni di semiconduttori, software di progettazione e macchinari litografici, accompagnando tali misure con il Chips and Science Act, che destina oltre 52 miliardi di dollari al rafforzamento della capacità produttiva nazionale. La tecnologia è tornata a essere uno strumento di contenimento geopolitico. Per la prima volta dalla Guerra fredda, il controllo di un’infrastruttura produttiva diventa parte integrante della strategia di potenza.
La competizione geopolitica non riguarda soltanto il possesso delle risorse naturali, ma soprattutto la capacità industriale di trasformarle
La risposta cinese è stata altrettanto significativa. Pechino ha rafforzato il controllo sulle esportazioni di gallio, germanio, grafite e altri materiali strategici indispensabili per l’industria elettronica mondiale, dimostrando che il predominio occidentale nella progettazione tecnologica può essere controbilanciato dal controllo cinese delle filiere delle materie prime critiche. La competizione non riguarda più soltanto il mercato finale, ma comprende i colli di bottiglia delle catene globali del valore. La stessa logica emerge nella transizione energetica. La decarbonizzazione viene spesso presentata come un processo capace di ridurre le dipendenze geopolitiche costruite attorno agli idrocarburi. In realtà essa non elimina la geopolitica: la trasferisce su nuove filiere produttive. Batterie, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, elettrolizzatori, data center, infrastrutture digitali e sistemi militari avanzati dipendono da litio, rame, nichel, cobalto, grafite e terre rare. Secondo l’International Energy Agency, i mercati di questi minerali presentano livelli di concentrazione estremamente elevati: nel 2024 i primi tre paesi raffinatori controllavano mediamente circa l’86% della capacità globale di raffinazione delle principali materie prime critiche, con la Cina dominante nella quasi totalità delle filiere, ad eccezione del nichel, dove prevale l’Indonesia. Questo dato suggerisce un cambiamento fondamentale. La competizione geopolitica non riguarda soltanto il possesso delle risorse naturali, ma soprattutto la capacità industriale di trasformarle. L’estrazione rappresenta soltanto il primo anello della catena del valore. Raffinazione, componentistica, ricerca, brevetti, capitale umano e capacità manifatturiera costituiscono il vero centro della nuova competizione strategica. La geopolitica delle risorse diventa così geopolitica delle capacità.
La sicurezza economica europea coincide con la capacità di scegliere dove dipendere, da chi dipendere e in quale misura dipendere
L’Unione europea è pienamente consapevole di questa vulnerabilità. Il Critical Raw Materials Act, approvato nel 2024, stabilisce obiettivi quantitativi per il 2030: almeno il 10% del fabbisogno europeo dovrà provenire da estrazione interna, almeno il 40% da lavorazione effettuata nell’Unione, almeno il 25% da riciclo e nessun singolo paese terzo dovrà coprire oltre il 65% delle importazioni europee di ciascuna materia prima strategica. L’obiettivo non consiste nel perseguire un’impossibile autarchia, bensì nel costruire una resilienza industriale capace di limitare vulnerabilità potenzialmente utilizzabili come strumenti di pressione geopolitica. La sicurezza economica europea non coincide dunque con la chiusura dei mercati, ma con la capacità di scegliere dove dipendere, da chi dipendere e in quale misura dipendere. È questa la logica dell’autonomia strategica aperta: preservare i benefici dell’integrazione internazionale, ma ridurre le dipendenze che possono trasformarsi in leve di coercizione.
Le imprese vengono incentivate a localizzare la produzione non soltanto dove il costo del lavoro è inferiore, ma dove il rischio geopolitico è compatibile con la sicurezza degli approvvigionamenti
La trasformazione della globalizzazione investe anche l’organizzazione delle catene internazionali del valore. Per oltre trent’anni le imprese hanno perseguito una logica di ottimizzazione fondata sul principio del just in time, sulla specializzazione estrema e sulla ricerca del costo minimo. La pandemia, le tensioni geopolitiche e la crescente competizione tra grandi potenze hanno però evidenziato la fragilità di tale modello. Oggi concetti come friend-shoring, near-shoring, re-shoring e de-risking sono entrati stabilmente nel lessico della politica economica internazionale. Le imprese vengono incentivate a localizzare la produzione non soltanto dove il costo del lavoro è inferiore, ma dove il rischio geopolitico è ritenuto compatibile con la sicurezza degli approvvigionamenti. India, Vietnam, Messico, Polonia e numerosi paesi del Mediterraneo stanno beneficiando di questa riallocazione produttiva. Il principio guida non è più la massimizzazione dell’efficienza, bensì la costruzione della resilienza. Questa evoluzione dimostra che la globalizzazione non si sta ritirando. Si sta riconfigurando secondo una logica selettiva nella quale sicurezza nazionale e competitività economica tendono progressivamente a sovrapporsi. L’economia diventa sempre più uno strumento della strategia e la politica industriale torna a essere una componente essenziale della potenza.
Il commercio marittimo non rappresenta più soltanto un settore economico, ma una delle principali infrastrutture sistemiche della globalizzazione
La medesima trasformazione interessa il sistema logistico globale. Le recenti crisi del Mar Rosso, del Mar Nero e del Canale di Panama hanno mostrato come il commercio mondiale dipenda da un numero limitato di passaggi obbligati. Le analisi dell’UNCTAD hanno evidenziato come le interruzioni simultanee di Suez e Panama abbiano prodotto ritardi, aumento dei costi assicurativi, deviazioni delle rotte e un generale incremento dell’incertezza lungo le principali catene di approvvigionamento internazionali. Il commercio marittimo non rappresenta più soltanto un settore economico: costituisce una delle principali infrastrutture sistemiche della globalizzazione. In questo quadro i porti assumono una funzione che trascende la semplice dimensione commerciale. Infrastrutture come il Pireo in Grecia, Gwadar in Pakistan, Hambantota nello Sri Lanka, Gibuti nel Corno d’Africa e il nuovo porto di Chancay in Perù rappresentano nodi attraverso i quali si proiettano influenza politica, accesso ai mercati, standard logistici, relazioni finanziarie e presenza strategica. Essi costituiscono elementi fondamentali della Belt and Road Initiative promossa dalla Cina e trovano il proprio contraltare in iniziative come l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, sostenuto da Stati Uniti, Unione europea, India e partner mediorientali. Ciò che cambia non è soltanto la geografia delle rotte commerciali, ma la natura stessa della competizione. Il porto non è più semplicemente un luogo di transito delle merci. Diventa un’infrastruttura strategica attraverso cui esercitare influenza economica, consolidare relazioni diplomatiche e costruire dipendenze di lungo periodo. La geografia del potere si costruisce sempre meno attraverso la conquista di territori e sempre più attraverso il presidio dei corridoi lungo i quali scorrono merci, energia, dati e capitale.
Chi controlla gli snodi attraverso cui transitano dati, comunicazioni e servizi cloud dispone di un potenziale strumento di influenza economica, tecnologica e politica
Questa logica si estende pienamente anche allo spazio digitale. Internet viene spesso percepito come una realtà immateriale, ma poggia su una rete fisica costituita da cavi sottomarini, data center, stazioni di atterraggio, infrastrutture cloud, satelliti, dorsali terrestri e reti elettriche. Oltre il 95% del traffico dati intercontinentale transita attraverso i cavi sottomarini, che rappresentano la vera dorsale materiale dell’economia digitale. Le comunicazioni finanziarie, il commercio elettronico, i servizi cloud, le piattaforme digitali, le comunicazioni diplomatiche e una parte crescente delle infrastrutture militari dipendono dalla continuità operativa di questa rete. Il controllo di tali infrastrutture conferisce vantaggi strategici considerevoli. Farrell e Newman parlano di chokepoint effect per descrivere la capacità degli attori che occupano posizioni centrali nelle reti globali di limitare, monitorare o interrompere selettivamente i flussi. Tale concetto, inizialmente sviluppato per interpretare le reti finanziarie e informative, trova oggi piena applicazione nelle infrastrutture digitali. Chi controlla gli snodi attraverso cui transitano dati, comunicazioni e servizi cloud dispone di un potenziale strumento di influenza economica, tecnologica e politica.
I dati assumono caratteristiche analoghe a quelle di una nuova materia prima strategica, mentre le piattaforme digitali diventano veri e propri snodi dell’interdipendenza
Il dato costituisce ormai una risorsa strategica paragonabile, per importanza sistemica, alle materie prime dell’era industriale. Google, Meta, Microsoft, Amazon, Alibaba, ByteDance, OpenAI e Nvidia non possono essere considerate solamente come grandi imprese tecnologiche. Esse amministrano ecosistemi digitali che concentrano basi dati, piattaforme cloud, algoritmi, capacità computazionale, infrastrutture software e servizi di Intelligenza artificiale utilizzati quotidianamente da miliardi di persone e da milioni di imprese e istituzioni. La loro rilevanza geopolitica non deriva soltanto dalla capitalizzazione finanziaria o dalla leadership tecnologica. Essa dipende soprattutto dal ruolo infrastrutturale che tali aziende svolgono all’interno dell’economia globale. Attraverso le loro piattaforme transitano informazioni, transazioni economiche, comunicazioni istituzionali, servizi digitali e processi decisionali che incidono direttamente sulla competitività degli Stati. In questa prospettiva, i dati assumono caratteristiche analoghe a quelle di una nuova materia prima strategica, mentre le piattaforme che li raccolgono, elaborano e distribuiscono diventano veri e propri snodi dell’interdipendenza.
L’Intelligenza artificiale è innanzitutto una gigantesca infrastruttura industriale
L’Intelligenza artificiale rappresenta il punto di convergenza di questa trasformazione. Viene spesso descritta come una competizione tra algoritmi o modelli linguistici, ma questa interpretazione coglie soltanto la superficie del fenomeno. L’Intelligenza artificiale è innanzitutto una gigantesca infrastruttura industriale. Modelli linguistici avanzati, sistemi generativi e piattaforme di AI dipendono da semiconduttori avanzati, GPU, data center, reti elettriche, sistemi di raffreddamento, cloud distribuiti, software e capitale umano altamente specializzato. La vera competizione internazionale riguarda quindi la disponibilità di capacità computazionale. Nel corso del Novecento la potenza degli Stati era strettamente associata alla disponibilità di carbone, petrolio e acciaio, risorse indispensabili per sostenere industrializzazione, mobilitazione militare e sviluppo economico. Nel XXI secolo tali fattori mantengono certamente importanza, ma vengono progressivamente affiancati da una nuova categoria di risorse strategiche: elettricità, GPU, semiconduttori avanzati, data center, algoritmi e capacità computazionale.
Secondo l’International Energy Agency, nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di energia elettrica, pari a circa l’1,5% della domanda mondiale
L’Intelligenza artificiale costituisce soltanto la manifestazione più evidente di questa trasformazione. La vera risorsa strategica non è il singolo algoritmo, bensì la possibilità di addestrarlo, alimentarlo e aggiornarlo attraverso infrastrutture computazionali sempre più potenti. Secondo l’International Energy Agency, nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di energia elettrica, pari a circa l’1,5% della domanda mondiale, mentre entro il 2030 tale consumo potrebbe più che raddoppiare. La disponibilità di energia affidabile e competitiva diventa così un prerequisito della leadership tecnologica. La sicurezza energetica tende quindi a coincidere con la sicurezza tecnologica. Chi dispone di maggiore capacità di generazione elettrica, di semiconduttori avanzati, di GPU, di reti cloud e di data center possiede un vantaggio competitivo crescente nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale, nella ricerca scientifica, nella cybersicurezza, nella difesa e nell’innovazione industriale. La competizione per la leadership nell’AI è in realtà una competizione per il controllo delle infrastrutture che rendono possibile l’AI stessa.
Questo fenomeno produce anche una trasformazione della politica industriale. Negli Stati Uniti il Chips and Science Act e l’Inflation Reduction Act hanno riportato lo Stato al centro della strategia economica. In Europa il Critical Raw Materials Act, il Net-Zero Industry Act, il Chips Act europeo e la Strategia europea per la sicurezza economica indicano una direzione analoga. In Cina, programmi quali Made in China 2025 e le strategie di autosufficienza tecnologica perseguono da tempo il medesimo obiettivo: rafforzare il controllo nazionale sulle filiere considerate essenziali. Lo Stato torna così a svolgere un ruolo centrale, non come semplice proprietario dei mezzi di produzione, ma come architetto strategico delle infrastrutture critiche. Mariana Mazzucato ha mostrato come numerose innovazioni tecnologiche abbiano avuto origine in investimenti pubblici ad alto rischio successivamente valorizzati dal settore privato. La competizione geopolitica contemporanea conferma questa intuizione: nei settori strategici il mercato da solo non garantisce né resilienza né sicurezza degli approvvigionamenti.
Il principio guida della nuova politica industriale non è più soltanto l’efficienza economica. È la resilienza sistemica. Gli Stati accettano costi maggiori pur di ridurre dipendenze considerate eccessive, diversificare i fornitori, costruire ridondanze produttive e rafforzare la propria autonomia strategica. In questo senso, il ritorno dello Stato non rappresenta un superamento dell’economia di mercato, ma un suo adattamento alle condizioni della competizione geopolitica contemporanea.
La trasformazione della globalizzazione investe anche la dimensione monetaria e finanziaria
La trasformazione della globalizzazione investe anche la dimensione monetaria e finanziaria. Per oltre settant’anni il sistema internazionale è stato costruito attorno a un’architettura nella quale il dollaro statunitense ha svolto una funzione centrale come valuta di riserva, mezzo di regolamento degli scambi internazionali e principale riferimento dei mercati finanziari. Tale centralità non deriva soltanto dalla forza dell’economia americana, ma anche dall’esistenza di un insieme di infrastrutture che consentono il funzionamento dei pagamenti globali. In questa prospettiva, il potere monetario non consiste esclusivamente nella diffusione internazionale di una valuta, ma nel controllo delle reti attraverso cui quella valuta circola. Lo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) rappresenta il principale sistema di messaggistica finanziaria internazionale e collega migliaia di istituzioni bancarie in oltre duecento paesi. Sebbene non trasferisca direttamente denaro, costituisce il linguaggio operativo attraverso cui vengono autorizzati e regolati i pagamenti internazionali. La sua centralità dimostra come un’infrastruttura apparentemente tecnica possa assumere una rilevanza geopolitica di primaria importanza. Le sanzioni adottate nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, unite all’esclusione di diversi istituti bancari dal circuito SWIFT e al congelamento di una parte significativa delle riserve della Banca centrale russa, hanno mostrato come l’accesso alle reti finanziarie possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica. Proprio questa esperienza ha accelerato la ricerca di infrastrutture alternative.
Le infrastrutture di pagamento diventano parte integrante della competizione strategica contemporanea
La Cina ha progressivamente sviluppato il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS) per agevolare i pagamenti internazionali in yuan, riducendo la dipendenza dai circuiti tradizionali. Parallelamente, numerose banche centrali stanno sperimentando nuove piattaforme basate su valute digitali. Il progetto mBridge, promosso con il coinvolgimento della Banca dei Regolamenti Internazionali e di diverse autorità monetarie asiatiche e mediorientali, mira a rendere più efficienti i pagamenti transfrontalieri attraverso l’utilizzo di Central Bank Digital Currencies. Sebbene tali iniziative non rappresentino ancora un’alternativa completa al sistema dominante, esse testimoniano una tendenza significativa: la competizione geopolitica si estende ormai alle infrastrutture monetarie. Anche l’Unione europea si colloca all’interno di questa trasformazione. Il progetto dell’euro digitale, sviluppato dalla Banca centrale europea, non nasce soltanto dall’esigenza di modernizzare gli strumenti di pagamento, ma anche dalla volontà di preservare la sovranità monetaria europea in un contesto caratterizzato dalla crescente diffusione di piattaforme digitali private e dall’eventuale affermazione di valute digitali emesse da altre grandi potenze. Analogamente, la diffusione delle stablecoin e la progressiva tokenizzazione degli asset finanziari stanno modificando il modo in cui valore e capitale vengono trasferiti, registrati e custoditi. Le infrastrutture di pagamento diventano così parte integrante della competizione strategica contemporanea.
In questa prospettiva, anche il dibattito sulla de-dollarizzazione assume contorni più complessi rispetto a una semplice contrapposizione tra valute. L’obiettivo perseguito da numerosi paesi emergenti non consiste necessariamente nel sostituire il dollaro come principale moneta internazionale, bensì nel ridurre la dipendenza da un’unica infrastruttura finanziaria. La crescente diffusione di accordi commerciali regolati in valute nazionali, l’espansione dei sistemi di pagamento alternativi e lo sviluppo di piattaforme digitali dedicate riflettono la ricerca di una maggiore autonomia operativa.
I BRICS sono l’espressione di un sistema internazionale sempre più policentrico
L’espansione dei BRICS si inserisce all’interno di questa dinamica. Valutati in termini di parità di potere d’acquisto, i paesi del gruppo rappresentano oggi una quota dell’economia mondiale superiore a quella del G7. Tuttavia, sarebbe riduttivo interpretarli come un blocco compatto contrapposto all’Occidente. Le profonde differenze strategiche tra India e Cina, le differenti priorità di Arabia Saudita, Iran, Brasile, Sudafrica ed Emirati Arabi Uniti dimostrano come il gruppo rappresenti soprattutto l’espressione di un sistema internazionale sempre più policentrico. Più che costruire un nuovo ordine alternativo, i BRICS contribuiscono ad accelerare la frammentazione dell’ordine esistente e la moltiplicazione dei centri di potere economico.
Questa evoluzione investe direttamente anche l’Europa. Il concetto di autonomia strategica, inizialmente associato soprattutto alla politica di sicurezza e di difesa, si è progressivamente esteso alla dimensione economica, tecnologica ed energetica. Oggi esso comprende semiconduttori, materie prime critiche, energia, farmaci, spazio, cloud, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, cybersicurezza e capacità industriale. L’obiettivo non consiste nel perseguire un’impossibile autosufficienza, ma nel costruire un’interdipendenza governata, nella quale le dipendenze inevitabili siano distribuite, diversificate e rese compatibili con la sicurezza economica.
Porti, corridoi energetici e reti di cavi sottomarini sono esempi concreti di come l’Italia possa valorizzare la propria posizione nella nuova geopolitica degli snodi
Per l’Italia questa trasformazione assume una rilevanza particolare. La posizione geografica nel Mediterraneo, la presenza di importanti infrastrutture portuali, energetiche e digitali, il ruolo svolto da grandi imprese nazionali nei settori dell’energia, della difesa, della cantieristica, delle telecomunicazioni e dello spazio conferiscono al Paese un potenziale strategico che va oltre la sua dimensione economica. Porti come Trieste, Genova, Gioia Tauro e Taranto, i corridoi energetici che collegano Europa, Africa e Medio Oriente, le reti di cavi sottomarini che attraversano il Mediterraneo rappresentano esempi concreti di come l’Italia possa valorizzare la propria posizione all’interno della nuova geografia degli snodi. La riflessione proposta conduce a una conclusione di carattere più generale. Il XXI secolo non sarà dominato esclusivamente dagli Stati che dispongono del territorio più esteso, della popolazione più numerosa o delle maggiori risorse naturali. Il vantaggio competitivo apparterrà sempre più agli attori capaci di controllare i punti di convergenza attraverso cui scorrono energia, dati, capitale, tecnologie, conoscenza e materie prime. Il potere internazionale assume quindi una configurazione reticolare. Non coincide più esclusivamente con il possesso dello spazio, ma con la capacità di orientare i flussi che attraversano quello spazio.
La geopolitica degli snodi non sostituisce la geopolitica classica, ma la aggiorna
Da questa prospettiva emerge la proposta teorica di una geopolitica degli snodi. Essa non sostituisce la geopolitica classica, ma la aggiorna. Se Mahan, Mackinder e Spykman hanno mostrato come il controllo dei mari, dell’Heartland e del Rimland costituisse il fondamento della competizione tra le grandi potenze del Novecento, oggi occorre affiancare a quella lettura una geografia delle reti. Gli snodi – materiali e immateriali – diventano le nuove unità fondamentali dell’analisi geopolitica. Porti, cavi sottomarini, data center, semiconduttori, piattaforme digitali, infrastrutture energetiche, sistemi di pagamento e capacità computazionale costituiscono i nuovi punti di condensazione del potere.
Il potere non appartiene più soltanto a chi controlla il territorio, ma a chi presidia gli snodi attraverso cui transita l’interdipendenza mondiale
La globalizzazione, pertanto, non è terminata. È diventata selettiva, gerarchica, vulnerabile e contendibile. L’interdipendenza continua a rappresentare il principio organizzatore dell’economia mondiale, ma non è più percepita come un fattore esclusivamente cooperativo. Essa diventa uno spazio di competizione nel quale gli Stati cercano contemporaneamente di partecipare ai benefici dell’integrazione e di ridurre le vulnerabilità che essa produce. La vera sovranità del XXI secolo non coincide con il ritorno all’autarchia, ma nella capacità di partecipare alle reti globali senza diventarne prigionieri. Il potere non appartiene più soltanto a chi controlla il territorio, ma a chi presidia gli snodi attraverso cui passa il funzionamento dell’interdipendenza mondiale. È in questa transizione, dal controllo dello spazio al controllo delle reti, che si colloca la principale trasformazione geopolitica del nostro tempo.
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