Il Kirghizistan, repubblica dell’Asia Centrale indipendente dal 1991 in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, è ancora poco presente nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. In questo contesto è nato il Tolon Museum of Modern Art o TMoMA, un progetto che unisce produzione artistica, ricerca e formazione e rappresenta oggi una delle iniziative culturali più ambiziose della regione. Il museo è stato fondato da Tolondu “Tolon” Toichubaev, imprenditore e filantropo kirghiso, figlio di una madre medico e di un padre insegnante di francese, insieme a Gamal Boukamgive, architetto, artista e storico dell’arte. Toichubaev è noto anche per aver creato la rete scolastica Bilimkana, una delle realtà educative più innovative del Kirghizistan. Per lui impresa, educazione e cultura non sono attività separate, ma parti di un unico progetto di trasformazione sociale. Il museo, aperto nel 2023 negli spazi di un’ex fabbrica sovietica destinata alla conservazione delle mele e alla produzione alimentare, nel villaggio di Kuntuu, a 15 minuti dalla capitale, si estende su circa cinque ettari (ma per il momento ne occupa due), ospita oltre cento artisti provenienti dall’Asia Centrale e da altri paesi e contiene più di 3.500 opere, con particolare attenzione all’arte non conformista sovietica. Intriga la scala appositamente costruita che si snoda per quasi un chilometro attraverso i vari edifici e i giardini del museo per ammirare le opere dall’alto. Visitare la collezione del Tolon Museum of Modern Art è una vera esperienza. Lo spazio industriale dove il passato sovietico dell’edificio dialoga con opere che guardano al futuro, è immenso e diversificato. Gli ambienti sono grandi, ovunque ci sono tubi, interruttori, finestroni e quel che resta dell’attività precedente. Interessante la disposizione di opere nelle ex celle frigorifere con illuminazioni ad hoc. Lungo il percorso espositivo si ha la sensazione di attraversare un processo creativo ancora in corso. L’atmosfera è quella di un laboratorio, in cui convivono sperimentazione, memoria e ricerca, una sorta di invito a interrogarsi su cosa possa essere oggi l’arte contemporanea nel cuore dell’Asia e su come una realtà periferica possa rivendicare un ruolo attivo nella costruzione della cultura globale. Abbiamo incontrato Toichubaev per parlare del suo percorso e della sua idea di museo.
Lei è cresciuto in un piccolo villaggio del Kirghizistan e ha studiato medicina negli anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Che ricordo ha di quel periodo?
Avevo vent’anni quando il Kirghizistan ottenne l’indipendenza. Erano anni molto difficili. L’economia collassò, il sistema sanitario perse gran parte dei suoi specialisti e molte istituzioni chiusero. Mi sono laureato in igiene ed epidemiologia e ho cominciato a lavorare nel pubblico proprio in quel momento di profondo cambiamento.
Dopo la laurea ha lavorato per il governo, poi ha scelto di lasciare il servizio pubblico. Perché?
Ho lavorato per cinque anni come funzionario pubblico. A un certo punto ho capito che, se volevo costruire qualcosa di significativo, dovevo mettermi in proprio. Nel 2000 ho fondato una società di consulenza che collaborava con organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, Usaid, l’Unione europea e la Banca Asiatica di Sviluppo. È stata una grande scuola, ma sentivo che dovevo fare altro: servivano risorse economiche per realizzare un progetto di lungo periodo.
Lei si definisce un epidemiologo più che un medico. In che senso?
Non ho mai esercitato la medicina clinica. La formazione in epidemiologia mi ha insegnato a osservare i sistemi nel loro insieme, a cercare le cause profonde dei problemi di una popolazione. È lo stesso approccio che ho applicato all’impresa, all’educazione e alla cultura.
All’inizio degli anni Duemila lei partecipò alla stesura di un manifesto sul futuro del Kirghizistan.
Insieme a dei colleghi rappresentanti di vari settori dell’economia del paese, sviluppammo una strategia chiamata “stormo di cinciallegre”, uccelli che si muovono rapidamente condividendo continuamente informazioni, un fenomeno studiato in Inghilterra. Eravamo convinti che il Kirghizistan dovesse fare lo stesso: valorizzare il capitale umano, la libertà, la natura e l’iniziativa privata più che competere con i grandi paesi ricchi di risorse naturali. Nel 2004 pubblicammo un piano di sviluppo, elaborato interamente dalla comunità imprenditoriale.
Poi arrivò la rivoluzione del 2005.
Fu uno shock, e ne rimasi profondamente sconcertato.
E così nacque l’idea di Bilimkana.
La vita deve andare avanti. Con la mia famiglia andammo a San Pietroburgo. Mentre visitavo il Teatro Mariinskij, vidi un libro dedicato ai grandi artisti del teatro. Nelle prime pagine compariva il nome del cantante lirico kirghiso Bulat Minjelkiev. Rimasi colpito. Poco dopo visitai il Liceo Imperiale e iniziai a chiedermi che cosa sarebbe stato necessario per costruire un’istituzione capace di formare una nuova élite culturale e civile anche nel mio paese.
Da quella riflessione nacque il progetto educativo.
Cominciai a ragionare in termini di massa critica. Se il Kirghizistan voleva cambiare aveva bisogno di decine di migliaia di giovani preparati, capaci di guidarne lo sviluppo. Ma costruire una rete scolastica richiedeva risorse ben finanziate.
Per questo arrivò Labnet.
Passai oltre un anno a cercare il settore giusto. Alla fine individuammo nella diagnostica medica il nostro core business. Nel 2007 fondammo il laboratorio Bonetsky, poi diventato Labnet, la principale rete privata di laboratori diagnostici del paese. Investimmo in tecnologia, qualità e formazione del personale. Nel giro di pochi anni i profitti permisero di costruire la prima scuola Bilimkana, vicino al villaggio dove sono nato.
Oggi la rete scolastica conta diciassette scuole e 5000 studenti. Qual è il principio educativo che le guida?
Vogliamo formare cittadini del mondo che mantengano un forte legame con la propria identità. Pensiero critico, conoscenza delle lingue, apertura culturale, responsabilità personale e partecipazione sono i pilastri dell’educazione. Per questo anche l’arte occupa uno spazio importante nella vita scolastica. A Bishkek il museo e la scuola sono nello stesso edificio, perché sono convinto che il contesto artistico possa favorire lo sviluppo del pensiero critico.
Quando nasce il suo interesse per l’arte contemporanea?
L’interesse è maturato all’inizio degli anni Duemila. Collaboravo con registi e produttori cinematografici kirghisi e inizialmente pensavo di creare una collezione di opere d’arte legate al cinema. Con il tempo, con il collega Gamal Bokonbaev ci rendemmo conto che il vero progetto non consisteva nel collezionare, ma nel creare qualcosa di nuovo.
Come si è evoluta questa idea?
Per molti anni abbiamo sperimentato, organizzato mostre e sostenuto giovani artisti. Solo dopo circa venticinque anni di lavoro abbiamo capito che il progetto aveva bisogno di una sede permanente. Quattro anni fa abbiamo acquistato una grande fabbrica sovietica dismessa e l’abbiamo trasformata in un museo.
Il Tolon Museum si distingue da molti altri musei perché non acquista opere.
Esattamente. Non selezioniamo opere già esistenti: le creiamo insieme agli artisti. Invitiamo artisti in residenza, li accompagniamo nel loro percorso creativo e le opere prodotte entrano nella collezione del museo. È un approccio attivo. Il museo non è soltanto un luogo di esposizione e conservazione, ma uno spazio di produzione culturale.
Una parte importante della collezione è dedicata all’arte non conformista sovietica.
Da lì è iniziata la nostra ricerca. Poi abbiamo capito che studiare il passato non era sufficiente: volevamo contribuire alla nascita di un nuovo movimento.
Nasce così l’Aivanism. Di che cosa si tratta?
La parola kirghisa “aivan” richiama qualcosa di selvatico, libero. Secondo noi esprime un modo nuovo di intendere l’arte contemporanea. Non vogliamo imitare il modernismo occidentale né ripetere modelli post-sovietici. Come il Fauvismo segnò una svolta più di un secolo fa, noi immaginiamo l’Aivanism come una nuova direzione, nata dall’Asia Centrale ma aperta al dialogo internazionale.
Qual è il messaggio che desidera trasmettere attraverso il museo?
Che non siamo una periferia della cultura mondiale. Possiamo partecipare alla sua costruzione. Il nostro obiettivo è dimostrare che anche dal Kirghizistan può nascere un’istituzione originale, capace di offrire idee nuove.
Quanto è stato difficile realizzare un progetto di queste dimensioni?
È una sfida molto impegnativa. Le risorse economiche sono limitate e costruire un museo di arte contemporanea in Asia Centrale non è facile. Fin dall’inizio, abbiamo cercato un modello sostenibile. Una parte dei costi è sostenuta dalle attività della rete scolastica Bilimkana, abbiamo ricevuto anche un sostegno dall’ambasciata svizzera, ma il museo rimane completamente indipendente dal governo. Contiamo di trovare partner che condividano la nostra visione.
Il museo ospita anche programmi educativi.
Quasi ogni settimana organizziamo seminari aperti al pubblico. Gli artisti lavorano con gli studenti delle scuole Bilimkana e realizziamo residenze dedicate agli artisti dell’Asia Centrale. Inoltre pubblichiamo la rivista trimestrale TM, che raccoglie riflessioni teoriche sul museo e sul concetto di Aivanism, la teoria artistica elaborata dal nostro gruppo di lavoro. TM è una rivista trimestrale pubblicata in inglese dal museo. Più che un catalogo o un bollettino, TM è una pubblicazione di carattere teorico che documenta, analizza e sistematizza l’esperienza del Tolon Museum, proponendo riflessioni sulla museologia contemporanea e sul concetto di Aivanism. Attraverso la rivista, il museo intende contribuire al dibattito internazionale sull’arte contemporanea e sul ruolo delle istituzioni culturali. Negli ultimi anni il Tolon Museum ha iniziato a ottenere riconoscimenti anche a livello internazionale, partecipando a conferenze di museologia e attirando l’interesse di studiosi e ricercatori, come l’ex direttore del Getty Museum che è venuto più volte a Bishkek per visitare il museo.
Negli ultimi anni il museo ha iniziato ad affacciarsi anche sulla scena internazionale.
Partecipiamo a conferenze di museologia, collaboriamo con altri musei e studiosi e stiamo sviluppando nuovi progetti editoriali. Credo che il nostro museo possa acquisire un ruolo internazionale, ma il risultato più importante sarebbe contribuire a superare il complesso di inferiorità che spesso caratterizza i piccoli paesi.
Qual è il suo obiettivo finale?
Vorrei lasciare al Kirghizistan una nuova generazione capace di pensare in modo libero. Le scuole, il museo e l’impresa sono strumenti diversi per raggiungere lo stesso obiettivo: costruire persone capaci a trasformare il proprio paese.
Quali strategie utilizzate per attrarre visitatori e pubblico internazionale, inclusi i canali digitali o le mostre virtuali?
Il Tolon Museum sta attualmente sviluppando attivamente il proprio sito web e le proprie pagine Instagram e Facebook. Stiamo collaborando con compagnie turistiche e stiamo creando una galleria e un museo-shop. Prevediamo inoltre di pubblicare diverse monografie entro la fine dell’anno. Il lavoro continua e ci sembra di aver completato solo la metà di ciò che ci eravamo prefissati di fare.

